Martedì 18 Maggio 2021 | 19:12

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Tutti noi e la Gazzetta: una relazione speciale

«Leggo, spesso, la Gazzetta del Mezzogiorno in edizione on line, come si dice. E non la leggo solo la domenica, quando pubblica il mio articolo. La leggo molto spesso»

Michele Mirabella

Michele Mirabella

Lo faccio con interesse, con curiosità: leggo, spesso, la Gazzetta del Mezzogiorno in edizione on line, come si dice. E non la leggo solo la domenica, quando pubblica il mio articolo. La leggo molto spesso. Mi avvento sullo schermo con avidità per ritrovarmi a casa e liberarmi da quello spaesamento che affligge molti emigranti. È come se il mio titubante inconscio considerasse la vicenda esistenziale e artistica che sto vivendo come una zona intercalare e transitoria della mia vita.

Il nostos che mi provoca algos, la nostalgia, insomma, la pena attizzata dal desiderio di tornare nella mia terra, è accudita dalla vestale premurosa che si occupa dell’integrità del mio impegno di lavoratore della cultura e dello spettacolo: la voce interiore che recita e rammenta il testardo impegno a rispettare quello che io promisi a me stesso: dovevo cercare di realizzare il progetto che avevo sognato per me, ma senza ripudiare il tempo del lavoro preparatorio, gli studi di quella faticosa corvée, le origini, soprattutto. La mia minuscola storia personale, nella maiuscola storia del mio tempo e della mia terra: in questo concetto, ho escluso, la cultura spicciola del localismo, preferendole la fascinosa attenzione alla vicenda del territorio delle sue vicissitudini, della sua indole antropologica, avvinta in un tracciato mnemonico deliziosamente tortuoso che chiamerò, ebbene sì, nostalgia. Per questo leggo i giornali e anche la Gazzetta!

Il risultato è buono: riesco a seguire la vita regionale e cittadina quasi sempre. E quasi sempre riesco a non perdere il filo di quello che succede. Quasi sempre. Salvo in vicende locali che, evidentemente, si trascinano da decenni. Vicende cittadine baresi, soprattutto. Data la sporadicità, forzata e appassionata, ma sempre sporadicità, dei miei vagabondaggi mediatici, la perlustrazione della vita barese, insieme a molti ritrovamenti, mi riserva una quantità di interrogativi. Tra questi quello, ultimo in ordine di tempo che riguardava proprio il nostro giornale e il suo destino vacillante tra minacce di chiusura e speranze mal riposte. La vicenda è tristemente risaputa, ma ecco, non ne ho mai capito bene gli aspetti protocollari precisi e la smodata vicissitudine giuridica. Sono stato in ansia, quella che ho condiviso con i lavoratori del giornale nostro e che, oggi, possono quietare l’affanno. Questa volta, potrei dire una manciata di ore fa, è arrivata la notizia che aspettavo nella titubanza dei sospiri: La Gazzetta del Mezzogiorno non chiude. Qualcuno, un gruppo industriale e commerciale pugliese proverà a tenerla in vita.

È il momento di rileggere un articolo che scrissi in occasione del centenario della Gazzetta del Mezzogiorno. A parte qualche riga dedicata a vicende troppo legate a fatti personali che ho tagliato e nascosto nei miei ricordi, mi sento di firmare ancora una volta quella pagina.
«Da bambino ho sognato di fare il giornalaio. Non il giornalista, il giornalaio.
Volevo troneggiare su di uno scranno in mezzo alla carta stampata di tutti i colori e di inebriarmi di quel profumo, oggi scomparso, che, allora, aveva la carta stampata. Pensavo: "leggerò gratis tutti i giornali e i giornalini". Allora i fumetti si chiamavano giornalini e non tutti avevano accesso in casa mia. Solo una ristretta minoranza domenicale quasi sempre ridotta al Corriere dei Piccoli.

Mio padre comprava La Gazzetta del Mezzogiorno tutti i giorni, andando al lavoro, e la portava a casa all'ora di pranzo ancora intatta. Era il segno indiscutibile che mio padre, in ufficio, lavorava. Il mio turno per sfogliarla veniva dopo la sua siesta. Leggevo i titoli, guardavo le fotografie, soprattutto quelle che riprendevano fatti e personaggi stranieri e mi incantavo sulle locandine dei cinema tutte incastrate in un ordinato cartellone: prima, seconda e “terza visione”. (C'era).
Anche il mio maestro di scuola, un uomo buono e geniale munito di alteri baffi da bersagliere ciclista, comprava la Gazzetta che lui chiamava, per antonomasia irremovibile, "il giornale", all'edicola nella piazza alberata intitolata a Garibaldi e la riponeva nella tasca laterale della giacca, maestosamente informe anche d’inverno, sotto il cappotto. Il giornale, accuratamente ripiegato in quattro, trovava posto verticalmente sempre nella stessa posizione e io potevo leggere la parte finale della testata: “iorno”. Non mi ricordo di aver mai letto “La Gazz”. La Gazzetta nostra ha un nome così lungo che, comunque la pieghi, riconosci la testata. Mi ci sono affezionato sin da allora. Più tardi scoprii che quel giornale si “faceva” in un bellissimo palazzo di angolo vicino alla stazione dei treni. A me sembrava un vanto della città con quell'aria cosmopolita e quella cupola maestosa. Ricordo male o c'era davvero un globo in cima alla cupola?
Ora quel palazzo magniloquente non c'è più. Peccato. Ricordo delle cariatidi pletoriche e muscolose raccolte nello sforzo tremendo di reggere certe finestre del primo piano e delle bocche di lupo a filo della strada da cui si vedeva il lavoro dei tipografi che si davano da fare intorno a macchine nere e lucide. Oggi sono certo che La Gazzetta del Mezzogiorno farebbe una campagna per salvare quell'opificio.

Capitò anche a noi, giovanissimi teatranti, di aspettare con ansia la critica ai nostri debutti tirando tardi la notte per gettarci sulle prime copie del giornale e leggere e commentare. Egidio Pani, il critico che di me scrisse e che mi legge, sa bene quanto non ci aspettassimo da lui alcuna benevolenza amichevole, che ci avrebbe offeso, bensì il punto di vista sereno, ma obiettivo del critico. Eravamo cresciuti e, finché si fosse rimasti a Bari, nessuno ci avrebbe fatto sconti. Lo sapevamo bene. Dopo, solo dopo, una volta partiti per la vita, saremmo stati benvoluti, stimati e aspettati. Non rese di conti, ma belle rimpatriate. Capita di leggere, infatti, e sorrido di cuore, del "nostro Michele Mirabella", del "noto regista barese". Ci tengono, alla Gazzetta. E, detto apertamente, ci tengo anch'io».

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