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In Puglia e Basilicata

L'editoriale

Gazzetta 2.0, ultima chiamata alla borghesia meridionale

Gazzetta

Un territorio privo del suo giornale di riferimento è un territorio oggettivamente più debole rispetto alle altre aree del Paese

08 Marzo 2020

Giuseppe De Tomaso

Metà scrive, l’altra metà non legge. Così il divino Ernest Hemingway (1899-1961) raffigurava gli italiani. E ai tempi dello scrittore americano, autore di capolavori come Il vecchio e il mare, gli italiani leggevano più di oggi, anche se sempre poco rispetto ad altre popolazioni. Figuriamoci cosa, lui premio Nobel per la letteratura nel 1954, avrebbe detto o fatto oggi di fronte alla disaffezione persistente per la lettura. Probabilmente avrebbe gettato la penna e cambiato mestiere. Eppure anche all’occhio attento di Hemingway (saper vedere costituisce la premessa per saper scrivere) era sfuggito qualcosa. E cioè: non è vero che gli italiani non leggono nulla, la verità è che molti italiani non gradiscono letture impegnative, come possono essere quelle di libri e giornali.

Non sono pochi quelli che addebitano i ridotti indici di acquisto dei quotidiani alla qualità del prodotto, non eccelsa a parere dei critici. Bah. La verità è che il confronto tra i giornali italiani e la stampa straniera non ci vede soccombenti, anzi. La stampa straniera spesso è sciatta, a iniziare dalla cattiva grafica. E la grafica, si sa, significa (innanzitutto) rispetto per il lettore, altro che vezzo estetico per snob incravattati. Ma anche se dovessimo arrenderci al luogo comune che i quotidiani italiani siano qualitativamente inferiori agli omologhi esteri, bisogna rilevare che qualcosa però non quadra in questo ragionamento. Se così fosse, infatti, se davvero i quotidiani del Belpaese non meritano il successo cui aspirano, come si spiega allora l’allergia del grande pubblico anche verso le librerie, non solo verso le edicole? In libreria si trova il meglio della letteratura italiana e mondiale: eppure le librerie sono, non da oggi, più deserte di Roma e Milano ai tempi del coronavirus. Ergo: le scarse letture non dipendono solo da questioni di qualità perché, appunto, se così fosse, almeno le librerie verrebbero risparmiate dall’assenteismo degli acquirenti.

Per certi versi, il Fattore Qualità, in Italia, viene declinato all’incontrario, dato che il Belpaese vanta il primato di vendite delle pubblicazioni gossipare e scandalistiche (spesso grossolane) che fa da contraltare ai più modesti indici di acquisto della tradizionale stampa quotidiana. Il problema, forse, non è di chi scrive o di chi confeziona i giornali, ma di chi fa parte di una nazione refrattaria alla fatica, e al piacere, di leggere.
Eppure, il quadro non è così pesante, drammatico, come sembrerebbe. Anzi. La vicenda del coronavirus ha dimostrato, ancora una volta, che soltanto l’informazione seria, ragionata, può salvare una collettività dal micidiale binomio tra psicosi e nevrosi permanenti, oltre che dall’alluvione di scempiaggini che dilagano sulla Rete. Ha dimostrato, l’exploit del morbo cinese, l’importanza, l’indispensabilità, di una corretta informazione per la tenuta di una comunità. Non a caso tutte le lacerazioni, tutte le sciocchezze provengono dal web.

Ora. Prima o poi il virus si calmerà e si dovrà fare la conta dei danni. Sarà il momento clou, l’appuntamento decisivo per la distribuzione delle risorse. L’informazione sarà fondamentale, soprattutto l’informazione scritta. Hai voglia a dire che i giornali non contano più come una volta, ma i programmi di radio, tv e internet sono un saccheggio continuo della stampa tradizionale. E siccome la stampa italiana è essenzialmente territoriale, i territori in cui si legge di più avranno ovviamente un peso maggiore nel pressing sui decisori e distributori centrali anche in vista di un probabile «Piano Marshall-bis» contro i disastri causati dal coronavirus.

Il divario di penetrazione giornalistica tra Nord e Sud resta uno tra i problemi più seri dello Stivale, dal momento che le democrazie non sono soltanto conflitti tra idee, ma sono anche o soprattutto scontri tra interessi. Abbandonare il campo, lasciare che sia solo la stampa del Nord a fare l’asso pigliatutto nell’informazione del Paese equivale per il Sud a una batosta più grave di quella insita un federalismo a trazione nordista.
Anche per questa ragione il Sud non può permettersi di perdere una voce come La Gazzetta del Mezzogiorno. Non lo diciamo oggi che la sorte del quotidiano fondato 133 anni addietro da Martino Cassano (1861-1927) è quanto meno in bilico. Chi ci segue sa che questi concetti li esprimiamo da sempre su queste colonne. Un territorio privo del suo giornale di riferimento è un territorio oggettivamente più debole rispetto alle altre aree del Paese. Quante leggi e leggine ad hoc, a sostegno dell’apparato produttivo del Nord in crisi, hanno avuto nei giornali settentrionali i loro sponsor più accaniti e ostinati? Persino nella geopolitica dello sport, il peso superiore degli organi d’informazione del Nord ha indirizzato le scelte del Sistema verso precisi obiettivi particolari, estranei all’interesse nazionale.

Purtroppo la «borghesia» del Mezzogiorno ha sempre sottovalutato il nesso tra ricchezza materiale e informazione, tra influenza politica e diffusione dei quotidiani. Nel Sud si comprano meno giornali, anche se per fortuna gli indici di lettura sono assai più confortanti (la Gazzetta annovera 500mila lettori al giorno). Ma bisognerebbe fare, leggere di più.
Un nostro amico ci ha detto: sarebbero inconcepibili una Puglia e una Basilicata senza La Gazzetta del Mezzogiorno. Sarebbe come se la Lombardia fosse privata del Corriere della Sera o il Piemonte della Stampa.
Eppure la prospettiva di due regioni del Sud improvvisamente orfane del loro foglio di riferimento è tutt’altro che ipotetica. Bisogna fare presto, prestissimo, per impedire che l’eutanasia possa verificarsi.

Il fondatore di questo giornale, 133 anni fa, fu più lesto di un gatto nel comprendere che la partita delle regioni meridionali si doveva giocare innanzitutto sul terreno dell’informazione. Radunò un gruppo di imprenditori volenterosi e lungimiranti e diede vita al Corriere delle Puglie (nome iniziale della Gazzetta). Di sicuro Puglia e Basilicata se ne sono giovate per più di un secolo.
Oggi servirebbe una Gazzetta 2.0, il replay dell’operazione andata felicemente in porto nel 1887. Cari imprenditori, cari professionisti di Puglia e Basilicata, se credete nel ruolo di questo giornale, battete sùbito un colpo. Domani potrebbe essere troppo tardi.

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