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Ogni volta che viene data notizia di uno spreco o di un beneficio non meritato, il cittadino sarà sempre più scettico sulla volontà di fare sul serio

soldi

I dati sullo scenario economico del 2019 impongono una seria riflessione. Siamo stati i peggiori d’Europa con un Pil in crescita stentata dello 0,2%, che pregiudica non poco la partenza del 2020. Occorre “degrillizzare” l’esecutivo, ossia riportare concretezza e una solida gerarchia nell’ordine delle priorità, dopo un’ubriacatura collettiva, che ha visto nel 2018 il Conte I impostare un’agenda economica basata da due provvedimenti nefasti: quota 100 e reddito di cittadinanza, ambedue prodromici a frenare la dinamica economica.

In relazione al tema pensionistico, non ce la passiamo bene. Il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo ha dichiarato che “la priorità è superare la legge Fornero, rendendo il sistema italiano più equo e flessibile”. Non ci siamo. Elsa Fornero ha saggiamente messo fine a un enorme furto generazionale. Ma quale flessibilità? Sono ingenti risorse trasferite bellamente dalle classi agiate – i pensionandi e i pensionati, vedasi le ricerche della Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie italiane - a chi non riesce arrivare a fine mese – i giovani. I dati parlano chiaro. Nel 2019 sono andati in pensione a 67 anni 33.123 dipendenti, mentre ben 126.107 sono andati in pensione anticipata (a 62). Tra cinque anni un terzo degli italiani avrà più di 60 anni. In un sistema a ripartizione, chi pagherà le pensioni? Ha ragione il Fondo monetario internazionale quando parla di “giustizia attuariale” mentre l’espressione usata dagli esponenti sindacali “bagno di sangue” (nel caso di applicazione del metodo contributivo) sono fuori dalla realtà, non solo semantica.
Se il governo intende durare sino alla fine della legislatura o se non altro all’elezione del presidente della Repubblica – gennaio 2022 – deve cambiare passo e incidere sui problemi atavici che impediscono una crescita sana e sostenibile.

In un Paese dove sempre meno gente lavora, dove esiste una “società signorile di massa” - così ben descritta da Luca Ricolfi – che vuole sempre più diritti e meno doveri – il “dirittismo” (Troppi diritti, Barbano, 2019), occorre colpire al cuore il corporativismo. Mario Draghi nel 2011 da Governatore della Banca d’Italia andò al cuore del problema: “Non esistono scorciatoie. Occorre sconfiggere gli intrecci di interessi corporativi che in più modi opprimono il Paese; è questa una condizione essenziale per unire solidarietà e merito, equità e concorrenza, per assicurare una prospettiva di crescita al Paese”.
Dov’è finita la spending review? Perché non se ne parla più? Come ha sostenuto con vigore Carlo Cottarelli, i maggiori risultati di una revisione della spesa vengono da una programmazione pluriennale, non da interventi dettati dall’emergenza. Se si vuole veramente ridurre l’Irpef per le classi medio-basse, si deve ridurre la spesa corrente, altrimenti i cittadini ridurranno i consumi, consapevoli che a un taglio delle tasse in deficit, prima o poi, corrisponde un aumento della tassazione.

La crescita, che da un ventennio abbiamo perduto, deriva da demografia favorevole e produttività. Entro il 2045 la popolazione tra i 20 e i 64 anni diminuirà in Italia di 6 milioni. Non ci resta che agire sul fronte della produttività, e in particolare nel settore pubblico, che rappresenta la metà del sistema economico. Ad esempio, è forte la tendenza - lo diceva anche Tito Boeri quando aveva visibilità delle richieste dentro l’Inps – a tornare presso il paese d’origine e non nei luoghi dove è più forte la domanda di servizi pubblici. Bisogna fare di più con meno, non c’è tempo da perdere.
Voglio chiudere con le sagge parole di Roberto Perotti: “Nessun governo può chiedere sacrifici ai propri cittadini se prima non dimostra di saper dare una spallata ai privilegi più assurdi. È una semplicissima questione di credibilità”. Ogni volta che viene data notizia di uno spreco o di un beneficio non meritato, il cittadino sarà sempre più scettico sulla volontà di fare sul serio.

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