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Brevi lezioni dall’Emilia-Romagna. La prima: non è vero che le elezioni si vincono solo promettendo (la luna) e mai governando (bene)

Emilia Romagna, confronto tra Borgonzoni Bonaccini

Brevi lezioni dall’Emilia-Romagna. La prima: non è vero che le elezioni si vincono solo promettendo (la luna) e mai governando (bene). Anche l’opposizione di centrodestra riconosceva al presidente Stefano Bonaccini di aver fatto un buon lavoro, poi ratificato, domenica scorsa, in cabina elettorale. Bonaccini si è rivelato il valore aggiunto del centrosinistra: oltre a portare in dote anni di buongoverno, il vincitore della partita emiliana ha avuto il merito di spoliticizzare la contesa, di allargare la propria alleanza, e di non farsi sedurre da radicalismi e estremismi di nessun tipo. Per intenderci: lui non ha esitato un attimo nell’opporsi alla plastic tax pensata dall’attuale governo che, specie nella stesura iniziale, avrebbe azzoppato parecchie imprese del settore con sede in Emilia-Romagna; né ha eretto barricate contro le trivellazioni petrolifere. Insomma, Bonaccini si è ripresentato con l’immagine del collaudato riformista emiliano, riuscendo a portare a casa un risultato che, a un certo punto della campagna elettorale, pareva piuttosto in bilico, alla luce della decisione dei Cinque Stelle di presentare un proprio candidato e, soprattutto, alla luce della sfida lanciatagli da Matteo Salvini in persona: per la Lega, la conquista della rossa Emilia-Romagna avrebbe rappresentato un exploit senza precedenti, come se il Lecce avesse battuto il Real Madrid al Bernabeu.

Seconda lezione. Come testé accennato, Salvini ha fatto il diavolo a quattro pur di mettere la propria bandierina sull’Emilia. Ma ha commesso un paio di errori rivelatisi fatali: la scelta di una candidata tutto sommato modesta; la radicalizzazione del messaggio e di alcune iniziative. Un candidato regionale modesto a volte ci può pure stare in una gara elettorale, a condizione però che non si debba rimontare il cospicuo svantaggio iniziale. In tal caso, sarà una mission impossible. L’estremizzazione, del linguaggio, inoltre, spesso serve a compattare i militanti e gli elettori sensibili ai proclami identitari, ma può trasformarsi in un boomerang quando bisogna fare colpo sull’elettorato indeciso che, solitamente, staziona al centro, incerto, negli spareggi, tra destra e sinistra. Per dire. La citofonata a una famiglia tunisina sospettata di smerciare droga, di sicuro non ha giovato al Capitano leghista: infatti al Pilastro, il quartiere bolognese con problemi di spaccio, la Lega si è fermata al 18 per cento di voti.
Terza lezione. Oggetto: la drammatica crisi dei Cinque Stelle. Più volte, nei mesi scorsi, la parabola discendente di Beppe Grillo era stata accostata alla breve biografia politica di Guglielmo Giannini (1891-1960), anche lui attore, anche lui animatore di un (primordiale) movimento anti-Casta che nel secondo dopoguerra stava procurando più di un grattacapo ai leader di maggioranza e opposizione.

Nell’estate 1946, Giannini fece eleggere sotto le insegne dell’Uomo Qualunque - il cui acronimo programmatico era PDQCNVPARLSDN (Partito di quelli che non vogliono più avere rotte le scatole da nessuno) - una trentina di suoi candidati all’Assemblea Costituente. Pareva l’esordio di un’avanzata travolgente, invece la mela delle alleanze si rivelò una seduttrice esiziale. A furia di contattare tutti, dal Msi al Pci, passando per la Dc, l’Uomo Qualunque perse la sua carica anti-sistemica per afflosciarsi come un sacco di patate.
Qualcosa di simile potrebbe accadere ai Cinque Stelle. Fino a quando prevale l’originario spirito iconoclastico contro destra e sinistra, lo zoccolo duro di aderenti e simpatizzanti è garantito. Ma quando, a livello centrale, ci si avventura sul terreno degli accordi, pianificando alleanze predefinite, beh, allora cominciano i problemi. Perché votare un dichiarato outsider se questo outsider ha già scelto la terra di approdo? Meglio, come si dice, affidarsi all’usato sicuro. Ora i pentastellati si trovano al bivio: ribadire l’intesa col Pd col rischio di passare all’irrilevanza, abitualmente prodromica dell’eutanasia politica; oppure riprendere una linea corsara, tra destra e sinistra, col pericolo però di non sapere dove andare e di spaccare in due il proprio equipaggio?
Peraltro, la crisi dei Cinque Stelle è figlia del ritorno del bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra. Se poi questo revival del bipolarismo fosse codificato in un sistema elettorale maggioritario, per il M5S sarebbe ancora peggio. A Grillo e Casaleggio converrebbe battersi per il sistema proporzionale puro, che concederebbe loro un minimo di potere contrattuale. Ma il voto emiliano potrebbe spingere sia Zingaretti sia Salvini a mettersi d’accordo sul modello maggioritario che consentirebbe a Pd e Lega di monopolizzare le rispettive coalizioni, al governo o all’opposizione.
Salvini già si è portato avanti nel lavoro, cannibalizzando Forza Italia (ridotta ai minimi termini, nonostante il trionfo della Santelli in Calabria) e galvanizzando Fratelli d’Italia. Ora, però, dovrà cimentarsi nella costruzione di uno schieramento solido in grado però di non spaventare quella fetta di opinione pubblica moderata orbitante al centro, fetta minoritaria quanto si vuole, ma decisiva assai come testimonia il voto in Emilia-Romagna.
La Regione Puglia, con il quasi certo prossimo scontro Emiliano-Fitto, sarà la cartina di tornasole delle nuove sfide tra centrosinistra e centrodestra.
Nonostante i continui necrologi sulla fine dell’elettorato riformista e moderato, le elezioni si vincono facendo proseliti nel succitato recinto, anche se non tutti vogliono rendersene conto.
Servirebbe, per evitare che la rissa sui modelli elettorali prosegua all’infinito e sfoci nel marasma generale, una riforma costituzionale che assicuri più stabilità di quella che garantirebbe una buona legge elettorale. Ma, stavolta, ci inoltreremmo nella foresta dei programmi vasti e ambiziosi, di conseguenza irrealistici, specie in Italia. Eppure, è proprio di questo genere di progetti che avremmo assoluta necessità.

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