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Nel 1978, nel film «L’Ingorgo», Luigi Comencini raccontava uno dei peggiori incubi dell’automobilista italico: il blocco in autostrada. Erano gli anni immediatamente dopo il boom economico, e il Paese poteva vantare una rete viaria, sorta dalle macerie della seconda guerra mondiale, tra le più moderne in Europa.

Cinquant’anni dopo: dicembre-gennaio 2019-2020. Migliaia di italiani sono «inscatolati» sull’A14, la mitica Bologna-Taranto, unica direttissima adriatica tra il Nord e il Sud, tra Europa e Oriente.

Sono fermi per ore, ogni giorno cambiano i volti e le vetture, ma la scena si ripete da più di un mese, mentre le agenzie di stampa battono bollettini di guerra, da retromarcia dello sviluppo. «Ci guardiamo dai finestrini con sguardi eloquenti e rassegnati e con lo stesso sconforto di chi pensa di non meritarsi tutto questo», scrivono sui social. «Abbiamo l’amara constatazione che queste luci rosse bloccate in galleria sono un’eloquente metafora dello stato del nostro Paese».

Un caos soprattutto all’altezza dell’Abruzzo e delle Marche, con code lunghissime causate dal sequestro di alcuni viadotti e gallerie da parte della magistratura di Avellino: i continui restringimenti di carreggiata, il divieto misterioso - c’è e non c’è - che costringe i camion ad uscire, intossicare per un po’ la Statale 16 e rientrare, quattro frecce si accendono a segnalare un cantiere e tutto si ferma. C’è chi, partito alle 10 del mattino da Forlì, arriva in Salento a notte inoltrata. Quindici ore per un viaggio che in una nazione normale ne richiederebbe 7-8. Per chi va verso Nord la tragedia inizia subito dopo Termoli: 3-4 ore per percorrere i 70 chilometri fino a Pescara. Stessa vergogna nazionale per chi procede verso Sud, mentre a Roma il governo dribbla i resoconti drammatici (malori, mezzi di soccorso bloccati, appuntamenti saltati) e si prepara all’ennesima resa dei conti sulle concessioni. Non una parola di conforto, nel gelo dell’asfalto, non una rassicurazione pure falsa. La questione che interessa nei palazzi piuttosto è la sfida politica a colpi di annunci - solo annunci - tra i pro e i contro Atlantia (la società che gestisce il maggior numero di chilometri autostradali). Nel frattempo si arriva a 9 ore in auto sulla tratta Ancona-Pescara, mentre al massimo si solleva - inascoltato nei vertici romani sulla legge elettorale e tra il bighellonare generale su Rula Jebreal e Rita Pavone sì o no a Sanremo - qualche pianto dei Comuni che volevano essere nel cuore verde d’Italia e si ritrovano assediati dai gas venefici di migliaia di vetture incolonnate su viadotti traballanti e sotto tunnel instabili.

Eccola la foto dell’Italia che vorrebbe contare in Europa e battere i pugni per gli equilibri mondiali, e invece lascia i propri concittadini intrappolati in sculture di cemento, belle e inutili. Certo la Regione Abruzzo entra nella partita e minaccia il blocco dei tir. Il governo minaccia Autostrade, gli automobilisti minacciano i casellanti, i casellanti alzano gli occhi al cielo. Ma non cambia nulla, nella generale rinuncia a svolgere un briciolo del proprio ruolo e nell’indifferenza totale se poi tocca alla magistratura metterci una pezza. Una pezza che riflette codici e leggi e che, come spesso avviene, ignora una realtà di cui vergognarsi. Eppure è l’Italia, quella pura, vera, che si perde, come da tradizione, in un groviglio di competenze, con incompetenti cui sovente è affidato il compito di sbrogliarle. In effetti, le questioni tecniche che hanno portato alla paralisi (degrado dell’autostrada A14 per mancata manutenzione, barriere laterali modificate irregolarmente su alcuni viadotti, galleria non a norma) e i conseguenti sequestri giudiziari hanno aperto una questione politica, da cui la politica pare infastidita. Resta il fatto che le decisioni su chiusure e limitazioni del traffico sono distribuite tra ministero delle Infrastrutture e Prefetture e finora c’è stato solo un lungo rimpallo. Con il «bel» Paese che si divide, si allunga sempre di più, nella non consapevolezza - errata - che in fin dei conti si tratti solo di questioni abruzzesi e marchigiane.

Traffici di merci e danni alle aziende a parte, infatti, basti immaginare cosa accadrà tra pochi mesi, con l’esodo estivo, quando i «restringimenti» diverranno barriera invalicabile e inferno di fuoco verso i mari del Sud. Laggiù, a poche centinaia di chilometri impossibili da percorrere, per la Puglia isolata (la Napoli-Bari è forse addirittura messa peggio) sarà probabilmente una pessima estate.

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