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L’Italia del buon senso non s’arrenda al senso comune

«Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

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I Promessi sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873) non sono solo un capolavoro letterario, il romanzo che più nazional-popolare non si può. Sono anche un piccolo grande trattato di economia - «uno dei migliori mai scritti» secondo Luigi Einaudi (1874-1961) -, con un addendum mica da poco: la chiarezza, la forbitezza di una prosa degna di un fuoriclasse della materia. Pochi economisti, infatti, riuscirebbero a spiegare la formazione del prezzo di un prodotto, la penuria e l’abbondanza dei beni sul mercato, con la stessa efficacia narrativa di Manzoni. Così come nessuno riuscirebbe a descrivere la peste e il conseguente contagio/panico di massa con la stessa forza divulgativa e didascalica dello scrittore milanese. Fino a una chiosa che, da sola, vale l’eternità del libro: «Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

Oggi, per fortuna, non si muore di peste, ma la vulgata figlia della superstizione e dell’ignoranza è dura a morire, vedi (in economia) la tesi, in voga da anni in Italia, secondo cui più sale il deficit più può scendere il debito, o vedi la teoria secondo cui misure come reddito di cittadinanza e quota cento favorirebbero la ripresa dell’occupazione. Manzoni non esiterebbe un nanosecondo nel ribrevettare la sua fatidica frase: «Il buon senso c’era, ma se ne stava nascosto per paura del senso comune».

È il buon senso la risorsa di cui il Belpaese e, in particolare, la classe politica avrebbero più bisogno, e che invece (sempre il buonsenso) pare emigrata insieme con molti giovani di talento. Altro che ballottaggio tra energie tradizionali ed energie alternative: resta il buon senso la risorsa più preziosa. Ma da qualche tempo il senso comune ha preso il sopravvento.

E quando il senso comune prende il sopravvento può accadere che i postulati classici (manzoniani) dell’economia si ribaltino come una vettura precipitata in un burrone.
Il buon senso suggerirebbe che non è questione di austerità: se lo Stato è a corto di quattrini delle due l’una: o riduce le pensioni o aumenta i contributi previdenziali.
E così pure il buon senso suggerirebbe che è da autolesionisti contrapporre l’Italia all’Europa e a tutti gli organismi internazionali (Fondo Monetario, Ocse...), non foss’altro perché di quegli organismi fa parte la nostra nazione, per altro socia fondatrice dell’Unione Europea.

Il buon senso suggerirebbe ancora che è da sprovveduti aspettarsi la ripresa economica del Belpaese senza avviare investimenti pubblici (lavori infrastrutturali) e privati (grazie a facilitazioni nelle assunzioni). Nessuna crescita sarebbe mai possibile senza una decisa spinta a investire. Neppure Padre Pio (1887-1968), per altro provvisto di uno spiccato spirito imprenditoriale, ne sarebbe capace. Invece, si fa poco o punto in proposito. Altro che rendere più scorrevole il mercato. In Italia si innalzano più paletti che su una pista di slalom.
Il buon senso suggerirebbe soprattutto di non alzare troppo la voce con l’Europa, non già perché, una volta o l’altra, potrebbe essere l’Unione tanto bistrattata ad assecondare gli eurocontrari italici smaniosi di uscire dal club della moneta comune, ma perché l’Europa rimane un affare: senza il mercato unico, cioè senza dazi, col cavolo che l’Italia sarebbe diventata la seconda economia manifatturiera del Vecchio Continente.

Il buon senso suggerirebbe inoltre di ringraziare il ruolo di guardiani dei conti pubblici che svolgono a Bruxelles. Altrimenti il debito pubblico del Belpaese avrebbe raggiunto vette siderali, procurando rovinose vertigini al sistema democratico che di solito - l’esempio viene dal Sudamerica -, subisce danni cerebrali irreparabili dalla spirale dei dissesti finanziari.
Il buon senso suggerirebbe di concentrarsi perlomeno sulla qualità della spesa, visto che gli interventi sulla quantità sono più osteggiati di un manipolo di tifosi capitati sugli spalti degli ultrà rivali. Invece tutto si fa, tranne che investire su ricerca, tecnologie e innovazione, su istruzione e opere pubbliche.

A proposito di scuola. Nessun Paese può decollare senza un’alfabetizzazione capillare e senza la serietà degli studi. Invece, da noi, prevalgono coloro che a scuola vogliono eliminare i compiti a casa, disabituando così i ragazzi all’apprendimento e al sacrificio. Neppure un’ improvvisa batteria di buone leggi riuscirebbe ad attenuare il danno provocato dal lassismo scolastico generalizzato. La pre-infrastruttura della crescita è il sapere, la conoscenza, la meritocrazia, non le conoscenze tra gli amici che contano.

Il buon senso suggerirebbe di non dire sempre no, a tutto, perché a furia di dire no ad ogni proposta tesa a realizzare qualcosa, si finisce per radicare/diffondere una mentalità ora rinunciataria ora parassitaria. E l’Italia di tutto ha bisogno tranne che di dosi continue di bromuro. Semmai il Belpaese va svegliato ogni giorno, così come venne svegliato durante gli anni Cinquanta grazie a una classe politica di governo e di opposizione che sapeva quello che faceva e soprattutto sapeva dove voleva andare.

Il buon senso farebbe notare che se il consumo di suolo può essere un pericolo perché il territorio è un bene irriproducibile, anche l’abbandono di suolo può rivelarsi una iattura, visto che il degrado costituisce uno pugno micidiale per lo sguardo, per l’ambiente e per la salute medesima. Riqualificare un’area urbana è sempre cosa saggia e opportuna, anche perché, per usare un concetto di Renzo Piano, il rammendo spesso è preferibile alla ruspa. Invece, quando dilaga l’ideologismo, che è senso comune molto più di quanto s’immagini, il buon senso se ne sta nascosto, per paura.
Ecco il punto. L’Italia del buon senso, che ancora c’è ed è anche affollata, non dovrebbe avere più paura del senso comune. Dovrebbe uscire allo scoperto e, specie nel Sud, dovrebbe smascherare tutti i luoghi comuni, tutte quelle balle e bolle pseudo-culturali che tengono al palo, per non dire di peggio, il Paese che più ha dato al mondo nel campo delle arti, della scienza e della conoscenza. Programma vasto e ambizioso? Sarà. Ma l’alternativa è il Sudamerica.

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