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Verso il nuovo ping pong sulla riforma elettorale

Le cronache dal Palazzo dimostrano come le convinzioni sui modelli elettorali siano più incerte e vaganti delle foglie autunnali, e che tutto dipenda dalle circostanze immediate e dalle prospettive individuali di affermazione, o no, nel breve periodo

Verso il nuovo ping pong sulla riforma elettorale

Cosa fa un partito, in Italia, quando trionfa nelle urne? Vuole subito modificare la legge elettorale in senso maggioritario per consolidare, nelle successive votazioni, la sua (raggiunta) posizione di forza nel Paese e nel Parlamento. Cosa fa un partito quando perde in cabina elettorale? Vuole cambiare le regole del voto in senso proporzionale per evitare che l’eventuale successiva sconfitta sancisca un ulteriore lungo distacco dall’area di governo.
In sintesi. Chi vince diventa quasi sempre maggioritarista. Chi perde si trasforma quasi sempre in proporzionalista. Ovviamente, non mancano le eccezioni, ossia i politici coerenti che, sulle regole del voto, non mutano parere in base ai risultati elettorali del momento. Ma, appunto, rimangono eccezioni.

Le cronache dal Palazzo dimostrano come le convinzioni sui modelli elettorali siano più incerte e vaganti delle foglie autunnali, e che tutto dipenda dalle circostanze immediate e dalle prospettive individuali di affermazione, o no, nel breve periodo.
Né induce alla riflessione la constatazione che le (nuove) regole del gioco quasi sempre sconfessino i piani dei loro autori. I neomaggioritaristi il più delle volte si ritrovano beffati dal voto degli elettori, voto che di solito smentisce le previsioni dei calcolatori. Il che succede pure ai neoproporzionalisti per legittima difesa, quasi sempre spiazzati, anche loro, da un responso elettorale che, con altri criteri di riparto, forse avrebbe consegnato loro più seggi nelle assemblee elettive.
La letteratura sui delusi e disillusi dalle riforme elettorali può riempire chilometri quadrati di biblioteche. Ma, nonostante ciò, la riforma elettorale accende maggioranze e minoranze parlamentari più di una sessione di bilancio a Natale, e le esalta più di una gita a New York.

Salvini ha vinto e vuole il modello maggioritario secco. Di Maio ha perso e pretende il sistema proporzionale puro. Gli altri, per ora, stanno alla finestra, in attesa di uscire per strada una volta conosciuta la tendenza dei sondaggi.
Né induce alla prudenza il fatto che le regole del gioco non sono mai neutrali, tanto è vero che, di solito, esse ribaltano sia la domanda sia l’offerta elettorale. Macché. Sulle regole del gioco si scatenano gruppi e fazioni che potrebbero impiegare su altri temi il loro arrembante pressing.

Di Maio la pone già come condizione: se l’alleanza con il Pd ha una mezza chance di tenuta, l’ultimo mastice si chiama modello proporzionale. In caso di risposta negativa da parte di Nicola Zingaretti, ciao core, ciao Conte, ciao colleghi.
Salvini, invece, ragiona al contrario: se il Parlamento vuole evitare di essere vietnamizzato dalla Lega, in un marcamento a uomo simile a una guerriglia casa per casa, bisogna procedere di corsa verso il sistema maggioritario. E se pure Silvio Berlusconi dovesse mettersi di traverso, a questo disegno, nel segno della proporzionale, allora tanti saluti da parte della Lega e amici (?) come prima..
Insomma, ancora una volta sarà la riforma elettorale l’oggetto della contesa più aspra. Molto più delle misure fiscali, dell’Europa, di Trump e del campionato di calcio.

Che dire? Beato quel Paese che non ha bisogno di discutere di nuove regole dopo ogni appuntamento elettorale, cioè sempre. Beato quel Paese, i cui partiti non hanno bisogno di regole «amiche» per conquistare o riconquistare lo scettro di governo. Anche perché, ripetiamo, le regole «amiche», nel momento clou, si trasformano puntualmente in regole «nemiche». E la giostra di proposte, riforme, ultimatum e recriminazioni riparte nuovamente.
Né sarebbe realistico affidarsi a una Grande Riforma che comprenda anche la materia elettorale.
Uno, perché l’Italia potrebbe addirittura vivere una rivoluzione (il che è tutto da vedere), ma di sicuro il Belpaese sembra refrattario alle riforme, figuriamoci a quelle formato extralarge. L’Italia è un Paese di scioperi e ribellioni, più che di rivoluzioni e riformismi. Quindi...

Due, perché ogni proposta di Grande Riforma non ha mai portato bene al suo artefice-ideatore. Tutti gli aspiranti riformatori hanno collezionato cocenti sconfitte, ora nelle urne ora nelle sagrestie di partito. Di conseguenza, solo un kamikaze potrebbe ritentare l’impresa, anche se il bravo Mario Draghi non perde occasione per incitare l’Italia a riformare se stessa.
Prepariamoci perciò alla ripresa del ping pong sulla legge elettorale, il cui vero pregio, per la classe politica, è di prestarsi ottimamente alla metamorfosi da traguardo agognato ad arma (dialettica) di distrazione di massa.
Ma Di Maio e Salvini, c’è da scommettere, non molleranno la presa, rispettivamente, su proporzionale e maggioritario. A meno che, tra loro, non dovesse rifare luce quel colpo di fulmine che già li unì nella prima innaturale alleanza. Ipotesi, quella del bis, pressoché inverosimile, anche se l’accoppiamento col Pd non è mai stato, da parte di Di Maio, un atto di vero amore. Tutt’al più una reazione istintiva della serie chiodo schiaccia chiodo.

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