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«Tra le varie combinazioni di governo, fino a quando non ci sarà la chiara volontà di ridurre il debito pubblico, qualsiasi programma di crescita resterà lettera morta»

De Tomaso da oggi in Rai  ricorda i giorni della Storia

Il Belpaese potrà sperimentare tutte le combinazioni di governo (in)immaginabili, ma fino a quando non ci sarà la chiara volontà di ridurre il debito pubblico, qualsiasi programma di crescita resterà lettera morta. È questo il messaggio in codice inviato dalla Commissione Europea a Palazzo Chigi in una nota che pure non contiene ultimatum o giudizi negativi sulle misure anti-crisi approvate dall’esecutivo. Ma per ridimensionare il debito pubblico è indispensabile un pacchetto di riforme strutturali (su cui insiste in modo particolare Mario Draghi), la cui introduzione comporterebbe, per gli eventuali artefici, un inevitabile salasso elettorale.

Di conseguenza, nessuno si azzarda a proporre soluzioni incisive, fatta eccezione per quei micro-interventi suscettibili di essere spalmati su larghe fasce della popolazione, in modo da bloccare in partenza la probabile reazione di specifici gruppi organizzati, colpiti in pieno nei propri interessi.
E siccome in Italia si vota in continuazione perché non si contano i livelli amministrativi e perché non c’è un election-day che accorpi tutti i molteplici appuntamenti elettorali, la stagione delle riforme strutturali fa parte, ormai da lunga pezza, del libro dei sogni o del mondo immaginario.

L’election-day potrebbe servire ad attenuare la paura di pagare nell’urna il prezzo di scelte dolorose nell’attività di governo, ma non si ha notizia di iniziative in tal senso. Votare ogni 4-5 anni non è la stessa cosa che votare ogni anno (a volte, anche con un intervallo inferiore).
Guido Carli (1914-1993), governatore della Banca d’Italia prima, e ministro del Tesoro successivamente, spesso sollecitava, lui, i suoi colleghi europei a intervenire sulla classe politica italiana affinché fossero rispettati i vincoli comunitari. Era consapevole, Carli, che nemmeno il suo indiscusso prestigio e la sua riconosciuta autorità in materia economica riuscivano a frenare i bollenti spiriti di un ceto politico smanioso di spendere soldi pubblici per acquistare il consenso elettorale.
Ovviamente, l’election-day andrebbe paragonato a un’aspirina, non a un’operazione chirurgica in grado di risanare, quasi definitivamente, gli organi malati. Ma anche sotto questo aspetto, la quadratura del cerchio è più difficile di una gara di calcio disputata senza portiere. Le intese di programma sono difficili perché il programma di ogni partito di una coalizione a volte si rivela addirittura incompatibile con quelli degli alleati del momento.

Poche settimane addietro sembrava che, sul piano dei contenuti, la distanza tra il M5S e il Pd fosse più corta rispetto al divario tra M5S e Lega. Oggi, che le sigle della coalizione sono cresciute di qualche unità, non solo si avverte un clima di conflittualità permanente tra Italia Viva e Pd, tra Italia Viva e M5S, tra Pd e M5S, ma addirittura è sceso il gelo, o quasi, tra il presidente del Consiglio e il leader (Luigi Di Maio) che lo aveva indicato al presidente della Repubblica quale candidato per pentastellati a Palazzo Chigi. Pertanto anche i più ottimisti sulla durata del governo adesso si chiedono fino a quando potrebbe resistere un’alleanza in cui la ricerca ossessiva di visibilità sta provocando più strappi e incomprensioni di una lite in famiglia per la meta delle vacanze.

Né è detto che la situazione volgerebbe al bello in caso di elezioni anticipate. Uno, perché le coalizioni, soprattutto in Italia dove il presidente del Consiglio raramente è il capo della maggioranza politica e del suo stesso partito di provenienza, sono per natura rissose e spesso provvisorie. Due, perché chiunque dovesse prevalere nell’urna si ritroverebbe presto di fronte alla montagna del debito pubblico e al relativo pressing dell’Unione Europea per ridurre il peso delle cambiali da onorare.
Fa specie l’ostinazione con la quale la classe politica rimuove dall’agenda la questione del debito pubblico. Fa specie la nonchalance con la quale (non) affronta tutte le riforme che potrebbero contribuire a ridare ossigeno alle finanze dello Stato, dalla giustizia alla pubblica amministrazione, dallo snellimento degli enti alla privatizzazione di beni poco profittevoli in mano allo Stato.

Anzi, l’impressione è che si voglia andare in direzione opposta rispetto alle sollecitazioni dell’Europa (e di Draghi) per tagliare l’indebitamento. Il caso del siderurgico di Taranto è l’ultimo esempio. L’Europa ci raccomanda di fare attenzione ai conti pubblici. La classe politica, invece, con i suoi zig-zag sull’ex Ilva, sta facendo di tutto per indurre ArcelorMittal a togliere le tende da Taranto e per rigettare lo stabilimento e una città intera nell’incertezza assoluta. Incertezza che, comunque, dovesse evolvere lo scenario, richiederebbe altri soldi da parte della comunità nazionale e comporterebbe altri cartellini rossi o gialli da parte dell’Europa. E poi tutti giurano, a parole, di voler ridurre il debito e bla bla bla. Il guaio è che costoro ignorano il fatto che solo riducendo il debito si aumenta l’occupazione, dal momento che parecchi quattrini non verrebbero più destinati al pagamento degli interessi, e potrebbero essere utilizzati per il sostegno agli investimenti pubblici e privati.

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