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Il duello tra Matteo Renzi e Matteo Salvini a Porta a Porta non ha nulla di epico. I due leader, per ragioni diverse, si trovano ad occupare spazi di seconda fila: uno spazio modesto per Renzi, molto più ampio quello di Salvini. Ma i due esponenti hanno in comune una dote di capitale professionale: la lunga militanza politica, da quando avevano appena dismesso i pantaloni corti da adolescenti. Renzi ha masticato politica democristiana e post democristiana in famiglia, il leghista ha avuto anche il tempo di assaporare le sirene dell’ideologia comunista nei centri sociali. I due sanno come muoversi, conoscono la tattica soprattutto della intercettazione.

La scelta di confrontarsi in tv in modo plateale risponde a uno schema preciso: azzerare gli spazi intermedi nella grande area che va da un ipotetico centro fino alla destra di governo occupata dalla Lega. La polarizzazione retorica e populistica serve a fidelizzare e a evitare il terzo incomodo in grado di tessere la tela della politica dell’immediato futuro. Perché questo è il tema vero del conflitto politico: chi sarà in grado di tessere la tela estesa dal centro potrà determinare l’agenda politica. Molti indizi, infatti, fanno pensare che la fase del dilettantismo stia per finire. Con il tempo i dilettanti imparano e diventano inesorabilmente casta anche loro. Una cosa è gridare parole e slogan da oppositori e promettere la felicità, altro è dover misurarsi con i complicati problemi del governo.

In politica però, come nella vita professionale e culturale, non si diventa veramente leader senza imparare dai grandi del passato. Senza maestri autentici e riferimenti morali di alto profilo non si entra nel giro della storia. I due Matteo hanno un grave problema: prima Renzi e poi lo stesso Salvini hanno conquistato il potere opponendosi al passato. Il fiorentino ha pensato di crescere decretando la rottamazione degli avversari, il leghista si è avventurato in un percorso solitario che lo ha portato inesorabilmente a sbattere contro i muri che lui stesso aveva alzato. Senza il passato dei grandi uomini della libertà e della democrazia il rischio è di scivolare nel buio della fine della libertà e delle avventure antidemocratiche.

Il cantiere del centro è affollato. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha finora escluso la formazione di un partito da lui guidato. In realtà, i partiti di nuovo conio se vogliono avere successo devono essere il risultato di un processo e non la condizione. Meglio lavorare con quello che c’è, impegnarsi nel comporre relazioni ed equilibri e costruire capisaldi di potere su cui contare. Conte ha molti avversari e non mancano i denigratori. I suoi pregi però non sono da sottovalutare. Difficile trovarlo impreparato. I dossier li studia personalmente e non si accontenta delle sintesi preparate. In questi giorni di scontri e liti per la preparazione della legge di bilancio non si è fatto sorprendere fuori dal campo. Non ha paura di affrontare le asprezze polemiche e le sa rielaborare a suo vantaggio. Un cardinale, nella crisi dell’estate, disse che Conte rappresentava <una trincea>. Da allora l’impressione è che la trincea si sia allargata, o forse si è ristretta quella degli altri.

L’Italia è in stagnazione economica. Purtroppo non abbiamo energie in grado di trascinare in modo esteso e creativo il paese fuori dalle difficoltà. Possiamo contare su personalità nell’impresa, nella scienza e nella tecnica di grande valore, ma si tratta di esempi frequenti e isolati. L’immobilismo economico, il macigno del debito pubblico, la pesante situazione demografica con il crollo delle nascite, lo scoraggiamento dei giovani hanno determinato una caduta rovinosa della qualità della politica. Questo intreccio perverso deve essere risolto perché non si è mai visto un paese riprendere coraggio e mettersi in marcia senza un largo fronte ottimistico e fiducioso delle proprie capacità. Una politica pasticciona, che si accontenta di piccoli aggiustamenti, un ceto dirigente che si lascia sedurre dai regali finanziari, l’uso strumentale della spesa pubblica, rappresentano gravine di depositi maleodoranti nelle quali finiscono anche le buone intenzioni. In tale situazione, qualsiasi tentativo di creare un nuovo centro è destinato al fallimento. Una piccola folla di politici si appella al popolo sperando di conquistarne la mente. E intanto spende il proprio tempo nei tatticismi di potere. All’orizzonte non è apparsa una buona squadra, preparata e leale, pronta alla grande fatica di cooperare con il popolo in modo onesto. Se il popolo è solo uno strumento della demagogia un centro vitale non potrà nascere.

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