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Quella voglia di distribuire (e indebitarsi) prima di creare

L’aspetto più clamoroso di questa crisi di governo è che tutti i partiti propongono una politica economica simile, espansiva, ossia più debiti di quanti lo Stato italiano è già chiamato a onorare

Quella voglia di distribuire (e indebitarsi) prima di creare

Sosteneva la buonanima del ministro Beniamino Andreatta (1928-2007), economista acuto e polemista vulcanico, che in Italia non cambiano i governi, cambiano solo i ministri. Con questa riflessione ultra-paradossale, Andreatta voleva sottolineare il fatto che al governo si alternano i politici, ma non le politiche. Le politiche restano pressoché identiche, più o meno intercambiabili, ovviamente tutte nel segno del Primato della Politica che, come osservava Aldo Moro (1916-1978), punto di riferimento di Andreatta, spesso si traduce in mediazione oliata dal pubblico denaro. In concreto: più sono lontani tra loro i partiti che devono dar vita a un esecutivo, più la mediazione oliata dal pubblico denaro richiede un incremento della spesa statale. Il compromesso tra opposti o diversi si può raggiungere solo così.

La crisi di governo più pazza e incomprensibile di tutti i tempi ha già fatto scorrere fiumi di inchiostro: sulle varie anomalie della sua origine, sulle contraddizioni tra ex alleati che alleati non erano, sui pentimenti in corso d’opera, sui rilanci per riscrivere il «contratto» e via discorrendo.
Ma l’aspetto più clamoroso di questo strappo e dei successivi tentativi per ricucirlo è che tutti i partiti, diconsi tutti i partiti, litigiosissimi tra loro, propongono una politica economica assai simile, espansiva, ossia più debiti di quanti lo Stato italiano è già chiamato a onorare. Certo, c’è chi fa quadrato sul reddito di cittadinanza e chi su quota cento sulle pensioni, così come c’è chi vuole sforare i vincoli europei per altri obiettivi. Ma la sostanza non cambia: ciascuno, a modo suo, propone di contrarre altro debito.

E il debito di oggi, ormai lo hanno appreso pure in prima elementare, corrisponde alle tasse di domani, dal momento che i tagli di spesa risultano quasi sempre, per la classe politica, più indigesti di dieci porzioni di frittura.
Rebus sic stantibus, si profila all’orizzonte un baratto che più beffardo non potrebbe essere: rialzare le tasse sul lavoro e sulle imprese per scongiurare l’aumento dell’Iva. Peccato che in questo modo si otterrebbe un effetto depressivo ancora più grave, oltre che più ingiusto, dal momento che i prelievi fiscali sui consumi non risparmiano gli evasori mentre quelli sulle persone vengono di solito schivati con la disinvoltura della (ex) slalomista Deborah Compagnoni sulle piste da sci.

La parola crescita non gode di molta attenzione nei documenti che circolano come base di intese governative. Addirittura, non viene citata affatto. Eppure solo la crescita potrebbe salvare l’Italia e congelare la pressione fiscale. Ma si preferisce insistere sul concetto di redistribuzione, assai più conveniente sul piano elettorale, a scapito del principio di accumulazione o predistribuzione, che pure è indispensabile per poter successivamente spalmare il surplus di ricchezza prodotta.
Calcoli alla mano, per evitare il balzo dell’Iva al 25 per cento, si dovrebbe tagliare quota cento e reddito di cittadinanza, o potare altri rami di equivalente consistenza. Ma siccome, a prescindere dalle chiamate ufficiali alle urne, l’Italia è una repubblica fondata sulla campagna elettorale permanente; e siccome nessuno presta fede alla preghiera di Alcide De Gasperi (1881-1954), secondo cui «in campagna elettorale bisogna sempre promettere qualcosa in meno rispetto a quello che si potrà mantenere», le spese si sovrappongono alle spese e le tasse si aggiungono alle tasse.

L’economista inglese John Maynard Keynes (1883-1946) viene invocato come il Padreterno tutte le volte che qualcuno, in nome del rigore finanziario, solleva dubbi sulla tenuta del bilancio statale. Keynes non era un liberista, ma non era nemmeno un testimonial dell’assistenzialismo. Inoltre era assai preoccupato per le mire, per le manovre dei poteri diffusi nella spoliazione della finanza pubblica. «La forza degli interessi acquisiti - osservava Keynes - è smisuratamente superiore a quella della graduale infiltrazione delle idee. Oltre un certo limite, l’aumento del numero complessivo dei cittadini a carico di un governo è autentico parassitismo sociale».

Ecco. Il più grave rischio che corre oggi l’Italia è proprio quello paventato da Keynes quasi un secolo fa: il parassitismo sociale nutrito dall’aumento del numero complessivo dei cittadini a carico dello Stato.
Anche l’idea di una Banca per il Mezzogiorno, fascinosa sul piano della comunicazione, è densa di insidie e di controindicazioni sul piano concreto, effettuale. Per creare una banca, ci vogliono i quattrini. Da dove li prenderebbe il governo centrale? Li potrebbe prendere solo dalla fiscalità generale. Ma il carico impositivo è così pesante che il gregge dei contribuenti fedeli potrebbe, all’improvviso, stramazzare al suolo. Si dice ancora che le banche dovrebbero fare più credito e meno finanza. Ma i dati dimostrano che la metà delle sofferenze, dei crediti deteriorati delle banche italiane, va ricercata nell’ambito dei prestiti e dei mutui sulla casa, cioè nell’attività tradizionale degli sportelli. E dal momento che l’edilizia e l’immobiliare hanno patito la contrazione congiunturale più grave della loro storia, a rimetterci sono stati innanzitutto gli istituti di tipo commerciale. La redditività delle banche che hanno fatto più finanza risulta invece più alta di quelle concentrate sul credito. L’ideale sarebbe una banca provvista di due pistoni (credito e finanza), ma in Italia questi concetti fanno fatica a penetrare nella cultura generale. Di sicuro non si dovrebbe ostruire la via che garantisce un Roe (return on equity) più gratificante. Invece, la resistenza dei pregiudizi in Italia è così forte da ribaltare, da sovvertire persino le risposte della realtà.

Non sappiamo quale sarà la formula di governo che succederà al bicolore capitanato da Giuseppe Conte, non foss’altro perché le sorprese si susseguono alla velocità della luce. Né sappiamo da chi sarà composto il team prossimo venturo. Né sappiamo se il dopo Conte sarà di lungo o breve corso. Sappiamo solo che se è vero - come avvertiva l’economista britannico Alfred Marshall (1842-1924) - che nulla più dell’applauso è temibile per un economista, figuriamoci per un leader di governo.
Cosa ci si dovrebbe aspettare da chi riveste responsabilità politiche? Innanzitutto, non rincorrere l’applauso. È vero. Fare debiti per acquisire consenso elettorale assicura l’applauso immediato, ma - è bene saperlo - a scapito di chi verrà dopo di noi. Che, invece, fischierà a perdifiato.

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