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Nuove sfide «mo’ vediamo» contro «mo’ votiamo»

Governi tecnici e governi balneari annoverano un copyright italiano. La loro serie è più lunga di Dallas

Conte ottiene la fiducia alla Camera con 350 voti a favore, 236 contrari e 35 astenuti

L’Italia è una Repubblica parlamentare. Il che sta a significare, anche, che persino il leader di partito o il presidente del Consiglio più influenti non possano, né debbano imporre il loro punto di vista, specie quando è in gioco la sorte della legislatura. Soltanto nei sistemi fondati sulla figura del premier, la durata delle assemblee legislative dipende dai calcoli e dai disegni del capo del governo. Infatti capita di frequente all’estero che, sulla spinta dei programmi del timoniere dell’esecutivo in carica, si vada a votare in anticipo, col rischio per il decisore (sovente accade) di non mietere il raccolto elettorale sperato.
Nei sistemi politici parlamentari tutte le decisioni sono più complesse e più ponderate rispetto alle analoghe deliberazioni esaminate nei sistemi ad alto tasso di presidenzialismo o premierato.

Figuriamoci, ripetiamo, quando è in ballo il futuro delle Camere, cioè di deputati e senatori. Anche il mattatore più forte sulla scena dovrà faticare più di Ercole per prepensionare i suoi colleghi parlamentari che, lo comprenderebbe pure un bambino, tutto vorrebbero tranne che tornare a casa in anticipo, con il pericolo di restarci a tempo indeterminato.
Ecco perché, a prescindere dalla occasionale carta di identità di chi si mette di traverso sulla proposta di ritornare presto alle urne, ogni operazione tesa a liquidare il Parlamento, si rivela, immancabilmente, più complicata di una trattativa tra Juve ed Inter per lo scambio di giocatori invisi ai rispettivi club di appartenenza. Non foss’altro perché, per la nostra Costituzione, l’ultima parola, nelle crisi politiche, spetta a un arbitro, e che arbitro, che risiede sul Colle più importante della Penisola. E, poi, c’è dell’altro, ossia un’orgia di variabili indipendenti.
Prendiamo i cosiddetti peones, cioè i parlamentari semplici, quelli senza mostrine in vista. I peones conteranno meno delle comparse cinematografiche in una pellicola di serie cadetta, ma di sicuro fanno numero. E siccome, in democrazia, le teste si contano, visto che senza numeri neppure un genio machiavellico del potere riuscirebbe a governare, succede che la forza d’urto della maggioranza parlamentare silenziosa orientata a salvare la legislatura spesso prevale sui piani dei capi più sbrigativi. Insomma.

Per non dire di quanti tra i generali a riposo o tra i maggiorenti in quarantena non vedono l’ora di fare lo sgambetto al top player del momento. Alcuni escono direttamente allo scoperto ergendosi a scudi umani del Parlamento. Ma i più preferiscono innalzare paletti e trappole di nascosto, ricorrendo a tutti i mezzi e strumenti a tutela dello status quo bicamerale.
Il Fattore Tempo, di solito, arriva in soccorso dell’esercito dei Temporeggiatori: dà loro modo di escogitare soluzioni e formule politiche inedite; dà loro la possibilità di fare proselitismo pure tra i fan dei comizi elettorali permanenti; dà loro modo di capitalizzare il disorientamento di mercati finanziari e organismi internazionali, disorientamento che scatta in quarta non appena si annusa aria di incertezza politico-elettorale.

Cosicché, man mano che passano i giorni diminuiscono i tifosi del «mo’ votiamo» e aumentano i supporter del «mo’ vediamo». E a furia di rispondere «mo’ vediamo», tutto s’incarta e molto viene rinviato a data da stabilirsi.
Il fantasma del voto anticipato, inoltre, è così inquietante, per molti, da dar vita, spesso, a combinazioni teoricamente più inverosimili di un matrimonio fra Pamela Prati e il presidente Usa. Beppe Grillo e Matteo Renzi fino a pochi giorni addietro non si sarebbero salutati neppure dal barbiere. Oggi, invece, i due capeggiano il fronte ostile al voto in autunno chiesto da Matteo Salvini. Anche Nicola Zingaretti non avrebbe mai sorseggiato un caffé con il Capitano leghista. Eppure oggi quelli di Pd e Lega sono gli unici due leader che premono esplicitamente per ridare la parola agli elettori.
Sì, perché, anche in politica, soprattutto alla vigilia di eventi elettorali certi o soltanto probabili, la corsa a difendere la roba di verghiana narrazione si fa più spasmodica della caccia al fresco durante il solleone di Ferragosto. E qual è la roba di leader e aspiranti tali? Dipende. Può essere la pattuglia parlamentare che rischia di assottigliarsi in caso di voto immediato, così come può essere la squadra di aspiranti onorevoli che rischia di rimanere al palo in caso sopravvivenza della legislatura.

La difesa o l’incremento della roba non sono solo un principio, una linea di conduzione materiale di singole persone e famiglie. La difesa o la valorizzazione della roba costituiscono l’abc, lo scopo principale anche da parte delle nomenklature politiche. E quando c’è la roba di mezzo, i colpi bassi si sprecano, né è agevole avventurarsi in pronostici su vincitori e vinti.
Constatiamo solo che il sistema procedurale della democrazia italiana, congegnato, com’è giusto che sia, su pesi e contrappesi, penalizza i decisionisti e incoraggia gli attendisti. Traduzione: governi tecnici e governi balneari annoverano un copyright italiano. La loro serie è più lunga di Dallas. E in Italia, è notorio, nulla è più definitivo (e stabile) del precario.

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