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Disunità d’Italia all’orizzonte ma il Sud resta a guardare

Anche nel Sud c’è chi sostiene che separarsi farebbe bene a tutti

E pensa tu se il Sud non fosse ignorato

Non sappiamo se Matteo Salvini utilizzerà la rivolta dei presidenti leghisti del Nord per aprire, al momento opportuno, la crisi di governo sulla questione dell’autonomia, o se saranno Luca Zaia e Attilio Fontana a costringere il capo del Carroccio a rompere con il M5S, pur di evitare la nascita di un fronte interno (alla Lega) fondato sull’indipendentismo settentrionale. L’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, scommette qualcosa su una resa dei conti elettorale nella prossima primavera (7 giugno 2020). Ma la miscela esplosiva dell’autonomia potrebbe deflagrare all’improvviso perché non era mai accaduto che due presidenti regionali attaccassero così pesantemente il presidente del Consiglio, e non su un tema di ordinaria amministrazione.

Né era mai accaduto che il vicepremier di un governo sfidasse così apertamente il suo principale a Palazzo Chigi.
In condizioni normali, la crisi di governo sarebbe stata aperta da un pezzo. Ma l’Italia è la serra calda delle anomalìe politiche. Di conseguenza quello che è logico, o normale, non si verifica e quello che è illogico, o anomalo, si protrae nel tempo.
Comunque. A differenza dei governatori di Lombardia e Veneto, il Capitano non alzerebbe le barricate pur di ottenere il regionalismo differenziato. La sua Lega è nazionale, non più pluriregionale. E i voti del Sud vanno salvaguardati. Però Salvini potrebbe utilizzare la materia come pretesto per dare il benservito a Giuseppe Conte, tentando di succedergli al governo o di affrettare il ricorso alle urne.
Ciò che stupisce, però, è la sostanziale indifferenza della classe politica e dirigente meridionale di fronte al pressing del Nord per strappare più poteri allo stato centrale. Quasi che la questione dell’autonomia non riguardasse la Bassa Italia, che, invece, sarebbe chiamata a pagarne lo scotto più grave. Primi conti della serva: il federalismo inseguito dal Lombardo-Veneto costerebbe al Mezzogiorno qualcosa come 3,3 miliardi annui in meno. Ma c’è chi, studi alla mano, obietta che il danno sarebbe assai più consistente.

Ma c’è qualcos’altro che, indipendentemente dai numeri e dai quattrini, rende insostenibile la richiesta del Nord: l’idea stessa, la prospettiva che il Paese possa dividersi, e che l’unità raggiunta grazie all’opera di Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) e Giuseppe Garibaldi (1807-1882) possa frantumarsi, come un cristallo, in mille pezzi.
Anche nel Sud c’è chi sostiene che separarsi farebbe bene a tutti. Non sappiamo se definire miope o incosciente questo punto di vista. Mai come adesso i problemi sono globali, addirittura più che internazionali. Dal cambiamento del clima all’immigrazione, dalla sicurezza alla battaglia contro il crimine organizzato: pensare di affrontare emergenze di tale gravità con la logica delle piccole patrie equivale a farsi del male da soli nei punti più delicati, oltre che a farsi contagiare da una

strana e anacronistica concezione dei rapporti tra le comunità.
È insufficiente l’Italia. Figuriamoci se possa risultare sufficiente una macro-regione, sia essa di produzione nordista o di fabbricazione sudista. Bisogna, invece, intraprendere una direzione del tutto opposta, se si vuole frenare l’istinto del cupio dissolvi o se si vuole impedire il declino già all’orizzonte.
Purtroppo la politica è prigioniera dei calcoli di carriera, né la nuova classe dirigente sembra avvertire la necessità di riscoprire la lezione dei grandi europeisti che hanno salvato o rilanciato l’Italia. Ci si divide, invece, tra nazionalisti e regionalisti, mentre sarebbe necessario uno scatto verso il superamento degli Stati sovrani, il che consentirebbe l’approdo a una costruzione unitaria continentale.

Purtroppo, duole dirlo, ma bisogna ribadirlo, il Mezzogiorno è assente o indifferente di fronte alla posta in gioco da cui è iniziata l’offensiva del Settentrione per l’autonomia su quasi tutte le materie dello scibile umano.
Eppure tutti i grandi del meridionalismo sono stati sinceri e determinati europeisti. Tutti sciocchi e autolesionisti Luigi Sturzo (1871-1959) e Giustino Fortunato (1848-1932), e ci limitiamo a loro due? Bah. Di sicuro essi vedevano lontano e conoscevano la realtà del Sud molto meglio degli epigoni a noi contemporanei.
Le classi dirigenti e le classi colte del Mezzogiorno farebbero bene a uscire allo scoperto sul problema dei poteri differenziati pretesi dal Nord. E non in nome della protezione pubblica o di chissà quale benefit. Farebbero bene a uscire allo scoperto - anche con accenti autocritici sulla gestione degli aiuti al Sud -, per sottolineare l’estrema pericolosità di una prospettiva (l’autonomia) che non darebbe, scusate il gioco di parole, alcuna prospettiva, non solo al Meridione, ma all’intero Paese. Ma se il Sud tace o non si muove, la colpa è solo sua. Vuol dire che ha optato per la cultura della resa e che, a questo punto, si merita la condizione in cui si trova.
È incredibile il percorso di certi obiettivi. Spesso nascono come atti di cementificazione politica local-identitaria per poi trasformarsi in bombe a orologeria suscettibili di esplodere a mandare tutto in rovina. Il guaio è che in tanti, soprattutto dalle nostre parti, fanno come le stelle di Cronin (1896-1981): stanno a guardare.

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