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Fincantieri è un mega-gioiello dell’industria italiana. Fabbrica navi da favola, ha ordini per i prossimi dieci anni. È alla ricerca di tecnici e operai specializzati, ma non riesce a trovarli. Il che è paradossale in un Paese ad alto tasso di disoccupazione, tanto che più d’uno, nella società del gruppo Fintecna, comincia a dubitare della voglia reale di lavorare tra coloro che si trovano senza impiego. Purtroppo, ragionano gli scettici e i disincantati, spesso il traguardo non è il lavoro, semmai il posto, possibilmente fisso, come nella filmografia di Checco Zalone.

In una condizione di normalità, offerta e domanda di lavoro tendono a soddisfarsi reciprocamente, anche se quasi mai pienamente. Ma quando nel mercato del lavoro intervengono misure politiche, come sono il reddito di cittadinanza o il probabile salario minimo, il rapporto tra domanda e offerta di lavoro subisce un’altra intromissione, carica di un duplice rischio: la refrattarietà delle imprese ad assumere; la renitenza dei disoccupati a farsi assumere in lavori giudicati non consoni alle proprie aspettative di partenza.

Risultato: le aziende non trovano personale, ma la disoccupazione sale come una navicella spaziale. Non è solo l’Italia del Nord a soffrire questo paradosso. Anche le aziende più avanzate del Sud devono faticare più di Ercole per trovare le professionalità giuste in grado di assicurare quelle competenze necessarie per migliorare la qualità di prodotti e servizi.
A complicare il quadro, a rendere il futuro sempre più problematico sul fronte occupazionale, provvede inoltre una scuola sempre più indulgente e permissiva, sempre più svogliata nel garantire e pretendere preparazione e serietà.

Dovrebbe essere il binomio scuola-lavoro l’argomento chiave nel confronto tra governo e opposizione. Invece si continua a preferire la frequentazione del teatrino telepolitico, fatto di sparate grosse, di trovate promozionali, di guizzi comunicazionali fini a se stessi.
Anziché rimuovere la sabbia, pure culturale, che inceppa gli ingranaggi economici in Italia, da un anno la maggioranza di governo dibatte senza stancarsi sull’autonomia invocata da tre regioni del Nord, quasi che l’autonomia fosse un toccasana infallibile per la claudicante economia italiana.
L’autonomia differenziata chiesta dal Nord non comporta più libertà di manovra per le imprese, semmai più discrezionalità a disposizione delle tre Regioni. Traduzione: più spesa pubblica, più opportunità di stabilire in anticipo i vincitori della gara economica territoriale.

Il localismo della Lega punta a sostituire l’attivismo dello Stato con il protagonismo delle Regioni. Tutt’altra cosa rispetto all’obiettivo che la buonanima di Guido Carli (1914-1993) indicava ai suoi colleghi di governo: liberare l’Italia dai lacci a lacciuoli che la stringono e le impediscono di crescere. In ogni caso il localismo non ha mai prodotto benefìci al Paese. Ha esasperato le conflittualità, ha reso difficile la risoluzione di quei problemi che attraversano più comunità regionali.
Alcide De Gasperi (1881-1954), che era trentino, si presentava più freddo del ghiaccio di fronte all’ipotesi di istituire le Regioni in Italia. Infatti, da presidente del Consiglio e da leader effettivo della Dc, non spinse mai in direzione di quella riforma che troverà piena luce solo nel 1970. Temeva, il Costruttore dell’Italia post-bellica, che il Belpaese non avrebbe retto alle spinte centrifughe che il regionalismo avrebbe scatenato. Probabilmente i timori degasperiani erano esagerati, ma è indubbio che il bilancio dell’esperienza regionale sia tutt’altro che esaltante. Che vogliamo fare? Vogliamo continuare sulla via della lacerazione generale, definitiva?

Che nesso ha, ad esempio, la richiesta di maggiori poteri regionali con i paradossi occupazionali denunciati da Fincantieri? Eppure le parole dell’ad di Fincantieri (Giuseppe Bono) sui seimila tecnici che non ci sono non hanno provocato alcun sussulto nel sistema politico, sempre più concentrato su questo dilemma: chi, tra Lega e M5S, toglierà prima degli altri la corrente al governo? Oppure: chi sarà ad opporsi di fronte alla prospettiva dello scioglimento delle Camere?
La carenza di cultura industriale porta l’intera classe dirigente a sottovalutare il grido d’allarme del numero uno di Fincantieri. E se finora l’insufficienza di formazione/istruzione ha riguardato la fascia dei tecnici e degli operai specializzati, in futuro potrà riguardare strutturalmente anche la pletora dei tecnici laureati, sempre più sedotti dalle offerte di lavoro che provengono dall’estero

La carenza di cultura economica porta a ignorare la genesi dei posti di lavoro, che non sono creati dallo Stato, bensì dalle imprese. Solo grazie alle tasse pagate da imprese e famiglie lo Stato può pagare, com’è giusto che sia, dipendenti, opere e servizi pubblici. Non tutta l’imprenditoria a capitale prevalentemente pubblico è da buttare. Lo conferma proprio il caso Fincantieri, gruppo sviluppatosi nell’Iri, che riesce a mietere un successo dopo l’altro ed è più corteggiato di una starlet a Cannes. Ma è indubbio che, a prescindere dalla proprietà, pubblica o privata, di un’attività economica, è la ricchezza prodotta dalle imprese a creare occupazione e a soddisfare le esigenze dei consumatori. Lo Stato può solo accompagnare la crescita attraverso la buona politica o, viceversa, può frenare la produzione attraverso una gestione rovinosa o irresponsabile della cosa pubblica.

Ecco perché serve un passo, uno scatto di mentalità. Non è solo la politica, in larga parte, a muoversi con la logica della mano pubblica. Anche tra i cittadini, anche nella scuola, anche nella famiglie, è dura a morire la pretesa assistenzialistica di essere mantenuti da qualcuno. Infatti, Fincantieri va col lanternino a caccia di cervelli, che non sono tanti, quanti ne potrebbe offrire il mercato, perché la subcultura dominante non assegna al mercato e alla concorrenza il compito di generare ricchezza e occupazione.

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