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Cambia il mondo per il clima ma i politici sono pronti?

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Cambia il mondo per il clima ma i politici sono pronti?

A Castellaneta Marina stanno ancora spostando le decine di pini secolari abbattuti dal tornado dell’altro giorno. Alcuni bestioni hanno danneggiato villette e automobili. A Milano Marittima - che con la città ambrosiana non c’entra nulla - sono stati più veloci e le spiagge sono state risistemate nel giro di 10 ore. A Taranto stanno ancora cercando il corpo del povero operaio rimasto intrappolato nella cabina della sua gru spinta in mare da una tromba d’aria. Sui siti restano le immagini di chicchi di grandine che ormai sono grandi come palle da tennis.

I meteorologi, con l’aria saputella di quelli che pensano «ve l’avevamo detto», spiegano che sono gli effetti del riscaldamento globale, che il clima non è impazzito ma è la grande madre Terra che reagisce all’impatto dell’uomo. Dicono che avremo sempre più spesso «fenomeni estremi» e sempre più violenti. Passeremo nel giro di poche ore dal caldo violento alla grandine di proiettili di ghiaccio, dai nubifragi alle tormente di neve. Uno studio pubblicato ieri dal Corriere della Sera fa una previsione su come saranno le principali città europee nel 2050. L’ipotesi prevede che Milano diventi come Dallas (40-45 gradi d’estate) e Londra come Barcellona, Stoccolma come Budapest, Madrid come Marrakech ed Edimburgo come Parigi. Lo studio non parla di città del Meridione d’Italia, ma non è difficile dedurre che Lecce avrà un clima simile a Tunisi e Bari come Il Cairo.
Il problema è serio. Certo, bisogna stare attenti al catastrofismo da una parte o al menefreghismo dall’altra. Però è evidente a tutti che non potremo stare alla finestra. Soprattutto bisognerà capire se e quanto la classe politica è consapevole di quali problemi deve affrontare, non da domani ma da subito. Fino a oggi ha prevalso la logica risarcitoria: danni da siccità o da maltempo, proclamazione dello stato di calamità e Stato che indennizza. Una pratica che i nostri asfittici conti pubblici non possono più reggere. Allora bisogna velocemente cambiare modo di pensare e d’intervenire. Accanto ai macro interventi su base globale e che non possono essere attuati da uno Stato solo, ma che comunque possono essere promossi, spinti, caldeggiati, occorre cambiare mentalità.

Le nostre città sono nate o rinate per la maggior parte in epoca medievale. Hanno un sostanziale riferimento al clima e agli eventi meteo di quei secoli. E tutto sommato rimasti immutati fino a qualche decennio fa. Ciò significa che le nostre città dovranno essere adeguate non solo a risparmiare più energia, ma anche a far fronte a eventi sempre più estremi. Una banalità: gli impianti fognari dovranno essere adeguati a ricevere quantità d’acqua piovana di gran lunga maggiori rispetto alle attuali. Altrimenti allagamenti e smottamenti saranno all’ordine del giorno. Se le temperature diventeranno ovunque roventi, le case dovranno essere meglio coibentate e non si potrà più contare sul singolo climatizzatore, con decine e decine di split a tappezzare le facciate dei palazzi. Quindi occorrerà aggiornare i criteri di progettazione e costruzione, soprattutto per gli edifici pubblici. Già oggi nelle nostre scuole è impresa ardua stare in classe a giugno o a settembre, tra qualche anno sarà impossibile. Senza contare gli interventi che si renderanno necessari in agricoltura per far fronte alla siccità come agli allagamenti, al vento come alla grandine. Insomma cambierà il mondo, perché gli uomini lo stanno cambiando. Ma cambieranno i politici? La smetteranno di litigare per le poltrone e si dedicheranno di più a cercare di prevenire le catastrofi? Già oggi potrebbero fare molto di più che limitarsi a omaggiare Greta e il suo coraggio o al cordoglio per le vittime del maltempo. A volte si ha la sensazione che tutta l’Italia sia un gigantesco Titanic: sta per affondare, ma tutti continuano a ballare. Quando la natura si ribella non si può restare a guardare né a piangersi addosso. 

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