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Che errore bloccare le grandi imprese

Dopo la cessione della Pirelli ai cinesi, di Italcementi ai tedeschi, l’esodo della Fiat in Olanda e negli States, ci sono rimaste solo le grandi imprese pubbliche: Eni, Enel, Leonardo (ex Finmeccanica)

Imprese nel Salento: bilancio negativo, giù dello 0,15%

Uno fra i tanti problemi italiani è avere ben poche grandi imprese. Dopo la cessione della Pirelli ai cinesi, di Italcementi ai tedeschi, l’esodo della Fiat in Olanda e negli States, ci sono rimaste solo le grandi imprese pubbliche: Eni, Enel, Leonardo (ex Finmeccanica).

Stride assai l’ostilità manifesta del ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio contro le grandi imprese, ormai così poche da contarsi sulle dita di una mano. Avrebbero bisogno di sostegno, di apprezzamenti da parte dell’opinione pubblica, schierata apertamente verso le piccole imprese, che non innovano, evadono in modo mostruoso, pagano poco i loro dipendenti, fanno fatica a rimanere competitive nell’arena internazionale.

L’ultimo attacco ad Atlantia, considerata decotta quando invece lo è Alitalia, lascia proprio l’amaro in bocca.
E’ giunta l’ora di spiegare perché abbiamo bisogno come il pane di grandi imprese.
Tra le imprese di peso che ci rimangono c’è Luxottica, fondata da Leonardo Del Vecchio, cresciuto ai Martinitt in corso Magenta a Milano, la casa degli orfani. Il desiderio di riscatto è stato così forte da far diventare Luxottica la più grandi azienda al mondo nel settore degli occhiali e delle lenti (grazie alla fusione con Essilor). Nelle settimane scorse si è parlato ampiamente delle 1.150 persone assunte a tempo indeterminato, con orario ridotto flessibile e retribuzione oraria superiore rispetto al tempo pieno (ora sono interinali e con contratti a termine) e del welfare innovativo perseguito dall’impresa di Agordo, dove il bilanciamento tra vita e lavoro ha molta importanza.

E’ corretto parlare di impresa olivettiana, nel senso che il benessere dei dipendenti è considerato fondamentale per la gestione dell’impresa. Così come sosteneva Adriano Olivetti, il dipendente soddisfatto è il più grande alleato dell’imprenditore. Asili nido, welfare allargato alle famiglie, premi produttività sono realtà concrete, da prendere come esempio per tutte le imprese italiane. Un esempio in questo senso è Brunello Cucinelli.
La domanda da porsi è come mai siano così poche le imprese olivettiane. La risposta dei piccoli imprenditori è che il costo del lavoro non consente regalie. L’affermazione non ha senso. Infatti la grande impresa paga stipendi molto più alti grazie alla maggiore produttività dei dipendenti, spesso laureati, talenti pronti ad emergere, che sono così felici di lavorare, di impegnarsi senza fine affinché l’impresa abbia successo.

Secondo i dati forniti dalla banca dati di Penn World Table, un anno di lavoro di una persona in Italia produce in Italia sempre meno valore rispetto a tutti i principali concorrenti. E il divario con i paesi UE continua ad allargarsi. Con l’avvento del digitale, l’automazione, nuovi consumatori asiatici e africani, il prodotto per addetto delle imprese italiane scende.
Non è certo colpa dell’euro. La verità l’ha detta chiara e netta il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: “Nel libro ‘Perché i tempi stanno cambiando’ spiegavo perché è necessario cogliere le opportunità senza avere paura del cambiamento. E’ ovvio che in soli dieci anni il mondo è cambiato: oggi vado in giro con uno smartphone in cui c’è tutto, e dieci anni fa non era pensabile. C’è una necessità di usufruire del cambiamento e disporre di conoscenze, competenze e attitudini che qui da noi mancano”.
Le grandi imprese, se ci fossero, assorbirebbero i nostri migliori laureati, che invece sono costretti ad andare all’estero, dove si distinguono e sono considerati formidabili. Uno spreco di risorse inaccettabile.

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