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Per quale Europa (e quale Italia) voteremo domenica

Saranno circa 400 milioni i cittadini chiamati alle urne in 27 Stati fra il 23 e il 26 maggio, per eleggere il nuovo Parlamento europeo

Tre proposte gelide verso l'Europa

Saranno circa 400 milioni i cittadini chiamati alle urne in 27 Stati fra il 23 e il 26 maggio, per eleggere il nuovo Parlamento europeo, l’unica istituzione dell’Ue scelta direttamente dal popolo. E sarà la votazione più importante della sua storia, la prima dopo la Brexit che ha sancito l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Gli elettori europei dovranno stabilire l’assetto politico dell’Assemblea di Strasburgo, dominata finora dall’alleanza fra partiti popolari e partiti socialisti. Ma, di fronte all’avanzata del fronte sovranista, si tratterà soprattutto di decidere il futuro dell’Europa, la sua collocazione sullo scacchiere internazionale nei confronti delle tre grandi potenze Usa, Russia e Cina.

Mai come questa volta, però, il voto dei cittadini italiani potrà influire sugli equilibri politici del nostro Paese. Non solo per verificare la consistenza del Movimento 5 Stelle al suo esordio in campo europeo, ma anche per misurare i rapporti di forza con la Lega rispetto all’esito delle ultime elezioni nazionali. E si sa già che il responso popolare - secondo le indicazioni pressoché unanimi dei sondaggi - potrebbe invertirli a favore del Carroccio, determinando di conseguenza un ribaltamento della maggioranza giallo-verde. O addirittura, come ipotizzano in molti, un rimpasto o una crisi di governo con elezioni anticipate in ottobre.
In questa prospettiva, il voto del 26 maggio offrirà l’occasione per valutare la forza attuale del Partito democratico guidato da Nicola Zingaretti, saldamente collocato nel del gruppo socialista europeo. Quanto gioverà ancora al Pd questa appartenenza a una grande “famiglia” storica del Parlamento di Strasburgo? E come potrebbe incidere sugli sviluppi della sua politica? Oggi, dunque, il destino dell’Italia s’intreccia più che mai con quello di tutta l’Unione, sul piano nazionale e su quello globale.
Ma quale Europa sceglieranno gli elettori? Quella tecnocratica e burocratica che finora ha imposto l’austerità in forza del rigore economico oppure quella a dimensione più umana e solidale che punta a superare la crisi per favorire la ripresa? La vecchia Europa o una nuova Europa, capace di competere alla pari con le altre superpotenze sui mercati e di confrontarsi all’interno delle istituzioni internazionali?

C’è evidentemente un deficit di democrazia nella struttura istituzionale dell’Unione, prodotto dal “gap di potere” fra la legittimazione popolare dell’Assemblea di Strasburgo e l’investitura governativa della Commissione. E lo spiegano con rigore e lucidità Nicola Lupo e Andrea Manzella in un pregevole libretto pubblicato dalla Luiss University Press (Il Parlamento europeo – Una introduzione). Non è solo un problema di eccessiva frammentazione delle forze politiche, ma anche di efficienza dei meccanismi decisionali. Da qui, appunto, derivano quello “scollamento”, quel distacco e quell’insofferenza che ormai caratterizzano il “sentiment” di una larga parte dei cittadini europei nei confronti dell’Ue.
“La funzione originaria del parlamentarismo europeo – scrivono gli autori del saggio – coincide con quella che fu di ogni parlamento: il controllo del potere. La stessa ‘vocazione legislativa’ dei parlamenti moderni, nelle forme di governo parlamentare, si risolve sempre più in un’attività di controllo – e di emendamento – rispetto all’iniziativa legislativa che proviene dal potere di governo”. E così questa è finita sempre più nelle mani della Commissione di Bruxelles e perfino in quelle del Consiglio europeo, composto dai capi di Stato e di governo, un organismo di vertice che accentra ormai di fatto tutte le iniziative e le decisioni principali.
I limiti e i difetti attuali dell’Unione non devono farci dimenticare, tuttavia, che da 75 anni il nostro Continente vive in pace e prosperità. Nel secolo scorso, furono proprio i nazionalismi e i sovranismi a scatenare le guerre in Europa, provocando disastri, morti e rovine. Non sarà con il ritorno a un tragico passato che si potrà uscire dalla crisi e riprendere la strada della crescita. Per usare uno slogan efficace, occorre perciò più Europa, non meno Europa: cioè una maggiore integrazione fra i Paesi membri, sul piano politico e istituzionale, economico, fiscale, militare. A questo punto, è indispensabile costituire quella federazione degli Stati Uniti d’Europa che può mettere al riparo ciascuna nazione dal rischio dell’isolamento e della colonizzazione.

La moneta unica è stata una “camicia di forza” che avrebbe dovuto indurre i singoli Paesi ad assumere comportamenti più virtuosi, in termini economici e finanziari, per affrontare la concorrenza sul mercato globale. Ma non tutti, a cominciare purtroppo dall’Italia, hanno saputo approfittare di questa opportunità per mettere in ordine i propri conti pubblici, risanare i bilanci statali, ridurre il debito e aumentare il Pil. L’austerità ha colpito i più deboli, aumentando le disuguaglianze fra ricchi e poveri, mentre l’occupazione diminuiva per effetto della “rivoluzione digitale” e il lavoro diventava sempre più precario. Ma ora una nuova stagione può aprirsi nella storia dell’Europa, se saremo capaci di esercitare il nostro diritto di voto per costruire un’Unione più efficiente, più equa e solidale.

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