Mercoledì 22 Maggio 2019 | 23:50

NEWS DALLA SEZIONE

La riflessione
Per quale Europa (e quale Italia) voteremo domenica

Per quale Europa (e quale Italia) voteremo domenica

 
L'analisi
Bari, la metamorfosi della città da cenerentola a perla europea

Bari, la metamorfosi della città da cenerentola a perla europea

 
L'analisi
Una manovra di dolori può richiamare i professori

Una manovra di dolori può richiamare i professori

 
L'analisi
Domenica un voto metà italiano metà europeo

Domenica un voto metà italiano metà europeo

 
L'analisi
Cari giovani del Sud che vi fanno scappare

Cari giovani del Sud che vi fanno scappare

 
L'analisi
Sud ancora più povero senza i soldi dell’Europa

Sud ancora più povero senza i soldi dell’Europa

 
Il punto
Foggia retrocesso 2 volte: un golpe antisportivo da «repubblica delle banane»

Foggia retrocesso 2 volte: un golpe antisportivo da «repubblica delle banane»

 
La riflessione
La strategia del drago nei porti della penisola

La strategia del drago nei porti della penisola

 
L'analisi
Liti continue in attesa del giudizio universale

Liti continue in attesa del giudizio universale

 
L'analisi
Comunicazione ossessiva più rischi per il Paese

Comunicazione ossessiva più rischi per il Paese

 
La lettera
Ministro Lezzi alla «Gazzetta»: «Sud, le risorse non si toccano»

Ministro Lezzi alla «Gazzetta»: «Sud, le risorse non si toccano»

 

Il Biancorosso

L'ANALISI
Bari, 10 milioni di euro per il mercatoDe Laurentiis vuole crescere in fretta

Bari, 10 milioni di euro per il mercato: De Laurentiis vuole crescere in fretta

 

NEWS DALLE PROVINCE

TarantoTaranto
Ex Ilva, Usb minaccia azioni legali su graduatorie esuberi

Ex Ilva, Usb minaccia azioni legali su graduatorie esuberi

 
BariL'enfant prodige
Mola, baby genio a 8 anni vince i nazionali dei Giochi Matematici

Mola, baby genio a 9 anni vince i nazionali dei Giochi Matematici

 
BatDopo la scossa
Terremoto in Puglia, domani riaprono le scuole a Bisceglie

Terremoto in Puglia, domani riaprono le scuole a Bisceglie

 
MateraL'idea
Matera 2019: mille studenti in marcia per la «Cultura»

Matera 2019: mille studenti in marcia per la «Cultura»

 
LecceÈ in prognosi riservata
Nardò, esplode distributore di bevande: grave operaio 23enne

Nardò, esplode distributore di bevande: grave operaio 23enne

 
Foggianel foggiano
mattinata

Mafia, amministrazione giudiziaria per ditta allevamento a Mattinata

 
BrindisiDopo la denuncia
Erchie, picchia e minaccia la moglie per anni: arrestato

Erchie, picchia e minaccia la moglie per anni: arrestato

 
PotenzaL'operazione
GdF, a Lauria scoperti 5 lavoratori in nero

GdF, a Lauria scoperti 5 lavoratori in nero

 

i più letti

L'editoriale

Il fantasma dell'Europa nella vigilia elettorale

Il fantasma dell'Europa nella vigilia elettorale

Diceva il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955): «La storia, che è la nostra occupazione del passato, nasce dalla nostra preoccupazione per il futuro». Mai come adesso, l’avvenire desta gravi preoccupazioni. Quello che pareva un dato acquisito della storia, ossia una marcia lenta, ma monodirezionale, verso forme sempre più evolute e diffuse di libertà, oggi non è più una certezza. Anzi, il mondo libero oscilla e traballa come un carro privo di una ruota.
La posta in gioco è l’Europa, che è contesa dai sostenitori della «Società chiusa» dopo essere essere stata progettata come casa comune di pacifica convivenza dai teorici della «Società aperta». Breve chiosa: se il filosofo liberale austriaco Karl Raimund Popper (1902-1994) avesse scritto in questi anni la sua fondamentale opera La società aperta e i suoi nemici (1945) probabilmente avrebbe inserito la parola Europa nel titolo. Tanto sono intrecciati l’oggi e il domani della «Società aperta» e del Vecchio Continente.

Tra poco più di un mese, gli italiani e il resto dell’Unione saranno chiamati a rinnovare il Parlamento di Strasburgo. Ma l’imminente derby elettorale tra «Società chiusa» e «Società aperta» suscita minore interesse di una partita di Champions League, anche perché l’attenzione generale è monopolizzata dalla sfida continua tra i due vicepremier, sfida destinata a sfociare, forse già a settembre-ottobre, in una resa dei conti elettorale. Complice, pure, la grammatica mediatica del Web, i grandi temi, tipo il futuro dell’Europa, cedono il passo a messaggi ultrapiatti, dettati dall’istinto più che dalla ragione, dal «mi piace» o dal «non mi piace», anziché da valutazioni sulla veridicità o credibilità di un fatto, o di un’idea.

È il trionfo della «democrazia del clic» sulla «democrazia della delega». Ma la libertà dei moderni si distingue dalla libertà degli antichi proprio perché la seconda si è affidata alla «delega», che risolve nella maniera più logica una questione irrisolvibile per la democrazia diretta: l’asimmetria informativa. Nessuno sa tutto di tutto e di tutti. Nessuno potrebbe trascorrere tutto il suo tempo per informarsi su tutti i problemi da affrontare e su tutte soluzioni da esaminare. Solo la delega può evitare l’ingorgo decisionale, la paralisi deliberativa che si formerebbe con la democrazia plebiscitaria, e che tracimerebbe in una monarchia totalitaria.

Ma questi ragionamenti non fanno presa sui devoti della «democrazia del clic» che, come tutti i tifosi, pensano e si esprimono per atti di fede, di appartenenza a un credo, a uno slogan, a una bandiera.

L’Europa è la vittima sacrificale della «democrazia del clic». Grazie a un lavaggio del cervello che, a volte, non risparmia neppure le teste culturalmente più attrezzate, è passata la vulgata secondo cui l’Europa è un ordinamento elitario, anti-democratico, ostile alle esigenze dei popoli. Sono considerazioni alimentate da reazioni di pancia, più che di mente, visto che l’Europa non è affatto quella creatura oligarchica raccontata dai suoi nemici. L’Europa, o meglio l’Unione Europea, non è altro che il punto finale della delega, la sua massima espressione. E siccome la delega sta alla democrazia come il vino sta all’uva, non si capisce per quale motivo si debba perseverare nella disonestà intellettuale di ritenere gli organismi elettivi ed esecutivi di Strasburgo e Bruxelles come i veri bracci operativi delle tecnocrazie e della finanza internazionale (quest’ultima non sfugge mai, manco fosse il prezzemolo, nelle giaculatorie populistiche contro le democrazie rappresentative).

L’Europa ha reso tutti più liberi, basti pensare alla soppressione dei passaporti e all’opportunità di viaggiare senza fastidiosi e anacronistici vincoli. L’Europa ha rafforzato il principio della concorrenza che costituisce la vera procedura di scoperta e di conoscenza. L’Europa ha allontanato il fantasma delle guerre, che nei secoli scorsi dilagava tra le popolazioni materializzandosi periodicamente nei seminatori di odio e nei dittatori assetati di sangue.

Eppure, nonostante questo biglietto da visita degno di un Premio Nobel (per la pace) all’anno, l’Europa è sul banco degli imputati. Anzi è il nemico numero uno di molti soggetti: i nostalgici degli Stati nazionali, i supporter della «Società chiusa», i fautori della decrescita felice, i campioni dell’integralismo religioso, gli avversari del libero mercato, gli ultrà della «democrazia del clic».

Non è un caso che si parli poco o nulla dei vantaggi, dei benefìci prodotti dall’intuizione comunitaria di Alcide De Gasperi (1881-1954) e Konrad Adenauer (1876-1967). Molto più comodo, per i detrattori dell’Unione, sparare a casaccio, approfittando della superficialità della società digitale, per propalare bufale a iosa. Tanto, nessuno è in grado di difendersi dal fanatismo disinformativo imperante.

Infatti. L’Europa, come osservava Aldo Moro (1916-1978), o è un fenomeno culturale o non è. Non è sufficiente l’economia a fare da mastice. Serve una visione condivisa innanzitutto sul piano culturale. Purtroppo la crisi del cristianesimo non giova alla causa dell’Unione, le cui radici sprituali (ignorate, però, nel suo testo battesimale) si fondano sul messaggio del Signore.
Intendiamoci. Nessuna istituzione è perfetta. Anche l’Europa ha le sue ragnatele di interessi e contraddizioni. Ma l’Europa non sarebbe una «Società aperta» se pretendesse (o si pretendesse da lei) uno stato di perfezione socio-economica. Il perfettismo è l’ambizione sbagliata della democrazia diretta perché, pur di raggiungere l’obiettivo, essa non va molto per il sottile nell’uso dei mezzi necessari alla bisogna. Le «società aperte», invece, si basano sul dubbio, sugli errori, sui tentativi, sull’umiltà, su una concezione anti-dogmatica della vita. Non possono aspirare alla perfezione perché la perfezione, direbbe qualcuno più titolato, non è di questo mondo.

Per concludere. Si dice che l’Europa non abbia giovato alle aree deboli, in particolare al Sud Italia. Bah. Non è colpa di Bruxelles se i fondi comunitari per decenni sono rimasti intonsi come banconote mai scambiate. Né va addebitata all’Europa la modesta capacità progettuale delle classi dirigenti. Però si deve all’Europa molto del poco che, in termini infrastrutturali, si è realizzato.

Comunque. Almeno per ora, l’Europa è la grande assente di questa vigilia elettorale. Se non fosse per il caos inglese sulla Brexit, nessuno se ne occuperebbe o se ne preoccuperebbe. In fondo, la storia viene ricordata e ritenuta come maestra di vita solo in classe, nelle interrogazioni al liceo.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it
segue a pagina 19

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400