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Diceva il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset (1883-1955): «La storia, che è la nostra occupazione del passato, nasce dalla nostra preoccupazione per il futuro». Mai come adesso, l’avvenire desta gravi preoccupazioni. Quello che pareva un dato acquisito della storia, ossia una marcia lenta, ma monodirezionale, verso forme sempre più evolute e diffuse di libertà, oggi non è più una certezza. Anzi, il mondo libero oscilla e traballa come un carro privo di una ruota.
La posta in gioco è l’Europa, che è contesa dai sostenitori della «Società chiusa» dopo essere essere stata progettata come casa comune di pacifica convivenza dai teorici della «Società aperta». Breve chiosa: se il filosofo liberale austriaco Karl Raimund Popper (1902-1994) avesse scritto in questi anni la sua fondamentale opera La società aperta e i suoi nemici (1945) probabilmente avrebbe inserito la parola Europa nel titolo. Tanto sono intrecciati l’oggi e il domani della «Società aperta» e del Vecchio Continente.

Tra poco più di un mese, gli italiani e il resto dell’Unione saranno chiamati a rinnovare il Parlamento di Strasburgo. Ma l’imminente derby elettorale tra «Società chiusa» e «Società aperta» suscita minore interesse di una partita di Champions League, anche perché l’attenzione generale è monopolizzata dalla sfida continua tra i due vicepremier, sfida destinata a sfociare, forse già a settembre-ottobre, in una resa dei conti elettorale. Complice, pure, la grammatica mediatica del Web, i grandi temi, tipo il futuro dell’Europa, cedono il passo a messaggi ultrapiatti, dettati dall’istinto più che dalla ragione, dal «mi piace» o dal «non mi piace», anziché da valutazioni sulla veridicità o credibilità di un fatto, o di un’idea.

È il trionfo della «democrazia del clic» sulla «democrazia della delega». Ma la libertà dei moderni si distingue dalla libertà degli antichi proprio perché la seconda si è affidata alla «delega», che risolve nella maniera più logica una questione irrisolvibile per la democrazia diretta: l’asimmetria informativa. Nessuno sa tutto di tutto e di tutti. Nessuno potrebbe trascorrere tutto il suo tempo per informarsi su tutti i problemi da affrontare e su tutte soluzioni da esaminare. Solo la delega può evitare l’ingorgo decisionale, la paralisi deliberativa che si formerebbe con la democrazia plebiscitaria, e che tracimerebbe in una monarchia totalitaria.

Ma questi ragionamenti non fanno presa sui devoti della «democrazia del clic» che, come tutti i tifosi, pensano e si esprimono per atti di fede, di appartenenza a un credo, a uno slogan, a una bandiera.

L’Europa è la vittima sacrificale della «democrazia del clic». Grazie a un lavaggio del cervello che, a volte, non risparmia neppure le teste culturalmente più attrezzate, è passata la vulgata secondo cui l’Europa è un ordinamento elitario, anti-democratico, ostile alle esigenze dei popoli. Sono considerazioni alimentate da reazioni di pancia, più che di mente, visto che l’Europa non è affatto quella creatura oligarchica raccontata dai suoi nemici. L’Europa, o meglio l’Unione Europea, non è altro che il punto finale della delega, la sua massima espressione. E siccome la delega sta alla democrazia come il vino sta all’uva, non si capisce per quale motivo si debba perseverare nella disonestà intellettuale di ritenere gli organismi elettivi ed esecutivi di Strasburgo e Bruxelles come i veri bracci operativi delle tecnocrazie e della finanza internazionale (quest’ultima non sfugge mai, manco fosse il prezzemolo, nelle giaculatorie populistiche contro le democrazie rappresentative).

L’Europa ha reso tutti più liberi, basti pensare alla soppressione dei passaporti e all’opportunità di viaggiare senza fastidiosi e anacronistici vincoli. L’Europa ha rafforzato il principio della concorrenza che costituisce la vera procedura di scoperta e di conoscenza. L’Europa ha allontanato il fantasma delle guerre, che nei secoli scorsi dilagava tra le popolazioni materializzandosi periodicamente nei seminatori di odio e nei dittatori assetati di sangue.

Eppure, nonostante questo biglietto da visita degno di un Premio Nobel (per la pace) all’anno, l’Europa è sul banco degli imputati. Anzi è il nemico numero uno di molti soggetti: i nostalgici degli Stati nazionali, i supporter della «Società chiusa», i fautori della decrescita felice, i campioni dell’integralismo religioso, gli avversari del libero mercato, gli ultrà della «democrazia del clic».

Non è un caso che si parli poco o nulla dei vantaggi, dei benefìci prodotti dall’intuizione comunitaria di Alcide De Gasperi (1881-1954) e Konrad Adenauer (1876-1967). Molto più comodo, per i detrattori dell’Unione, sparare a casaccio, approfittando della superficialità della società digitale, per propalare bufale a iosa. Tanto, nessuno è in grado di difendersi dal fanatismo disinformativo imperante.

Infatti. L’Europa, come osservava Aldo Moro (1916-1978), o è un fenomeno culturale o non è. Non è sufficiente l’economia a fare da mastice. Serve una visione condivisa innanzitutto sul piano culturale. Purtroppo la crisi del cristianesimo non giova alla causa dell’Unione, le cui radici sprituali (ignorate, però, nel suo testo battesimale) si fondano sul messaggio del Signore.
Intendiamoci. Nessuna istituzione è perfetta. Anche l’Europa ha le sue ragnatele di interessi e contraddizioni. Ma l’Europa non sarebbe una «Società aperta» se pretendesse (o si pretendesse da lei) uno stato di perfezione socio-economica. Il perfettismo è l’ambizione sbagliata della democrazia diretta perché, pur di raggiungere l’obiettivo, essa non va molto per il sottile nell’uso dei mezzi necessari alla bisogna. Le «società aperte», invece, si basano sul dubbio, sugli errori, sui tentativi, sull’umiltà, su una concezione anti-dogmatica della vita. Non possono aspirare alla perfezione perché la perfezione, direbbe qualcuno più titolato, non è di questo mondo.

Per concludere. Si dice che l’Europa non abbia giovato alle aree deboli, in particolare al Sud Italia. Bah. Non è colpa di Bruxelles se i fondi comunitari per decenni sono rimasti intonsi come banconote mai scambiate. Né va addebitata all’Europa la modesta capacità progettuale delle classi dirigenti. Però si deve all’Europa molto del poco che, in termini infrastrutturali, si è realizzato.

Comunque. Almeno per ora, l’Europa è la grande assente di questa vigilia elettorale. Se non fosse per il caos inglese sulla Brexit, nessuno se ne occuperebbe o se ne preoccuperebbe. In fondo, la storia viene ricordata e ritenuta come maestra di vita solo in classe, nelle interrogazioni al liceo.
Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it
segue a pagina 19

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