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Ma dopo Parigi non si può bestemmiare in cattedrale

Nel “day after” di Notre-Dame, mentre siamo ancora sotto choc per un disastro annunciato che interpella la nostra cattiva coscienza, si può cominciare a riflettere sulle responsabilità che stanno a monte di questo incendio

Ma dopo Parigi non si può bestemmiare in cattedrale

Nel “day after” di Notre-Dame, mentre siamo ancora sotto choc per un disastro annunciato che interpella la nostra cattiva coscienza, si può cominciare a riflettere sulle responsabilità che stanno a monte di questo “assassinio della Cattedrale”, come l’ha definito ieri Il Fatto Quotidiano. Un delitto commesso e reiterato nel tempo da una pluralità di soggetti, più o meno complici di un degrado che durava già da molti anni. Quasi una metafora di un rapporto malato fra noi e la nostra storia, fra noi e il nostro patrimonio artistico e culturale oltreché ambientale. E dunque, anche un’occasione per cercare di correggere magari certi comportamenti e certi errori.

Le prime indagini sull’incendio che ha devastato Notre-Dame, ferendo al cuore Parigi, la Francia e tutta l’Europa, parlano di un “disastro colposo”. Vale a dire involontario, accidentale, determinato da negligenza o imperizia. Ma, al di là del significato che a questo termine attribuisce il linguaggio giuridico e delle assicurazioni della Procura di Parigi che esclude un atto doloso, le colpe in realtà sono ben più antiche e più gravi.
Non è soltanto una questione di sicurezza del cantiere, di misure di prevenzione, di norme elementari di prudenza e di cautela. Questa è una “tragedia dell’incuria”, un’incuria recidiva, sintomo rivelatore di un’incultura della manutenzione che chiama in causa responsabilità individuali e collettive.
Preoccupati come siamo del nostro presente, e in ansia esistenziale per il nostro futuro, non abbiamo abbastanza cura del nostro passato. Non ci occupiamo di conservare, tutelare, salvaguardare quello che abbiamo ricevuto in eredità da chi ci ha preceduto per consegnarlo nelle condizioni migliori a chi ci seguirà. E questo vale per i beni artistici e culturali, ma ancor più per quelli ambientali.
È una mancanza cronica di responsabilità, di fronte a noi stessi e di fronte al prossimo, di fronte alla natura e di fronte alla società. Un deficit che dovrebbe allarmarci molto più di quello economico e finanziario.
Da lungo tempo, ormai, la Cattedrale di Parigi versava in uno stato di deteroriamento e di abbandono. Tanto che, finalmente, erano iniziati i lavori di restauro. Ma, come per una nemesi storica, l’incendio - a quanto pare - è scoppiato proprio nel cantiere appena installato, quasi a punire un’omissione e un ritardo prolungati nel corso degli anni dall’inerzia. E ora, naturalmente, le opere e i costi della ricostruzione saranno ben più onerosi, come sempre accade purtroppo quando manca o difetta la prevenzione.

Si poteva far pagare il biglietto d’ingresso a Notre-Dame per finanziarne il restauro ed evitare questo disastro? Sì, certo, si poteva e si doveva. Magari a titolo di contributo straordinario all’intervento. E così si potrebbe fare pragmaticamente anche per tante chiese, palazzi, monumenti, in Francia o in Italia, che rischiano di cadere a pezzi e per i quali non bastano mai i fondi pubblici a disposizione. Basterebbe che le vestali dell’Arte e della Cultura non si opponessero ogni volta a quella “valorizzazione” dei beni culturali che alle loro orecchie suona come una bestemmia, secondo un atteggiamento ideologico da conservatori che rifiutano pregiudizialmente la modernità.
Ora, per la ricostruzione di Notre-Dame, è già scattata generosamente la gara di solidarietà e i “big del lusso” verseranno 300 milioni di euro che forse avrebbero potuto investire anche prima dell’incendio e del crollo, se fossero stati interpellati e coinvolti. Ma quanto tempo ha dovuto aspettare in Italia Diego Della Valle, patròn di Tod’s e di Fay, per superare gli ostacoli burocratici e avere il permesso di co-finanziare il restauro del Colosseo a Roma? E quanto tempo è trascorso da quando si gridava allo scandalo per le donazioni o le partnership delle banche e dei privati ai musei o alle gallerie d’arte?
In un Paese come il nostro, dotato del maggior numero di siti dell’Unesco al mondo, spesso paralizzato dai veti incrociati di certe Sovrintendenze, non si può certamente conservare e valorizzare questo immenso patrimonio dell’umanità nel segno del consumismo culturale e dello sfruttamento commerciale. Sarebbe il classico rimedio peggiore del male. Ma la dolorosa lezione di Parigi ammonisce a non bestemmiare più in cattedrale.

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