Martedì 16 Luglio 2019 | 01:56

NEWS DALLA SEZIONE

L'analisi
Il governo i partiti e la sfida del nuovo

Il governo i partiti e la sfida del nuovo

 
L'editoriale
Il lavoro che a volte c'è, è la risposta che non c'è

Il lavoro che a volte c'è, è la risposta che non c'è

 
La tragedia
Si schianta con l’auto pur di «apparire» su Facebook

Si schianta con l’auto pur di «apparire» su Facebook

 
L'analisi
Cambia il mondo per il clima ma i politici sono pronti?

Cambia il mondo per il clima ma i politici sono pronti?

 
Il punto
Attenzione: inciuci anti-Sud sono sempre in agguato

Attenzione: inciuci anti-Sud sono sempre in agguato

 
L'editoriale
La rivincita dello Stato pigliatuttto in Italia

La rivincita dello Stato pigliatuttto in Italia

 
Il punto
Questione immigrazione: l'impotenza della sinistra

Questione immigrazione: l'impotenza della sinistra

 
L'editoriale
Una bomba a orologeria sul futuro delle camere

Una bomba a orologeria sul futuro delle camere

 
Il punto
L'Europa è donna. Evviva

L'Europa è donna. Evviva

 
Il punto
Il capitano stretto nei lacci di Gulliver

Il capitano stretto nei lacci di Gulliver

 
L'analisi
Il tombale silenzio dell'Italia senza giovani

Il tombale silenzio dell'Italia senza giovani

 

Il Biancorosso

Serie C
Bari, squadra parte in ritiro: non ci sarà Brienza

Bari, squadra parte in ritiro: non ci sarà Brienza

 

NEWS DALLE PROVINCE

LecceIn via Brancaccio
Lecce, crolla facciata di un palazzo del centro: paura tra i residenti

Lecce, crolla facciata di un palazzo del centro: paura tra i residenti

 
FoggiaIl video
Meraviglia a Peschici, un delfino e i suoi cuccioli nuotano tra i bagnanti

Meraviglia a Peschici, un delfino e i suoi cuccioli nuotano tra i bagnanti

 
TarantoLa lettera d'accompagnamento
Fonti M5s: in Cdm candidatura di Taranto ai Giochi del Mediterraneo

Fonti M5s: in Cdm candidatura di Taranto ai Giochi del Mediterraneo

 
BariNella zona industriale
Bari, rapinano Banca Popolare di Bari: pistole in faccia ai dipendenti

Bari, rapinano Banca Popolare in via Zippitelli: pistole in faccia ai dipendenti

 
PotenzaIl caso
Potenza, falso avvocato andava in udienza e depositava atti: arrestato

Potenza, falso avvocato andava in udienza e depositava atti: arrestato

 
MateraIl caso
Fiamme nelle campagne del Materano: distrutti 50 ettari

Fiamme nelle campagne del Materano: distrutti 50 ettari di bosco

 
BrindisiDalla polizia
Brindisi, minacciavano e impedivano acquisti alle aste giudiziarie: 4 arresti

Brindisi, minacciavano e impedivano acquisti alle aste giudiziarie: 4 arresti

 
BatArte in cucina
Il volto di Jovanotti su una pizza: così Barletta aspetta il concerto

Il volto di Jovanotti su una pizza: così Barletta aspetta il concerto

 

i più letti

Cervelli in fuga

Se il lavoro viene sostenuto soltanto a parole

Lo spopolamento del Mezzogiorno, attraverso innanzitutto la fuga dei cervelli, si accinge a contendere al debito pubblico il primo posto nella classifica delle pecche della Penisola

giovani all'estero cervelli in fuga

Forse perché troppo concentrato sui disperati che vogliono arrivare dal Mediterraneo, il Belpaese sta trascurando i giovani migranti italiani che partono dal Meridione verso il Nord Italia e il Centro Europa. Sono migranti provvisti di studi rilevanti e di lauree prestigiose. Non fanno fatica a trovare lavoro nelle aree più ricche del Vecchio Continente. Un tempo chi lasciava il Sud in cerca di occupazione sperava di tornare a casa il più presto possibile. Oggi, invece, l’esodo massiccio dei giovani laureati non prevede il controesodo immediato e neppure il ritorno a lungo termine, quello per il godimento della pensione (sic!). Il che rischia di rivelarsi un fenomeno letale per il Mezzogiorno e l’intera nazione.
Tutti i popoli emigrano e si spostano. Ma quando questi convogli umani viaggiano a senso unico, qualcosa non quadra. Infatti, si interviene.


Lo spopolamento non è solo un problema lucano, visto che la Basilicata viene indicata da sempre come la regione simbolo di paesi fantasma, desertificati dalle prospettive lavorative e luccicanti della società post-industriale. Lo spopolamento sta diventando il problema principale dell’intero Mezzogiorno. E siccome il Mezzogiorno costituisce tuttora la vera questione nazionale dello Stivale, lo spopolamento, attraverso innanzitutto la fuga dei cervelli, si accinge a contendere al debito pubblico il primo posto nella classifica delle pecche della Penisola.
Ci sono ormai due Sud, anzi due Italie. C’è un Sud (e un’Italia) che non aspettano altro che assistenze e sussidi vari. E c’è un Sud (e un’Italia) che non vedono l’ora di studiare e studiare, lavorare e lavorare, produrre e produrre.

È il nuovo «popolo di formiche» che lascia i profumi di regioni climaticamente baciate dal Signore per dispiegare altrove i saperi acquisiti nelle ore trascorse sui libri e nelle lezioni universitarie.
Ora. Che futuro può avere una nazione che dà la sensazione di voler fare a meno del proprio «popolo di formiche»? Che futuro può avere uno Stato che scoraggia chi intende intraprendere un’avventura imprenditoriale e lavorativa? Che avvenire potrà avere un Paese che mostra indifferenza di fronte allo svuotamento di numerose regioni e alla fuga monodirezionale dei suoi giovani più promettenti? Sono domande con le risposte incorporate. Nella migliore delle ipotesi, metà Italia si trasformerà in ospizio a cielo aperto. Nella peggiore delle previsioni, metà Italia inizierà a emigrare pure in età attempata (sempre più attratta ad esempio dai bonus fiscali di altri lidi europei). Insomma, si profila uno scenario spettrale. E chissà.
Il peccato originale è il dileggio, il semi-sabotaggio del lavoro. Tutti lo invocano. Ma poi in tanti s’impegnano a ostacolarlo o a imbrigliarlo. Chi governa preferisce aiutare il non-lavoro (vedi sussidi e quote pensionistiche). Chi lavora troppo, lo fa a suo rischio e pericolo. Sarà tassato manco fosse un Paperone da spennare. E se avrà il merito di aver promosso un’impresa sana, dovrà ritenersi fortunato se non sarà incluso nell’elenco degli sfruttatori e degli approfittatori.


Ogni tanto riprende vigore una teoria lunga quanto la notte dei tempi: lavorare meno, lavorare tutti. L’aspirazione non è peregrina, anzi rappresenta il top delle ambizioni di una comunità civile. Del resto, lo stesso filosofo greco Aristotele (384-322 avanti Cristo) sosteneva che si lavora per il tempo libero.
Ma il lavoro non te lo dà un tizio dietro l’angolo, né è un traguardo che si può pianificare a tavolino. Il lavoro richiede creatività, impegno, fantasia, dedizione, studio, aggiornamento, spesso sudore. Né il lavoro può prescindere nei suoi orari di svolgimento da un concetto basilare: produttività. Se sale la produttività, salgono i salari, cresce l’occupazione e si riduce, appunto, l’orario di lavoro. Se invece la produttività ristagna, la riduzione dell’orario di lavoro si trasforma automaticamente in un boomerang per l’impresa (e quindi anche per i lavoratori) o, giuridicamente e socialmente, in una misura assistenziale.
Il progresso scientifico e tecnologico, aumentando in modo considerevole la produttività, ha contribuito più di molte battaglie sindacali alla riduzione dell’orario di lavoro. Se così non fosse stato, se cioè la produttività fosse stata ritenuta una variabile indipendente o addirittura un optional, tutte le aziende sarebbero finite fuori mercato con tanti saluti al benessere generale e individuale.


Si obietta: ma se tutti, davvero senza eccezioni, lavorassero meno, si potrebbe creare e distribuire più lavoro. La tesi è stata rilanciata dal nuovo presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. La proposta, come già accennato, ha un suo fascino, ma si scontra con un altro concetto, dopo il fattore produttività: la concorrenza globale.
In un sistema chiuso e autarchico, l’idea del «lavorare meno lavorare tutti» potrebbe persino funzionare, anche se inevitabilmente condurrebbe alla decrescita, neppure felice. Ma in un mercato esposto alla concorrenza internazionale, l’idea di ridurre l’orario di lavoro trascurando la voce «produttività» genererebbe risultati opposti alle intenzioni. Calerebbero gli utili, salirebbero i passivi, e l’occupazione complessiva si assottiglierebbe paurosamente.
Nel mondo ci sono centinaia di Stati e numerose politiche economiche. Se qualcuno avesse sperimentato con successo la felicità di un popolo sganciando l’orario di lavoro dalla produttività, non solo gli avrebbero dato dieci Premi Nobel, ma lo avrebbero imitato persino in paradiso.


Gli irriducibili potrebbero obiettare ancora: ok, allora riduciamo gli stipendi pur di creare e garantire più posti di lavoro. Ma quanti accetterebbero di buon grado un ritocco di questa natura, che «oggettivamente» rappresenta un passo indietro nei propri progetti di vita oltre che un livellamento ugualitaristico? E, soprattutto, perché si dovrebbe mortificare la volontà di chi intende lavorare di più, o perché vuole guadagnare di più o perché vuole realizzarsi facendo carriera?
L’Italia, a cominciare dal Sud, ha un doppio problema: produttività e redditività. In soldoni: si lavora poco. Ecco. La ricetta anti-crisi, dovrebbe marciare in direzione opposta: lavorare di più. Poi, grazie alla maggiore produttività, l’orario di lavoro calerebbe da solo e non frenerebbe le nuove assunzioni, anzi le spingerebbe a tutto gas.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

LE RUBRICHE

Speciale Abbonamento - Scopri le formule per abbonarti al giornale quotidiano della Gazzetta
Gazzettaffari - Portale di annunci de La Gazzetta del Mezzogiorno
Gazzetta Necrologie