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Lo spopolamento del Mezzogiorno, attraverso innanzitutto la fuga dei cervelli, si accinge a contendere al debito pubblico il primo posto nella classifica delle pecche della Penisola

giovani all'estero cervelli in fuga

Forse perché troppo concentrato sui disperati che vogliono arrivare dal Mediterraneo, il Belpaese sta trascurando i giovani migranti italiani che partono dal Meridione verso il Nord Italia e il Centro Europa. Sono migranti provvisti di studi rilevanti e di lauree prestigiose. Non fanno fatica a trovare lavoro nelle aree più ricche del Vecchio Continente. Un tempo chi lasciava il Sud in cerca di occupazione sperava di tornare a casa il più presto possibile. Oggi, invece, l’esodo massiccio dei giovani laureati non prevede il controesodo immediato e neppure il ritorno a lungo termine, quello per il godimento della pensione (sic!). Il che rischia di rivelarsi un fenomeno letale per il Mezzogiorno e l’intera nazione.
Tutti i popoli emigrano e si spostano. Ma quando questi convogli umani viaggiano a senso unico, qualcosa non quadra. Infatti, si interviene.


Lo spopolamento non è solo un problema lucano, visto che la Basilicata viene indicata da sempre come la regione simbolo di paesi fantasma, desertificati dalle prospettive lavorative e luccicanti della società post-industriale. Lo spopolamento sta diventando il problema principale dell’intero Mezzogiorno. E siccome il Mezzogiorno costituisce tuttora la vera questione nazionale dello Stivale, lo spopolamento, attraverso innanzitutto la fuga dei cervelli, si accinge a contendere al debito pubblico il primo posto nella classifica delle pecche della Penisola.
Ci sono ormai due Sud, anzi due Italie. C’è un Sud (e un’Italia) che non aspettano altro che assistenze e sussidi vari. E c’è un Sud (e un’Italia) che non vedono l’ora di studiare e studiare, lavorare e lavorare, produrre e produrre.

È il nuovo «popolo di formiche» che lascia i profumi di regioni climaticamente baciate dal Signore per dispiegare altrove i saperi acquisiti nelle ore trascorse sui libri e nelle lezioni universitarie.
Ora. Che futuro può avere una nazione che dà la sensazione di voler fare a meno del proprio «popolo di formiche»? Che futuro può avere uno Stato che scoraggia chi intende intraprendere un’avventura imprenditoriale e lavorativa? Che avvenire potrà avere un Paese che mostra indifferenza di fronte allo svuotamento di numerose regioni e alla fuga monodirezionale dei suoi giovani più promettenti? Sono domande con le risposte incorporate. Nella migliore delle ipotesi, metà Italia si trasformerà in ospizio a cielo aperto. Nella peggiore delle previsioni, metà Italia inizierà a emigrare pure in età attempata (sempre più attratta ad esempio dai bonus fiscali di altri lidi europei). Insomma, si profila uno scenario spettrale. E chissà.
Il peccato originale è il dileggio, il semi-sabotaggio del lavoro. Tutti lo invocano. Ma poi in tanti s’impegnano a ostacolarlo o a imbrigliarlo. Chi governa preferisce aiutare il non-lavoro (vedi sussidi e quote pensionistiche). Chi lavora troppo, lo fa a suo rischio e pericolo. Sarà tassato manco fosse un Paperone da spennare. E se avrà il merito di aver promosso un’impresa sana, dovrà ritenersi fortunato se non sarà incluso nell’elenco degli sfruttatori e degli approfittatori.


Ogni tanto riprende vigore una teoria lunga quanto la notte dei tempi: lavorare meno, lavorare tutti. L’aspirazione non è peregrina, anzi rappresenta il top delle ambizioni di una comunità civile. Del resto, lo stesso filosofo greco Aristotele (384-322 avanti Cristo) sosteneva che si lavora per il tempo libero.
Ma il lavoro non te lo dà un tizio dietro l’angolo, né è un traguardo che si può pianificare a tavolino. Il lavoro richiede creatività, impegno, fantasia, dedizione, studio, aggiornamento, spesso sudore. Né il lavoro può prescindere nei suoi orari di svolgimento da un concetto basilare: produttività. Se sale la produttività, salgono i salari, cresce l’occupazione e si riduce, appunto, l’orario di lavoro. Se invece la produttività ristagna, la riduzione dell’orario di lavoro si trasforma automaticamente in un boomerang per l’impresa (e quindi anche per i lavoratori) o, giuridicamente e socialmente, in una misura assistenziale.
Il progresso scientifico e tecnologico, aumentando in modo considerevole la produttività, ha contribuito più di molte battaglie sindacali alla riduzione dell’orario di lavoro. Se così non fosse stato, se cioè la produttività fosse stata ritenuta una variabile indipendente o addirittura un optional, tutte le aziende sarebbero finite fuori mercato con tanti saluti al benessere generale e individuale.


Si obietta: ma se tutti, davvero senza eccezioni, lavorassero meno, si potrebbe creare e distribuire più lavoro. La tesi è stata rilanciata dal nuovo presidente dell’Inps, Pasquale Tridico. La proposta, come già accennato, ha un suo fascino, ma si scontra con un altro concetto, dopo il fattore produttività: la concorrenza globale.
In un sistema chiuso e autarchico, l’idea del «lavorare meno lavorare tutti» potrebbe persino funzionare, anche se inevitabilmente condurrebbe alla decrescita, neppure felice. Ma in un mercato esposto alla concorrenza internazionale, l’idea di ridurre l’orario di lavoro trascurando la voce «produttività» genererebbe risultati opposti alle intenzioni. Calerebbero gli utili, salirebbero i passivi, e l’occupazione complessiva si assottiglierebbe paurosamente.
Nel mondo ci sono centinaia di Stati e numerose politiche economiche. Se qualcuno avesse sperimentato con successo la felicità di un popolo sganciando l’orario di lavoro dalla produttività, non solo gli avrebbero dato dieci Premi Nobel, ma lo avrebbero imitato persino in paradiso.


Gli irriducibili potrebbero obiettare ancora: ok, allora riduciamo gli stipendi pur di creare e garantire più posti di lavoro. Ma quanti accetterebbero di buon grado un ritocco di questa natura, che «oggettivamente» rappresenta un passo indietro nei propri progetti di vita oltre che un livellamento ugualitaristico? E, soprattutto, perché si dovrebbe mortificare la volontà di chi intende lavorare di più, o perché vuole guadagnare di più o perché vuole realizzarsi facendo carriera?
L’Italia, a cominciare dal Sud, ha un doppio problema: produttività e redditività. In soldoni: si lavora poco. Ecco. La ricetta anti-crisi, dovrebbe marciare in direzione opposta: lavorare di più. Poi, grazie alla maggiore produttività, l’orario di lavoro calerebbe da solo e non frenerebbe le nuove assunzioni, anzi le spingerebbe a tutto gas.

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