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In Puglia e Basilicata

L'analisi

Il ritorno al futuro (voto europeo) tra i due alleati

Tre proposte gelide verso l'Europa

«Come è possibile perseguire l’obiettivo della credibilità e della stabilità dell’azione di governo indugiando in questa forma di conflittualità che, con il passare delle settimane, si eleva sempre di più a rango di regola, dopo essere stata proposta come eccezione?»

01 Aprile 2019

Francesco Giorgino

Era la fine degli anni Settanta quando Erich Fromm pubblicò il libro “Avere o Essere?”. Lo psicologo e sociologo tedesco indicò in questa dicotomia la principale differenza esistente tra chi si muove in un orizzonte temporale ristretto e contenuto e chi invece dimostra di essere in grado di allungare il proprio sguardo oltre l’asfittica dimensione del presente. In quanto categoria ben definita “l’avere” coincide con il perseguimento del solo obiettivo dell’accumulazione. Obiettivo che induce alla gratificazione propria e altrui esclusivamente in base a ciò che si possiede. Il discorso vale sia per la dimensione materiale che per quella immateriale.

Al contrario, “l’essere” consente di recuperare il valore dell’identità non solo sfruttando il passato e il presente, ma guardando al futuro e soprattutto prescindendo dalla logica del solo possesso. Fromm sosteneva, tra l’altro, che “litigare vuol dire spiegare in modo complicatissimo e a voce alta cose semplici da dirsi sottovoce”.
Ho ripensato a questa dicotomia e a queste parole, analizzando il tasso di conflittualità che la maggioranza ha raggiunto negli ultimi giorni, dividendosi su molti temi. Da ultimo, dividendosi su questioni assai complesse come la famiglia naturale, l’aborto, le adozioni, i diritti. I toni tra Cinque Stelle e Lega si sono fatti eccessivamente (ed inutilmente) polemici. Il sospetto reciproco ha preso il sopravvento sulla logica dell’unità d’intenti che, almeno nell’iniziale volontà dei due contraenti il patto di governo, avrebbe dovuto accompagnare l’esercizio del potere esecutivo in un momento difficile per la vita del nostro Paese come quello che stiamo vivendo. In tanti abbiamo avuto la sensazione che l’avere, e cioè la conquista di qualche voto in più rispetto al proprio contraente-concorrente in vista delle elezioni europee, stia registrando un primato netto sull’essere, qui rappresentato con l’idea del vincolo delle priorità programmatiche così come indicate dal contratto. In tanti abbiamo maturato inoltre il convincimento che l’unico ambito che conta davvero è quello coincidente con la sfera pubblica mediata, che nulla più può esser detto “sottovoce”, al riparo cioè da possibili strumentalizzazioni interpretative. Anzi, emerge in modo sempre più evidente che più si litiga sui media e quindi più si polarizza lo scontro nell’alveo interno alla maggioranza (anziché al suo esterno), più diventa possibile recuperare i voti perduti e consolidare quelli acquisiti. Non dimentichiamoci che nell’era della trasformazione della politica in comunicazione anche per effetto della trasformazione digitale non esiste solo il consenso abilitante. Occorre fare i conti anche con quello confermante.

Come è possibile perseguire l’obiettivo della credibilità e della stabilità dell’azione di governo indugiando in questa forma di conflittualità che, con il passare delle settimane, si eleva sempre di più a rango di regola, dopo essere stata proposta come eccezione? Vero è che già un anno fa erano visibili le differenze tra pentastellati e leghisti in ordine a mappe concettuali, culture politiche di riferimento, modelli organizzativi e comunicativi. Altrettanto lo è il fatto che sia Salvini, sia Di Maio si sono proposti come gli artefici di un patto di legislatura, dunque come leader politici in grado di assumersi la responsabilità della guida del Paese. Il problema non è tanto chi conta di più all’interno del governo Conte, quanto cosa esso riesca effettivamente a realizzare, volendo andare incontro alle aspettative degli elettori e ai loro bisogni. È noto che la stabilità, almeno in relazione alle questioni macro-economiche, è la pre-condizione per poter quanto meno affrontare quelle situazioni che si presentano attraverso le sembianze dell’emergenza sociale. Il riferimento alla recessione tecnica (ma molto probabilmente anche a quella economica) non è certo casuale, essendo questo un tema con implicazioni enormi: reazione dei mercati, peso delle relazioni internazionali, portata delle conseguenze su lavoro e occupazione.

Finora il Governo ha varato due misure, reddito di cittadinanza e quota cento, che nelle intenzioni della maggioranza dovrebbero (ma non è affatto sicuro che ciò avvenga) impattare sulla domanda interna. Altra questione è però quella dello sviluppo e della competitività del Sistema Paese, rispetto alla quale servono interventi organici, come hanno ricordato ieri il Ministro Tria e il Presidente di Confindustria Boccia. La situazione economica internazionale e le difficoltà di molti mercati di sbocco per le imprese italiane abituate ad esportare richiedono azioni tempestive e correttive. C’è da augurarsi che il cosiddetto “sblocca cantieri” rimetta in moto la leva degli investimenti, la quale continua ad essere la leva più importante per generare occupazione. Non è certo tranquillizzante sapere che molti imprenditori di fronte all’obbligo di trasformare, a conclusione dei dodici mesi, il contratto di lavoro da assunzione a tempo determinato a tempo indeterminato preferiscano ricorrere alla soluzione del turn over. È possibile che le misure messe in campo finora dal Governo in materia di politica economica producano nel secondo semestre del 2019 effetti positivi, come ribadito ieri dal premier Conte. È possibile che si scongiuri il rischio di una crescita prossima allo zero, ma è del tutto evidente che non si può prescindere da soluzioni strutturate e da visioni a medio e lungo periodo. Il Def non va vissuto solo come un impegno da rispettare, ma anche come l’occasione utile per segnalare un’inversione di tendenza rispetto allo status quo, come la prova della programmazione di un’azione di reale rilancio dell’economia. Sempre che ci sia volontà politica ad operare in tale direzione.

Le europee sono un appuntamento elettorale molto importante che certo non va sottovalutato, ma non possono rappresentare l’unico parametro valutativo e decisionale. È doveroso comprendere in fretta se le divergenze oggi esistenti tra i due partiti di maggioranza siano solo tattiche (e cioè finalizzate alla massimizzazione del consenso elettorale) o anche strutturali e quindi ontologiche. Se fossero della seconda tipologia, sarebbe difficile immaginare una prosecuzione dell’attuale esperienza di governo. Situazione quest’ultima che contemplerebbe inevitabilmente la prospettiva di elezioni anticipate, sia pur dopo aver sciolto un nodo non secondario relativo alla decisione di chi si assume per primo la responsabilità della rottura. Si tratta di un nodo che genera anche un interrogativo. Chi tra i due partiti avrebbe più convenienza a farlo? Cosa Lega e Cinque Stelle vogliano “avere” nell’immediato è piuttosto chiaro. Un po’ meno cosa vogliano essere in futuro. Il punto è proprio questo.

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