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Prima i settentrionali, poi i meridionali. Si potrebbe declinare così il motto “Prima gli italiani”, impugnato come un manganello da Matteo Salvini contro gli immigrati, per applicarlo ora alla richiesta di maggiore autonomia reclamata dalle Regioni più ricche del Nord: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, capaci di produrre un Pil complessivo di 700 miliardi di euro, pari al 40% del totale italiano. Alle quali si potrebbero aggiungere prossimamente anche Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio e Campania, con un “effetto domino” nei confronti di tutte le altre a statuto ordinario. Una rivendicazione che, come già anticipato in un articolo della settimana scorsa, minaccia di accentuare ulteriormente il divario fra le “due Italie”, aggravando le condizioni economiche e sociali di tutto Mezzogiorno, comprese le Regioni meridionali a statuo speciale come Sicilia e Sardegna. La maggiore autonomia dovrebbe riguardare quelle materie di “legislazione concorrente” fra Stato e Regioni previste dall’articolo 117 della Costituzione in seguito all’infausta riforma del Titolo V.

Riforma imposta nel 2001 dal centrosinistra nel tentativo illusorio di inseguire sul piano elettorale il federalismo fiscale propugnato dalla Lega. E in testa alla lista, c’è ovviamente la Sanità che già assorbe la gran parte dei bilanci regionali. Con un eufemismo, si parla a tal proposito di un “regionalismo differenziato” che in realtà nasconde un “egoismo territoriale” dei più forti a danno dei più deboli, minacciando quel principio di solidarietà che è alla base dell’unità nazionale.
Dietro questo paravento, il processo di disgregazione potrebbe verificarsi innanzitutto a spese del Sud attraverso quella che l’economista barese Gianfranco Viesti definisce efficacemente “la secessione dei redditi”. In pratica, l’autonomia differenziata si realizzerebbe consentendo alle Regioni più ricche di trattenere una quota cospicua del cosiddetto “residuo fiscale”: cioé la differenza fra la spesa pubblica territoriale e il rispettivo gettito fiscale. Ogni Regione, insomma, si terrebbe i suoi soldi, con tanti saluti a quelle storicamente ed economicamente più arretrate.

Ma una prospettiva del genere, oltre a essere nefasta per l’unità nazionale sancita dalla Carta costituzionale, rischia di non essere neppure conveniente per le regioni più progredite. Il Sud, infatti, è un “mercato” di oltre 20 milioni di abitanti che consumano prevalentemente prodotti e servizi delle aziende settentrionali. E come spiega ancora il professor Viesti, “tutte le stime mostrano che la spesa nel Mezzogiorno, in particolare quella per investimenti, ha un effetto di traino; genera acquisti dalle regioni più forti; redistribuisce i suoi benefici su tutto il paese”.

Non c’è, dunque, un Nord senza il Sud. E anzi, come la crescita di una parte del Paese favorisce quella delle altre, così la decrescita di una danneggia tutto il resto del Paese. Sul breve periodo, la disponibilità immediata di maggiori risorse per il Centro-Nord può anche dare una sensazione di sicurezza e di benessere. Ma a medio e lungo termine, a causa degli stretti rapporti di interdipendenza fra le diverse aree del Paese, la prevaricazione nordista rischierebbe di ritorcersi contro le stesse regioni settentrionali che all’inizio potrebbero magari beneficiarne.

In un mercato che diventa sempre più globale per effetto delle comunicazioni e dei trasporti, l’autarchia è un inganno pericoloso. E questo vale sia a livello nazionale sia internazionale. Il Nord non può fare a meno del Sud, come l’Italia non può fare a meno dell’Europa e viceversa. Nel quadro di un sistema digitale, unificato di fatto da Internet e dagli scambi online, ormai la scala dell’economia è necessariamente sovranazionale: basti pensare alla diffusione dell’e-commerce o allo sviluppo delle transazioni elettroniche.
Non esiste, quindi, un’autonomia regionale al di fuori di un’ottica più ampia e complessiva. Occorre piuttosto un’autonomia condivisa, solidale, compatibile con la crescita dell’intera collettività nazionale. Altrimenti, s’innesca la spirale dell’isolamento, dell’emarginazione e della regressione.

Sono queste le ragioni per cui il Nord d’Italia dovrebbe preoccuparsi di favorire la ripresa del Mezzogiorno. Per sostenere il mercato, alimentare i consumi, incentivare l’occupazione. E i primi a saperlo sono proprio gli imprenditori settentrionali, piccoli, medi e grandi, che non a caso hanno già cominciato a lanciare segnali in questo senso al governo giallo-verde. “L’autonomia rafforzata delle Regioni deve diventare un fattore di competitività, ma non a danno di qualcuno”, ha avvertito nei giorni scorsi il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.

Si giocherà intorno a questo tavolo, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la stabilità della maggioranza fondata sul patto fra la Lega e il Movimento 5 Stelle. La questione dell’autonomia regionale non può essere affrontata né tantomeno risolta all’insegna del populismo e della demagogia. Se è vero che i due partners hanno potuto sottoscrivere il loro “contratto di governo”, raggiungendo finora una serie di compromessi sui singoli temi, siamo arrivati adesso alla resa dei conti.
La Lega, da una parte, non potrà deludere il suo elettorato nordista e il M5S, dall’altra, non potrà mortificare quello meridionale. Oppure, entrambi tradiranno insieme l’interesse nazionale.

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