Domenica 18 Novembre 2018 | 19:08

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La forza della Lega e il futuro del governo

C’è una domanda che agita i Palazzi e che in queste ore rimbalza da una redazione all’altra: quanto durerà il governo gialloverde?

Governo

C’è una domanda che agita i Palazzi e che in queste ore rimbalza da una redazione all’altra: quanto durerà il governo gialloverde? Consuetudine ormai consolidata da parte di cronisti e retroscenisti quella di restringere l’orizzonte temporale dell’esecutivo Conte nel mentre si raccontano le discussioni interne alla maggioranza, anche se questa volta il terreno di scontro è quello della giustizia, materia tra le più delicate. Da una parte il ministro pentastellato Bonafede che insiste per inserire nel disegno di legge anticorruzione la sospensione di ogni termine di prescrizione del processo dopo il primo grado di giudizio. Dall’altra il ministro leghista Bongiorno, penalista di fama, che resiste e che parla di “bomba atomica nel processo penale”, visto che, a suo giudizio, in questo modo non ci sarebbero più né appello, né giudizio di legittimità.

Tralasciamo gli aspetti tecnico-giuridici, che pure sarebbe interessante affrontare a partire dalle questioni di merito e di metodo (come, per esempio, quella di dare avvio ad una riforma epocale per il tramite di un semplice emendamento) e concentriamoci su quelli politici.

Il Governo è reduce da giornate in cui gli elementi di divergenza sono stati, almeno nella sfera pubblica, superiori a quelli di convergenza. Dalle grandi opere e le infrastrutture al decreto fiscale, dal reddito di cittadinanza alla prescrizione sono emerse le differenze esistenti tra due partiti che hanno deciso di dar vita ad un’esperienza di governo nella consapevolezza di poter (e dover) essere “uniti nella diversità” o, se si preferisce, “diversi nell’unità”. Il contratto di governo nasce proprio con questo intento, allo stesso modo in cui scaturisce da questa esigenza di fondo la scelta di affidare la premiership ad una persona di riconosciuto equilibrio e capacità di mediazione come Conte, anche se all’epoca sconosciuto ai più. Ad uno sguardo più rigoroso e senza il condizionamento di chi tifa per la disfatta del Governo per il solo gusto della disfatta o per provare a conquistare spazi di manovra che non si ha la forza di conquistare attraverso il rilancio programmatico e la riorganizzazione territoriale, sono le condizioni con le quali si è arrivati a questo stato di cose che dovrebbero indurre alla prudenza. Necessario a tal fine usare chiavi interpretative in grado di valorizzare anche l’esito del monitoraggio continuo dell’opinione pubblica alla quale si sottopone la politica specie in epoca di populismo e sovranismo. Come noto sia Salvini sia Di Maio dispongono di strumenti che permettono loro di avere un feedback costante e continuo di tutto ciò che dichiarano e fanno. Sentiment analysis di quanto viene pubblicato sui social network, ma anche sondaggi d’opinione, ormai effettuati con periodicità. Proprio uno degli ultimi sondaggi, quello di Ipsos per il Corriere della Sera, ha rivelato che aumenta il consenso per la Lega, arrivata al 34,7%, mentre, soprattutto al Nord, cala quello al Movimento Cinque Stelle. Secondo l’interpretazione di questi dati fatta da Pagnoncelli e sempre in base alle rilevazioni effettuate negli ultimi giorni, non sono pochi i voti perduti dai pentastellati che sarebbero andati al Carroccio. E ciò, mentre resta stabile il consenso per il governo Conte con un valore percentuale più alto di quello registrato dagli ultimi sei esecutivi.

Come spiegare questi dati alla luce della conflittualità registrata finora all’interno della maggioranza? Punto primo: gli italiani non vedono alternative e considerano, almeno per il momento, come fisiologiche le manifestazioni di difformità programmatica fra Cinque Stelle e Lega. Se le aspettano, insomma. Punto secondo: occorre considerare soprattutto il fine comunicativo di molte prese di posizione pubbliche delle ultime settimane. Ciascuno dei due partiti quando alza i toni parla ai propri elettori ai quali ha promesso, come del resto è nello stile di questo nuovo ecosistema politico, responsività narrativa, ovvero rendicontazione continua e dettagliata. Punto terzo: differenti sono gli elementi di forza e debolezza a disposizione dei due leader. Vediamoli uno per uno.

Di Maio è alle prese con un dibattito interno nel quale si confrontano due anime: quella governista, più orientata alla mediazione e al compromesso, e quella più ortodossa che non rinuncia a far pesare la diversità della propria identità politica specie su temi sensibili, come la giustizia e la sicurezza. Salvini è, invece, un leader molto forte. Convince e attrae fette sempre più consistenti di elettori provenienti dagli altri partiti di centrodestra, ma anche – come abbiamo visto- dallo stesso Movimento Cinque Stelle e persino da una parte del centrosinistra. Più egli resta al governo con i grillini e più cresce nei consensi. Più cresce e più il suo partito diventa attrattivo per gli elettori di Forza Italia. Più la Lega diventa attrattiva per gli elettori di Forza Italia e più Salvini induce la classe dirigente del partito fondato da Berlusconi a reiterare inviti di ritorno a casa. Più questi inviti vengono reiterati e più il Capitano si rafforza nel Governo. E ancora. Salvini ha alle spalle un partito e Di Maio no. Il leader del Movimento Cinque Stelle fonda la sua narrazione pubblica su questioni non immediatamente tangibili come, per esempio, il reddito di cittadinanza, anche se ieri, durante la trasmissione di Lucia Annunziata, il ministro Barbara Lezzi ha annunciato che questa riforma comincerà a dare i primi frutti tra febbraio e marzo del 2019. Salvini, specie in materia di sicurezza, può giocare una carta spendibile a fini di consenso in misura maggiore di quanto possa fare il proprio partner. Di Maio, almeno in questo momento, non ha alternative a disposizione per continuare ad essere partito di governo. Salvini può decidere, invece, se andare avanti nell’esperienza di governo con i Cinque Stelle da posizione di maggiore forza o se staccare la spina e monetizzare il già elevatissimo consenso insieme con i vecchi compagni di viaggio, ovvero Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Una scadenza è davanti a noi: quella delle elezioni europee. In concomitanza di questo appuntamento capiremo di più. Intanto, abituiamoci alla dialettica continua. Che per molti media è il campanello d’allarme dell’imminente rottura, mentre per i leader di questi due partiti è solo normale confronto politico. In fondo è questo quello che succede quando la politica diventa soprattutto comunicazione.

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