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Le luci e le ombre del potere al popolo

È il momento del potere al popolo. In politica, si affermano in tutta Europa i partiti “populisti”. Sui social network, il popolo diventa protagonista.

Le luci e le ombre del potere al popolo

È il momento del potere al popolo. In politica, si affermano in tutta Europa i partiti “populisti”. Sui social network, il popolo diventa protagonista. Nei talent show, giovani del popolo senza un pedigree diventano cantanti affermati. Il popolo, la gente comune, il cittadino anonimo diventa sempre più protagonista. E questo ha sicuramente dei vantaggi. Per quanti anni tra il popolo e i palazzi della politica c’è stato il filtro insuperabile dei partiti, rappresentati da una classe dirigente con un suo linguaggio, il politichese, spesso volutamente incomprensibile al popolo? Per quanto tempo l’accesso alle liste dei candidati alle elezioni è stato un tabù per il semplice cittadino che era alieno alle correnti di partito ed ai giochi di palazzo? Per quanti decenni le istituzioni dominate dai partiti tradizionali sono state sorde alle istanze del popolo, all’ascolto della gente, nelle strade, dal basso?

Lo stesso vale per l’accesso alla comunicazione. Per quanto tempo la televisione, perlopiù lottizzata dai partiti tradizionali, ha parlato il linguaggio della politica paludata senza puntare il microfono sul cittadino comune, sulle sue aspettative, sulle sue esigenze, sulla sua rabbia, sul suo grido di dolore?
E per quanto tempo anche lo stesso show business è stato frequentato dalla solita conventicola di artisti inavvicinabili, sempre gli stessi, che aveva trovato le chiavi della raccomandazione politica o dell’amicizia giusta, e chiudeva le porte all’ingresso di ogni nuovo talento?

E l’editoria? Per quanti decenni a scrivere i libri per le case editrici che contano sono stati sempre gli stessi, la ristretta cerchia di intellettuali, spesso fiancheggiatori degli onnipresenti partiti, spesso fautori di quelle ideologie utilizzate e strumentalizzate dalla politica?

Per tanti decenni abbiamo assistito alla dialettica del privilegiato circolo chiuso (della politica, della comunicazione, dello show business, della cultura) contrapposto al popolo servo. Oggi, invece, il popolo servo si è preso la sua rivincita.
Nella politica, sono al governo partiti che votano i provvedimenti via internet, che partecipano alla scrittura delle proposte di legge via mail, che scelgono i loro candidati alle elezioni tra cittadini ignoti e talora senza pedigree, che selezionano i Ministri tra la gente comune e che affidano la decisione politica ai sondaggi, per sapere “cosa vuole il popolo”. Nella comunicazione, il vecchio schema intellettuale-che-pensa e popolo-che-ascolta, è stato soppiantato dallo schema popolo- protagonista-attraverso-i-social. Su twitter, su facebook, su instagram l’anonimo cittadino si esprime, lancia le sue invettive sul politico di turno, posta messaggi che possono diventare “virali”, raccoglie fondi per iniziative sociali, scrive i suoi editoriali e i suoi liberi commenti ed il suo post ha la stessa lunghezza di quello del politico famoso ed esperto. Nei talent show il giovane sconosciuto si trova a cantare la sua canzone di fronte ad una enorme platea televisiva e lì può esprimere il suo talento ed avere il suo momento di gloria. E poi grazie agli e-book, che ognuno può prodursi e promuovere in internet saltando a piè pari le casi editrici, tutti possono diventare scrittori e proporre in rete le proprie poesie ed il proprio romanzo.

Non è questa vera democrazia? Non è questa parità di opportunità? Non è questo potere al popolo? Per certi versi lo è. Ma è anche un pericolo. Il pericolo che nella politica populista per accontentare la pancia del popolo si allarghino a dismisura i cordoni della borsa e si porti un Paese al fallimento. Il pericolo che l’incompetenza e l’improvvisazione dei rappresentanti del popolo nelle istituzioni portino le stesse istituzioni al degrado. Il pericolo che nella cultura “popolare” dei social network dilaghino le menzogne, le “fake news”, le aggressioni verbali, gli insulti, le denigrazioni. Il pericolo che nei talent show trionfi l’immondizia musicale, come la chiama Franco Battiato. Il pericolo che nella cultura popolare in cui ognuno (anche chi manca dell’umiltà del sapere) scrive quello che vuole, si faccia strada l’elogio del proibito, della trasgressione, del disvalore, di valori autodistruttivi.

E allora ci accorgiamo che il potere del popolo non è necessariamente un valore. E’ un valore dare la possibilità al popolo di esprimersi liberamente. Ma la selezione dei contenuti politici, sociali e culturali secondo valori condivisi di onestà, di libertà, di competenza, di responsabilità è l’unica via d’uscita. Il popolo non va trascurato né reso servo. Ma la selezione, dal popolo, di veri valori è un’operazione necessaria. Durante la notte, tutte le vacche appaiono nere, dello stesso colore. Ma poi, al mattino, ogni vacca assume il suo colore. Ogni individualità assume il suo valore, ed è giusto distinguere ed elevare le individualità che valgono di più da quelle che si sforzano di meno e valgono di meno. Distinguere è un valore liberale. Altrimenti prevale il buio. Quello stesso buio della ragione che ha portato il popolo tedesco, nel Novecento, a farsi guidare da Hitler. 

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