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La ricerca di un compromesso fra l’Italia e l’Europa sarà l’occasione per riflettere sul rischio di due manovre parallele: una per il Nord e una per il Sud

Dai libri ai viaggi in gommoneTria, da Castellana Grotte al Mef

Il ministro Tria

Poteva andare peggio. Molto peggio. L’agenzia di rating Moody’s ha sì declassato il nostro debito sovrano, ma ha anche evitato di rendere negativo il cosiddetto outlook, ovvero il quadro delle previsioni a breve termine. Lasciare l’outlook stabile ci ha risparmiato il downgrading. Situazione che dà al nostro Paese alcuni margini di intervento per evitare contraccolpi negativi. Vedremo come si regolerà Standard & Poors (che si pronuncerà entro il prossimo fine settimana) e soprattutto vedremo come stamane risponderanno i mercati. Lo spread scenderà dopo aver toccato venerdì scorso i massimi dal 2013?
Poteva andare peggio anche relativamente all’altra questione, quella dello scontro esploso all’interno della maggioranza a seguito delle divergenze fra Lega e M5S sul condono fiscale.

Tra Salvini e Di Maio è stata trovata una tregua. Entrambi hanno momentaneamente deposto l’ascia di guerra. Una guerra identitaria e comunicativa, combattuta sul filo dell’esegesi di una delle parole più citate nelle ultime ore: «condono». Parola usata senza troppi problemi dal leader del Carroccio, ma riformulata semanticamente in «dichiarazione integrativa» dal capo dei grillini.

Ancora una volta è la comunicazione l’elemento distintivo dell’esecutivo gialloverde. Una comunicazione immaginata a beneficio degli elettori dei diversi partiti e che, nello specifico della pace fiscale, ha dovuto fare i conti con il sospetto di complotti e con accuse più o meno velate di pressapochismo o di forzature ideologiche. Una tregua vigile ma non più armata. Di Maio davanti al popolo pentastellato radunatosi al Circo Massimo (lo stesso popolo abituato a scandire lo slogan «onestà onestà») ha rivendicato il merito di essere riuscito a ottenere la cancellazione dello scudo sui capitali esteri e la non punibilità penale. Salvini ha sottolineato di aver recuperato saldo e stralcio. Si tratta in pratica di una rottamazione rinforzata delle cartelle esattoriali in favore di chi si trova in situazioni di oggettiva difficoltà. Rottamazione rinforzata, dunque, ma su quali presupposti? Reddito Isee sotto i 30 mila euro, anche se la soglia può salire per genitori soli con figli minori a carico, nel caso in cui il debitore o un suo congiunto sia affetto da malattie gravi e se vi siano disabili all’interno del nucleo familiare. Questo provvedimento approderà direttamente in Parlamento e, come ha spiegato il sottosegretario Armando Siri, consentirà di preservare la differenza tra il valore reddituale e i debiti da saldare entro quota 9.370 euro, che è poi l’importo annuale del reddito di cittadinanza.

Il discorso vale anche per le imprese, qualora i debiti complessivi siano superiori al 20% della produzione. Il decreto fiscale, oltre al già citato saldo e stralcio, prevede anche altre misure: la cancellazione dei debiti sotto la soglia dei mille euro (come per esempio multe e bolli auto) contratti dal 2000 al 2010; l’annullamento delle sanzioni e degli interessi per le cartelle emesse dal 2000 al 2017 nel caso in cui si paghi l’importo dovuto; la dichiarazione integrativa alle Agenzie delle entrate di tutti i redditi non dichiarati fino al 31 dicembre 2017; la chiusura delle vertenze fiscali davanti alle commissioni tributarie secondo un meccanismo che prevede il 50% dell’imponibile per il primo grado e il 20% per il secondo grado.

Veniamo ora al rapporto con l’Europa. L’Italia dovrebbe rispondere entro oggi alla lettera inviata al nostro Governo dalla Commissione europea. Lettera con la quale di fatto la manovra economica è stata bocciata. Nella maggioranza c’è stata una discussione sulla possibilità di ridurre di qualche decimale il rapporto deficit-pil, ma Di Maio e Salvini hanno già fatto sapere che non intendono rinunciare al 2,4%. Quota diventata ormai simbolo della necessità di un cambio di passo nel rapporto fra Roma e Bruxelles. Entrambi i leader politici hanno assicurato che da parte dell’Italia non c’è alcuna volontà di uscire dall’Ue e dall’Eurozona. Entrambi, però, hanno aggiunto che l’impianto della manovra non cambia. Il premier Conte ha parlato di «dialogo leale» e di «confronto costruttivo» con l’Europa, ricordando che è nel diritto di uno Stato membro esercitare le proprie prerogative anche in materia di politica economica. Il sottosegretario Giorgetti, che insiste affinché a comunicare su questi temi sia solo il Governo, ha ricordato che il deficit al 2,4% è un tetto massimo e che sarà il ministro Tria a decidere come usarlo e, soprattutto, se usarlo tutto o parzialmente. La questione principale, come abbiamo già scritto più volte sulle colonne di questo giornale, è perciò relativa al modo in cui si riescono ad intersecare ragioni di tipo tecnico e necessità di natura politica, specie alla vigilia di importanti elezioni europee come quelle del 2019.

Dibattito sull’euro-scetticismo o sull’euro-convenienza a parte, appare del tutto evidente che la vera posta in gioco sia rappresenta dalla capacità di riuscire a perseguire obiettivi di crescita, anche a fronte di un rallentamento complessivo dell’economia internazionale. Ha ragione il presidente di Confindustria Boccia quando sollecita il Governo a correggere la manovra per rendere visibili, specie agli occhi dei mercati, gli effetti sull’economia reale. Servono più risorse per la crescita, anzitutto per potenziare gli investimenti. Sia pubblici, sia privati. È vero che anche il reddito di cittadinanza è concepito come misura capace di innescare una spinta ai consumi oltre che come strumento per alleviare la povertà e sostenere la ricerca del lavoro e la formazione, ma sono soprattutto gli investimenti ad accrescere la reale capacità produttiva di un Paese. Si tratta di elementi che, almeno nelle intenzioni del Governo, dovrebbero corrispondere a un’accelerazione della crescita per una percentuale pari allo 0,6% del Pil (dallo 0,9% tendenziale all’1,5% programmatico). Il ministro Tria, al quale è affidato il compito di scrivere le controdeduzioni da inviare a Bruxelles, ricorderà ciò, ma anche il nuovo pareggio di bilancio degli enti locali, la liberalizzazione dei servizi pubblici, le semplificazioni amministrative, gli interventi in materia di giustizia civile. Tutte misure necessarie per incoraggiare investimenti in Italia da parte di capitali stranieri. Un discorso che vale a maggior ragione per il Mezzogiorno dove il tasso di occupazione è di venti punti percentuali più basso di quello del Nord e dove è più elevata la quota di lavoro nero.

La ricerca di un compromesso fra l’Italia e l’Europa sarà l’occasione per riflettere sul rischio di due manovre parallele (una per il Nord e una per il Sud), ma anche sul significato del rigore dei conti pubblici. Che per molti è solo sinonimo di austerità.

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