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Una manovra che aumenta le distanze fra le due Italie

Lo “strabismo” congenito del governo giallo-verde rischia di ripercuotersi pericolosamente sulla manovra economica, varata dal governo, aumentando le distanze fra le “due Italie” e danneggiando in particolare il Mezzogiorno

Governo

Sappiamo tutti, fin dall’insediamento di questo governo, che la maggioranza giallo-verde su cui si fonda è una maggioranza eterogenea, composta da due partiti come il M5S e la Lega che si sono presentati contrapposti alle ultime elezioni, basata non a caso su un “contratto” che – almeno nelle dichiarazioni di chi l’ha sottoscritto – non corrisponde a una coalizione né a un’alleanza politica. Non c’è da meravigliarsi, quindi, se ognuno dei due partners tende a tirare l’acqua al proprio mulino, per mantenere le proprie promesse e non deludere i propri elettori. Ma ora questo “strabismo” congenito rischia di ripercuotersi pericolosamente sulla manovra economica, varata dal governo, aumentando le distanze fra le “due Italie” e danneggiando in particolare il Mezzogiorno. Non è un mistero che i provvedimenti principali su cui s’incardina, e cioè il reddito di cittadinanza reclamato dai Cinquestelle e la cosiddetta “pace fiscale” imposta dal Carroccio, sono in realtà in contrasto fra loro e soprattutto in contrasto con gli interessi e le attese dei rispettivi elettorati. Da una parte, il reddito di cittadinanza, in odore di assistenzialismo, diretto principalmente a sostenere i giovani meridionali disoccupati o precari, sebbene il vicepremier napoletano Luigi Di Maio assicuri che il 47% dei beneficiari vive nel Centro-Nord; dall’altra parte, la “pace fiscale”, vale a dire un maxi-condono o una maxi-sanatoria, per soddisfare le aspettative di quel ceto medio autonomo prevalentemente settentrionale che rappresenta l’asse portante della Lega. “Due manovre in una”, insomma, come ha scritto Roberto Mania su la Repubblica, con orientamenti e obiettivi divergenti.

Che cosa vuol dire, allora, il presidente del Consiglio quando interviene alla scuola politica della Lega e annuncia che il reddito di cittadinanza può essere “modulato su base geografica”? Probabilmente, il premier vuole innanzitutto rassicurare l’elettorato più ostile a quel provvedimento e tentare un’acrobatica mediazione fra i “soci” della sua eterogenea maggioranza. Ma più in concreto il presidente Conte allude all’eventualità di applicare l’assegno sociale sul modello delle “gabbie salariali”, vale a dire con risorse e importi minori nelle regioni meridionali dove il costo della vita è più basso.

Perfino una misura di solidarietà ed equità, come vorrebbe essere il reddito di cittadinanza, rischia così di allargare le distanze fra Nord e Sud, penalizzando ancora una volta le popolazioni del Mezzogiorno. Sarà pur vero che qui la vita costa di meno, ma è altrettanto vero che anche l’offerta di lavoro è inferiore, con minori occasioni e opportunità di occupazione. E proprio a questo risultato, invece, dovrebbe puntare il reddito di cittadinanza: cioè a favorire l’inserimento o il reinserimento nel mondo del lavoro, attraverso la formazione e la riqualificazione professionale, senza distinzioni tra settentrionali e meridionali.

Se un tale provvedimento dovesse produrre soltanto un nuovo assistenzialismo, allora non farebbe che deprimere ulteriormente le legittime aspirazioni dei giovani “terroni” a difendere la propria dignità attraverso un’occupazione piuttosto che accontentarsi di un salario sociale, un nuovo sussidio di disoccupazione, un aiuto o un sostegno. Certo, meglio questo che niente; meglio 780 euro al mese che l’indigenza, la povertà e la disperazione. Ma non è così che si può risolvere la “questione meridionale” e ridurre il divario fra le “due Italie”. Tanto più che finora i centri per l’impiego, 556 con ottomila addetti, sono stati un “flop” avendo trovato appena 37mila posti di lavoro su due milioni di richieste.

Quello che occorre oggi all’Italia, a quella del Nord, del Centro e del Sud, è piuttosto una visione generale, un progetto organico, un “New Deal” per rilanciare tutto il Paese sul piano economico e sociale. Il Mezzogiorno non è un appendice della Penisola. E “Non c’è Nord senza Sud”, come recita il titolo di un saggio in cui il professor Carlo Trigilia, ex ministro per la Coesione territoriale nel governo di Enrico Letta (2013-2014), spiega lucidamente “perché la crescita dell’Italia si decide nel Mezzogiorno”.

Forse la “manovra del cambiamento”, con il reddito di cittadinanza, la “pace fiscale” e la “flat tax”, potrà anche riuscire a rimettere in circolo un po’ di denaro e a sostenere la domanda interna, per far ripartire i consumi e la produzione. A patto, però, che non comprometta ulteriormente i nostri conti pubblici e i rapporti con l’Unione europea. Ma per alimentare l’occupazione serve un grande programma di investimenti, pubblici e privati, in modo da creare lavoro stabile e duraturo. È questa la vera sfida per il governo giallo-verde e per tutto il Paese. 

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