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La logica del Governo del cambiamento impone segni di discontinuità in molti ambiti della sfera pubblica. Chi si propone come elemento di novità, nel metodo e nel merito, avverte forte la necessità di non deludere le aspettative di quei cittadini che sperano in un cambio di passo radicale rispetto al passato e si muove (a volte si agita) perché ciò accada. Ci sono settori, tuttavia, in cui i fatti contano più delle parole e in cui la realtà vale più della sua percezione. Non solo. Ci sono settori in cui le parole sono esse stesse fatti: pur sospese nell’alveo delle intenzioni, producono conseguenze anche senza trasformarsi in azioni. L’economia rientra in questa categoria. Gli annunci continui e talvolta contradditori, le divergenze di vedute e di priorità, la diluizione delle competenze e le difficoltà nel coordinamento rappresentano elementi di perturbazione del quadro macro economico e fattori disabilitanti l’agibilità politica complessiva di una coalizione.

Il Governo si appresta ad elaborare la nota di aggiornamento al Def (c’è tempo fino al 27 settembre) e questo consentirà di conoscere in modo più preciso i numeri sul deficit. Fra due settimane, oltretutto, l’Istat diffonderà i conti economici relativi al 2017, sulle cui basi si costruiranno previsioni più precise e decisioni più articolate. In linea generale, vale la pena di ricordare che i documenti programmatici svolgono un ruolo chiave nella rappresentazione delle linee di politica economica e, contenendo soprattutto cifre, rappresentano evidenze empiriche del quadro di finanza pubblica. Quadro che altro non è che l’insieme di attività con cui lo Stato, a livello nazionale e territoriale, reperisce le entrate necessarie a sostenere la spesa indispensabile per erogare i servizi ai cittadini.

L’Italia ha davanti a sé un obiettivo: ridurre il debito pubblico. Qualunque esercizio di programmazione economica e finanziaria, anche il più creativo, non può prescindere da questo imperativo categorico. Il ministro dell’Economia Tria, di ritorno dalla positiva missione in Cina realizzata per consolidare il rapporto con Pechino in vista dell’intesa da siglare sulla nuova Via della Seta, farà di tutto per contenere il deficit al 2%. Non è un’impresa facile, considerando il rallentamento della crescita economica (si parla di un Pil all’1,2% per il 2018 e al 1,1 % per il 2019), i maggiori oneri sul debito in conseguenza dell’aumento dello spread (costo stimato in circa 4 miliardi) e la volontà di congelare l’aumento dell’Iva previsto dalle cosiddette clausole di salvaguardia. Da un primo e provvisorio calcolo emerge che il combinato disposto di questi fattori dovrebbe portare ad un deficit di circa il 2,3%.

Si tratta non solo di capire come restare nel perimetro del 2%, come vuole Tria, ma anche come rendere compatibile questa esigenza con la disponibilità espressa da Salvini e Di Maio a raggiungere o a sforare il tetto del 3% previsto dall’Unione europea, pur di realizzare le riforme che i cittadini si attendono dal governo gialloverde. Nel dettaglio: modifiche al sistema previdenziale, reddito di cittadinanza, flat tax (solo dopo aver riordinato detrazioni e deduzioni fiscali).

La separazione fra la fase della realizzazione completa delle riforme e quella del loro avvio è elemento di riflessione quanto mai utile. La progressività sarebbe una chiara manifestazione di responsabilità politica. Consentirebbe all’esecutivo diarchico Cinque Stelle-Lega di mantenere fede agli impegni assunti con gli elettori, ma in un contesto molto più realistico. Ciò, sempre che il vero obiettivo non sia solo quello di dare una spallata all’Europa per monetizzare, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, un consenso ancora più ampio.

È più che lecito chiedersi come sarà possibile avviare le riforme sopra citate senza sfiorare o senza sforare il tetto del 3%, sapendo anche che la situazione cambia in caso di spese per investimenti o per calamità naturali. Per ciò che riguarda le uscite, la carta da giocare non può che essere quella della spending review (valore previsto di circa 3 miliardi), ma ci vuole coraggio. Se tutti i ministeri chiedessero risorse in più rispetto a quelle già disponibili o comunque se non facessero i tagli necessari, nulla sarebbe possibile. La politica sovranista e populista non è esente da questa logica. Il coraggio consisterebbe nello sfuggire alla dinamica del “tutto e subito” che porterebbe qualche voto in più, ma di certo non cambierebbe la situazione. Anzi, la peggiorerebbe finendo per creare una gabbia dentro la quale rimanere imprigionati. Forse per sempre.
Stesso discorso vale per le entrate. In questo caso, oltre che sul meccanismo delle tax expenditures (previsione di 5 miliardi), si può contare sulla pace fiscale (cifra stimata in 3 miliardi).

Margini per cominciare a realizzare il contratto di governo in ambito economico, dunque, ve ne sono. Si tratta di agire con il metodo giusto, evitando di mettere il piede in fallo. Serve elasticità decisionale per chiedere all’Europa maggiore flessibilità. La rigidità, peraltro poco compatibile con la natura stessa dell’attività politica, finirebbe per essere solo un esercizio di impazienza. Meglio un passo per volta. Meglio ragionare nel medio e lungo periodo, piuttosto che nel breve termine. La credibilità di una proposta politica, in quanto cifra distintiva delle relazioni internazionali e soprattutto elemento di valutazione da parte dei mercati, si costruisce anche così.

Nell’immediato la questione è anzitutto quella di evitare giudizi negativi da parte delle agenzie di rating, che costituiscono un metro di valutazione dell’affidabilità delle scelte di politica economica e della vulnerabilità della finanza pubblica di un Paese, ma bisogna sviluppare uno sguardo più lungo, pensando ai rapporti di causa-effetto dei diversi fenomeni. Si deve tracciare una rotta certa per evitare che la nostra venga percepita all’esterno come “finanza allegra” (definizione di Tria) e per far trionfare il Cigno Bianco (espressione del premier Conte), sbarrando la strada alle velleità imprevedibili di quello nero.
Una cosa sono gli impegni presi con Bruxelles, che vanno onorati, altra è riuscire a sottrarsi con intelligenza alla logica della subordinazione all’Europa nella costruzione dell’agenda delle priorità nazionali. Le due cose si tengono a vicenda. Per poter essere liberi di fare ciò che è nell’interesse reale degli italiani, occorre essere credibili. Per essere credibili, occorre mantenere gli impegni presi ed evitare narrazioni troppo confuse e frammentate. La sfida è soprattutto questa. Si può contenere la pressione fiscale, varare misure di contrasto alle troppe disuguaglianze sociali ancora presenti e al tempo stesso ridurre il debito pubblico.

Si può fare, ma il passo da tenere non può certo essere quello dei bersaglieri. Le fanfare non si addicono all’economia. 

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