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Chiara Civello, una voce fra Italia, Brasile e America

La cantautrice questa sera in concerto a Molfetta per la Fondazione Valente

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foto Solange Souza

Non si ferma mai, Chiara Civello, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e sonorità raffinate. Neanche durante i mesi più difficili della pandemia, vissuti a Rio de Janeiro, dove non ha smesso di pensare a nuovi progetti discografici. Non a caso l’artista romana, che in quindici anni di carriera ha sfornato sei album di successo, resta una delle voci più eclettiche del panorama internazionale.
Svariando dal pop al jazz, ma senza poter essere classificata in alcun genere: apolide non solo nella musica leggera, dato che la sua attività si divide tra tre continenti, con un piede in Italia, uno negli Stati Uniti e il cuore in Brasile. Senza mai prendere fissa dimora.

Ecco perché sarà molto atteso il concerto che terrà stasera, alle 20,30 all’Auditorium Madonna della Pace di Molfetta, all’interno della stagione concertistica promossa dalla Fondazione Vincenzo Maria Valente (biglietti acquistabili - al costo di 20 euro - al Cin Cin Bar di via Dante e al Bar IT di Corso Umberto a Molfetta). In scaletta, come di consueto, brani che hanno fatto la storia della musica italiana e altri tratti dal suo ultimo lavoro «Eclipse» (2017). Per Civello si tratta di un ritorno a Molfetta, dove si era esibita con grande successo nell’estate del 2014.

«Sarà un concerto di rara eleganza - sottolinea Rocco Nanna, il presidente della Fondazione Valente -, con un’artista di grande esperienza che continua ad essere una preziosa outsider della musica internazionale. Per Tony Bennett, vincitore di 20 Grammy Awards, Chiara Civello è la migliore cantante jazz della sua generazione. È un’artista avventurosa: parla e canta in inglese, italiano, portoghese, spagnolo e francese. Sarà un privilegio ascoltarla».
Con diverse collaborazioni eccellenti (tra i tanti, Burt Bacharach, Esperanza Spalding, Al Jarreau, Chico Buarque a Gilberto Gil), l’artista ha inciso nel suo ultimo album «Eclipse» dodici brani, registrati tra Parigi, New York, Rio e Bari. Unendo gli elementi fondanti della sua arte sonora alla produzione illuminata del musicista e produttore francese Marc Collin (cofondatore del progetto musicale «Nouvelle Vague»).

«È un disco fatto di sonorità affascinanti e misteriose - spiega la cantautrice -, che flirtano con le colonne sonore degli anni ‘60 e ‘70, in equilibrio tra atmosfere classiche e sonorità moderne. C’è anche la fusione del grande cinema italiano con la “nouvelle vague” francese. E anche per questa occasione ho potuto collaborare con grandi amici e poeti musicali straordinari, come Francesco Bianconi, Kaballà, Cristina Donà, Diego Mancino, Dimartino o Diana Tejera. In ognuno di loro c’è un aspetto che combacia perfettamente con il mio essere».
In più, c’è un sentito omaggio al Brasile, la sua seconda patria. «Nel brano “Sambarilove” - conclude - c’è da un lato l’amore per la musica brasiliana, la più sincretica che ci sia, tra miscugli indio, europei e africani. Ma è un tributo anche a Bari, città che ho sempre adorato e che ho nel sangue, come tutta la Puglia. Non potrebbe essere diversamente: mia mamma è di Bari, mia nonna di Martina Franca».

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