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Il cielo stellato, il mare e un sogno al tramonto

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Il cielo stellato, il mare e un sogno al tramonto

Il cielo stellato è di tutti e non può essere diversamente. E’ un patrimonio dell’umanità per dirla con l’astronauta Patrizia Caraveo, eppure, molti anni fa ho pensato che fosse solo mio. Il ricordo di quella notte di stelle a Margherita di Savoia è rimasto nascosto nel mio cuore. Ora, però, è tempo di raccontare.

Estate del ‘69 a Margherita, il paese in cui era nato mio padre e che ha sempre considerato come il più bello del mondo. Anche quando non c’era altro, se non la spiaggia, le saline, molto suggestive, e tramonti meravigliosi sul mare.

Luglio si trascorreva li. Tutti insieme, zii, cugini e parenti. Ma noi ragazzine eravamo abbastanza recalcitranti, perché agli adolescenti offriva molto poco. Mordevamo il freno, ma papà voleva così e così doveva essere. Ad ogni modo, noi - mia sorella, le mie cugine Elena e Rosella e io - eravamo piene di risorse e riuscivamo comunque a divertirci. Quegli anni sono stati per me pieni di amore e di calore familiare, pertanto i più belli della mia vita e indimenticabili.

Ma, non scorderò mai una serata in particolare. All’epoca, si trattò di un attimo fuggente, oggi invece, un momento al quale mi piace ripensare cercando di assaporarlo ancora tutto, lentamente, per farlo durare a lungo con la paura che possa svanire.
Abitavamo in un appartamento, quasi di fronte al mare, che aveva una lunga scala esterna. Quella sera ero seduta sui gradini, da sola.

In realtà ho sempre amato la compagnia e quella di quegli anni era la più cara che potessi avere. Eppure ogni tanto, avevo bisogno di isolarmi, di rimanere sola con me stessa, di parlarmi, di riflettere. Un modo per ricaricarmi, incolparmi o perdonarmi e proseguire il mio cammino. O semplicemente, si trattava di una forte propensione alla libertà che, a volte, ti spinge ad estraniarti completamente e a volare chissà dove. Oppure, chissà, era l’una cosa e l’altra.

Così, in quella nottata del mese di luglio del ’69, ancora una volta, mi ero appartata dal resto del mondo che mi circondava.
Da dentro casa proveniva un profumo di peperoni verdi fritti che sanno tanto d’estate e risuonavano, tra una padellata e l’altra, le fragorose risate dei miei genitori e dei miei zii. Mia madre e sua sorella avevano sposato due fratelli. Trascorrevamo l’estate insieme. Dio quanto ci piaceva: a luglio a Margherita; ad agosto in montagna, a Bardonecchia.

Anche quella sera, risate a pieni polmoni. In realtà tra i quattro, l’unica persona veramente seria era mio padre. Sempre composto, si limitava a ridere. Zio Nicola, più giovane, era un vero castigo di Dio, seguito da mia madre e da mia zia. Sentire che si divertivano così di gusto mi rendeva felice, anche se ero vittima di tutte le ansie e le insicurezze dell’età.

La verità è che non vedevo l’ora di diventare grande e la condizione di appena più che una bambina cominciava a starmi stretta assai.

Anche quella sera ci pensavo. Non avevo nemmeno un «filarino» e, per giunta, mi vivevo come il brutto anatroccolo. All’epoca la moda richiedeva capelli rigorosamente lisci, lunghi e seno quasi inesistente. Avevo, invece, riccioli a cavatappi e non ero certamente piallata. Insomma, mi ritenevo completamente démodé – oggi diremmo una diversa – e non mi piacevo per niente. Non mi restava che rifugiarmi nel sogno; abitudine che in verità non ho mai perso.

Mentre seduta sui gradini delle scale di casa sognavo l’amore, mi sono sentita improvvisamente avvolta da quella meravigliosa notte stellata. Una sensazione che non ho mai dimenticato.

Le stelle erano talmente tante da fare sparire il confine tra terra e cielo, tra terra e mare. Io ne ero parte integrante, perché ovunque mi volgessi, me ne sentivo avvolta e affascinata. E sì che in Puglia di cieli stellati meravigliosi c’è ne sono, ma come quello non ne ho visti mai più.

Quella estate «il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me» aveva finalmente un senso e Immanuel Kant ragione.
Attimi o forse minuti, non so dire. In lontananza la musica di un jukebox: Albano e Romina cantavano Acqua di Mare. Il profumo dei peperoni fritti si fondeva, contaminandosi, con l’odore del mare e della sabbia che erano proprio li, a due passi da me. Una leggerissima brezza mi accarezzava il volto e io mi sentì improvvisamente felice. Quella notte stellata, quel manto nerissimo tempestato di migliaia di brillanti era solo per me. Almeno questo mi faceva piacere credere.

Quel senso di solitudine e di inadeguatezza che mi avevano condotta sui gradini di casa a starmene «per conto mio» sparirono improvvisamente. Andai a letto, ma non riuscì a prendere sonno. Mi sentivo come stregata da quella immensità che mi circondava, oggi posso affermare, davvero unica. Vissi quell’esperienza come un regalo del cielo.

E lo fu sul serio, visto che non tardò ad arrivare qualcosa di bello anche per me. Qualche giorno dopo sulla spiaggia feci amicizia con qualcuno. Un metro e novanta di altezza, bruno, con gli occhi verdi e il viso più bello di quello di Alain Delon. Mi parve strano che si fosse interessato a me, chiacchierammo sulla riva del mare per parecchi giorni, e un pomeriggio mi invitò a fare una passeggiata. Anche se il cuore mi batteva forte, mi feci pregare non poco; poi accettai il suo invito. Abitava in una cittadina vicina a Margherita di Savoia, dunque andava e veniva con una Kawasaki 500 tutta cromata. Bellissima.

Mi presentai all’appuntamento con un vestitino bianco, a dir poco monacale, tutto di pizzo, abbottonato sul davanti, calzettoni di cotone, anch’essi bianchi e mocassini. Niente a che vedere con la prorompente vitalità della ragazza in bikini che aveva conosciuto a mare. Ricordo – e ci rido ancora - la sua espressione nel vedermi. «Ma che ci faccio con una bambina?», mi disse guardandomi. Poi sorrise con tenerezza, mi prese per mano e mi disse: «Vieni che ti offro un gelato».

Quell’anno mio padre ebbe un incidente di macchina davvero grave che lo costrinse a qualche settimana di ospedale. Chiudemmo casa all’improvviso e tornammo a Bari di corsa. Il mio amico, però, non si perse d’animo e con la sua moto venne a trovarmi nella mia città, cosa che fece per molti anni ancora. Per quelli della scuola e anche all’Università.

A volte la vita decide per te e le nostre strade a un certo punto si divisero. Ci sta tutto e va bene così. Ma, talvolta, sul mare nelle sere d’estate, non riesco a non pensare a quella irripetibile e unica notte stellata con quel che ne seguì: la mia aria pulita nella mente e nel cuore.

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