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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Ulisse e le sirene

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Ulisse cammina su una strada assolata. Il cielo è azzurro e si ode in lontananza il canto degli uccelli, che arriva da una macchia di alberi posta più in basso, verso il mare. L’aria è pregna di profumi primaverili: fragranze di fiori appena sbocciati accarezzati dal vento, odore di salsedine e di piante selvatiche, aromi di erbe mescolati tra loro.

Ulisse avanza di buon passo, ha ancora molto vigore nelle membra, è orgoglioso di sé e del suo portamento di indomito guerriero. Vuole scendere al mare, prendere la sua barca e navigare come ha sempre fatto. Dopo una curva, però, è costretto a fermarsi. La strada è piena di pietre, non si può andare avanti: bisognerebbe passare in mezzo alla vegetazione, ma è molto fitta e non ci sono varchi. Mentre sta riflettendo sul da farsi, una figura si materializza davanti a lui: è un uomo bellissimo, avvolto in una tunica bianca, che lo guarda intensamente ponendosi di fronte a lui. Ulisse lo riconosce subito:-Apollo! Perché sei qua?

-Tu hai bisogno di aiuto, sono arrivato a prestarti soccorso.

-E’ per via di queste pietre?

-Sì, ma non solo. Vieni con me, dobbiamo tornare indietro, di qui non si passa.

-Ma io devo scendere al mare.

-Non puoi, questa strada è impraticabile. Dobbiamo fare un lungo giro, ripassare da Itaca.

-Dunque devo tornare indietro?

-Sì, Ulisse, andiamo. Apollo si incammina su un viottolo laterale e Ulisse lo segue. E’ infastidito e sorpreso, ma non dice nulla, non osa contraddire il dio. Dopo pochi minuti, arrivano ad Itaca: la piazza è deserta e in giro non c’è nessuno.Ulisse si guarda intorno stupefatto:

-Cos’è successo qua? Sono passato poco fa ed era pieno di gente.

-Ne sei sicuro?-Sì, certo. C’erano i venditori del mercato, gli uomini che passeggiavano nell’agorà, le donne che portavano le anfore di acqua fresca. Dove sono finiti tutti?

-Hanno paura, Ulisse. C’è un’epidemia mortale e bisogna rifugiarsi in casa.

-Davvero? Ma quando è successo? Io sono il re di Itaca, e non ne so niente?Apollo increspa appena le labbra in un lievissimo sorriso, e poi si gira a guardare la piazza deserta. Il suo profilo si staglia sul biancore delle pietre e sull’azzurro del cielo come quello di una statua.

-Ulisse, è accaduto in pochissimo tempo. Tu eri impegnato con le tue faccende, non ti sei accorto, o forse i tuoi consiglieri non ti hanno avvisato… ma non preoccuparti, ora ci sono qua io e ti aiuterò.-Non ci posso credere. Eppure, guarda, là c’è qualcuno.

E’ un uomo, seduto sulle scale del tempio.

-Ah, sì. Non è un uomo, è Dioniso. Sta’ lontano da lui.-Perché? Voglio parlarci.

-Fa’ come credi, ma non ascoltare i suoi consigli.Ulisse e Apollo si avvicinano al tempio. Dioniso non si cura di loro, sta agitando nel vento i suoi tamburelli. Nell’atmosfera silenziosa ed irreale della piazza, la musica è stridente e produce lunghe vibrazioni, facendo tremare l’aria. Anche le gambe di Ulisse tremano, mentre i pochi uccelli appollaiati sulla sommità del tempio volano via spaventati. Finalmente Dioniso alza lo sguardo:-Guarda un po’ chi si rivede! Ulisse e Apollo, qual vento vi porta qua? Scommetto che siete scappati dall’epidemia e avete paura, come tutti gli abitanti di questa città. Apollo si colloca davanti a lui e lo guarda intensamente, con volto imperturbabile: -Dovresti fuggire anche tu e cercare un luogo sicuro.

-Non ci penso neanche. Ulisse, non ascoltare questo noioso bacchettone: vieni con me. Ho vino a sufficienza, possiamo suonare, bere e divertirci, senza paura. Lascia perdere tutto, seguimi e non te ne pentirai. Ulisse li guarda entrambi, perplesso: -Veramente, io stavo scendendo verso il mare. Apollo alza il braccio e lo tiene fermo nell’aria con un gesto imperioso: -Non puoi, non puoi andare. La tua vita è in pericolo come quella di tutti.

-Ma cosa dici? Tu non sai chi sono io, non sai con chi stai parlando.

-Certo che lo so, e anche Dioniso lo sa bene. Sei l’eroe greco, il campione del valore e dell’astuzia, l’uomo che non ha paura di combattere e di attraversare i mari… ma attento Ulisse, ricordati che non saresti andato lontano senza il nostro aiuto. Ora devi fermarti.

-Non posso, io non mi fermo. Lo dicevo anche ai miei compagni: fatti non foste a viver come bruti… Dioniso ride, e alza verso il cielo una coppa di vino: -Lo vedi, Apollo? Hai perso. Ulisse verrà con me, e ci divertiremo come non mai, cantando e ballando nelle strade vuote. Saremo padroni delle piazze, che c’importa dell’epidemia? A noi non toccherà. Apollo è fermo davanti al tempio, mentre la luce del sole gli illumina il volto, cinto da una corona d’alloro, e disegna ombre e riflessi sulla sua tunica.

Dalle pieghe della veste candida estrae lentamente una cetra, e la mostra ad Ulisse: -Guarda. Anche con me potrai suonare, e far vibrare le corde di questo strumento. Sarà una musica potente e grandiosa, e sarai orgoglioso di essere uomo. Ricordi esattamente quello che hai detto ai tuoi compagni? Fatti non foste a viver come bruti, sì, ma per seguir virtute e conoscenza…

Non puoi dimenticarlo, Ulisse. Devi seguire me, che sono la forza della ragione, il Logos, l’equilibrio e l’armonia. Tu sei il re di Itaca, l’eroe del mondo greco, tutti gli uomini ti prendono come esempio. Qui si parrà la tua nobilitate… cioè, ora è il momento di dimostrarlo. Ulisse resta un attimo in silenzio, guarda Dioniso che continua a ridere, a suonare e a bere dalla sua coppa di vino, poi si gira verso Apollo: -Farò quello che tu mi dici, ma non sarà per sempre. Tornerò a viaggiare per terra e per mare, a vivere, a divertirmi, a scoprire il mondo. Non potrai impedirmelo a lungo.

-La ruota tornerà a girare, e tu sarai ancora l’eroe di tutti i tempi. Anzi no: sarai più forte di prima, Ulisse, perché questa prova ti avrà reso diverso e migliore.

-Non credo, Apollo. Se è come tu dici, morte e tristezza aleggeranno su questa città, che già ora è vuota.

-Certo, il vento dell’epidemia sta soffiando su di noi. Ma tutto passerà, e dopo diventerai quello che sempre hai cercato di essere: simile a un dio, ricco di frutti e di saggezza. Ascolta il messaggio della ragione, Ulisse, e la tua Itaca tornerà a splendere, ancora più di prima, questa volta di nuova luce.

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