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LETTERE ALLA GAZZETTA

Testimoni della Resurrezione con il trionfo del Signore

Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa. Questo è un verso della sequenza che si canta nel giorno di Pasqua che, forse, non rende bene il senso dello stupore che, invece, il testo latino, in quanto alla costruzione del verso, rende molto di più: dux vitae mortuus, regnat vivuus. Se ripetessimo lo schema della cena pasquale ebraica e dovessimo anche noi rispondere al più piccolo che ci chiede il perché di tanta luce e festa di questo giorno, dovremmo dire che il motivo è che nella lotta fra morte e vita la morte è stata sconfitta. È talmente dominata dal pensiero della morte la nostra cultura, che l’annuncio della vittoria della vita non solo è necessario, ma è sempre nuovo; talmente è radicata la morte nel nostro modo di fare e pensare, che sarebbe sbagliato dare per scontata la Pasqua.
La vittoria di Cristo non è stata mai scontata, nemmeno per i suoi discepoli più vicini; è stata una scoperta per loro, una notizia difficile da riferire, per questo non ci sono motivi perché noi la possiamo dare per scontata e parlarne en passant. I segni della morte, infatti, sono talmente diffusi e potenti, che non si può non perdere l’orientamento. Le guerre, le violenze, la follia terrorista, la morte, ci hanno abituati; ci scuote solo quando accade qualcosa di molto vicino o molto crudele, ma l’assuefazione, purtroppo, è una minaccia reale. Anche Maria di Magdalena, Pietro, Giovanni, anche loro, anche se addolorati, avevano accettato il pensiero della morte del Maestro, e si erano dimenticati o, come dice il vangelo di Giovanni di oggi, non avevano ancora compreso la scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
In questo avanzare dell’Anno santo della misericordia e nel concludersi dell’Anno dedicato alla vita consacrata, vogliamo chiederci se quest’ultima sia ancora un segno dei tempi, se ancora le appartiene la profezia. La crisi e la rinascita.
Il nostro tempo, nei suoi stessi aspetti paradossali, può essere esso stesso un “segno” a cui prestare attenzione? Non sono forse inquietanti la liquidità, l’individualismo, l’autoreferenzialità, l’azzeramento della memoria storica? E tutto ciò non è un indice segnaletico, un’avvertenza e perciò un appello al discernimento? Qual è il senso sotteso alla crisi e al mutamento?
In questo avanzare dell’Anno santo della misericordia e nel concludersi dell’Anno dedicato alla vita consacrata, vogliamo chiederci se quest’ultima sia ancora un segno dei tempi; se ancora le appartiene la profezia. Ovvero, se sono un segno dei tempi la crisi e le incertezze che l’attraversano.
La vita cristiana “regolata” - perché non chiamare cosi la cosiddetta vita consacrata? - si presenta nella storia nel segno della profezia. Modula e attesta, con valenza orientativa per la comunità cristiana, l’ascolto/testimonianza, la lode, la comunione, elaborando forme corrispondenti di servizio. Tale paradigmaticità, più ancora che nei “consigli evangelici”, ha la sua ragion d’essere nella sequela Christi, ovvero - ma le due cose coincidono - nella apostolica viventi forma. L’utopia è quella di seguire Cristo adeguandosi quanto più possibile alle sue parole e al suo stile di vita così come l’ha recepito la prima comunità cristiana.


Carmelo Carparelli, Fasano (Brindisi)

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