Mercoledì 20 Marzo 2019 | 11:56

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LETTERE ALLA GAZZETTA

Raccogliere il testimone della Merlin nella lotta alla prostituzione

Sessanta anni fa, il 20 febbraio 1958, fu approvata la legge Merlin. Gli ultimi casini chiusero a settembre di quell'anno. Oggi i bordelli appartengono al mito.

Lina Merlin, già partigiana impavida e membro della Costituente (a lei si deve l'articolo della Costituzione che sancisce l'uguaglianza fra uomini e donne), la paragonò all'abolizione della schiavitù, e non è che poi esagerasse.

C'è chi rimpiange quell'epoca. E chi ritiene la Merlin superata. La Consulta presto dovrà dire se sia davvero un reato sfruttare le escort "volontarie", quesito sapientemente sollevato dagli avvocati del caso Gianpaolo Tarantini (gli uomini che reclutavano le ragazze per Silvio Berlusconi sono o no da processare?).

Attualmente c’è chi è convinto che la legge Merlin sia stata un errore: «I casini ci vogliono» sentenzia, «se non altro per le tasse. In Italia abbiamo imposte anche sui tetti dei garage, e questo affare è invece lasciato in mano alla mafia».

Altri, invece, pur avendone avuto l'esperienza iniziatica «Avevamo 16 o 17 anni. Liceali assetati di vita, entravamo nei casini spinti dalla curiosità e dal fatto che le cose andavano così, nessuno lo trovava strano, e poi era impossibile avvicinare in altro modo le ragazze», oggi pensa che chiudere i casini sia stato giusto, «povere ragazze».
La Fondazione Anna Kuliscioff ha appena ripubblicato le “Lettere dalle case chiuse”, un piccolo libro struggente curato da Lina Merlin.

Rileggendo le molte lettere, la maggior parte non anonime, che ricevette Lina Merlin “dalle case chiuse” si spalanca una porta sulla realtà di miseria e di desolazione morale dell’Italia del dopoguerra che coinvolgeva alcune migliaia di donne e i loro figli in una sorta di ghetto sociale da cui era assai arduo uscire.

In questi scritti affiora soprattutto la speranza di ritrovare una vita normale mettendosi alle spalle tutte le ignobili vessazioni burocratiche e le regole discriminatorie che impedivano l’esercizio dei più elementari diritti civili come il lavoro o il matrimonio con pubblici dipendenti. Ma nel libro sono riportate anche lettere contrarie alla soppressione delle “case chiuse”. A parte quelle offensive o inutilmente polemiche contro la “moralista” Merlin, ve ne sono alcune che pongono questioni tutt’oggi aperte. Alcune donne rivendicano il diritto di svolgere la loro attività come una professione, altre esprimono forte preoccupazione sulle conseguenze dell’approvazione della legge e non credono che le cose possano cambiare, anzi temono un peggioramento delle loro condizioni. Queste ultime lettere oggi devono far riflettere.

A sessant’anni dall’entrata in vigore della legge, si può affermare che la lotta allo sfruttamento della prostituzione oggettivamente segna il passo. Naturalmente non stiamo parlando di chi sceglie liberamente di prostituirsi.

Sarebbe significativo che, a partire dalle associazioni impegnate sul fronte femminile che rivendicano la centralità della questione femminile o di “genere”, si avviasse un confronto per giungere a proposte concrete.

Significherebbe raccogliere il testimone di Lina Merlin per dare continuità al suo impegno politico e civile.

Francesco Sannicandro, Bari

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