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Il commento

Il malcontento aleggia su Putin (e la storia insegna)

Vladimir Putin

23 Settembre 2022

Gino Dato

Il malcontento è un venticello. E la mobilitazione di uomini per la guerra lo fa soffiare forte. Putin mostra perciò ferma volontà di non cedere a quanti vogliono disgregare la Russia, ma definisce «parziale» la mobilitazione in atto. Che significa «parziale»? Che si rivolge solo ai riservisti e a quanti hanno maturato o esperienze belliche oppure, ancora, abilità speciali che possono essere particolarmente idonee allo stato bellico, come alcuni mestieri, per esempio meccanici, o professioni, per esempio medici. Circa 300mila le nuove unità, pagate come soldati a contratto e addestrate prima di andare al fronte, l’1% o poco più dei 25 milioni che la Russia potrebbe mobilitare.

Putin teme il malcontento e le sue manifestazioni attraverso i sondaggi. Come quello che rivela il consenso dei russi all’operazione militare (oltre il 70%) e a Putin (oltre l’80%), ma che scende a solo il 3% della popolazione disposta a combattere per la Russia.

L’invasione dell’Ucraina fu lanciata con un contingente di soli  soldati professionisti. Il presidente lo ricorda bene, tanto che, quando ha scoperto la presenza di soldati di leva nei reparti mandati al fronte,  li ha fatti richiamare.

Troppo alto il prezzo da pagare. In un conflitto con l’Ucraina che registra l’impopolarità di numerose sconfitte, del logoramento, delle ingenti perdite in vite umane.

Il malumore e il disappunto, frenati da leggi liberticide e da un apparato di polizia occhiuto, comincia a destabilizzare un forte culto della personalità, ormai al potere da più di un ventennio, dalle dimissioni di Eltsin nel 1999. Fino ad oggi non si era visto un sacrificio così ingente di soldati, stimato tra i 45 mila e i 70 mila, e una campagna di arruolamento così massiccia. I disagi vengono enfatizzati da una pretesa conquista che è diventata ritirata. Diserzioni, tradimenti, collaborazionismi, sospetti e torture ordiscono la tela intricata di una guerra civile. Ed è comprensibile, dicono gli stessi uomini dell’establishment, «che l’opinione pubblica reagisca in maniera emotiva».

I sommovimenti nei territori occupati russo-ucraini e il disagio che serpeggia ci confermano che le opinioni pubbliche contano, anche quando, nelle dittature, o nei regimi, sono sotterranee, silenziose, non aperte e articolate come possono essere nelle democrazie.

Temi scabrosi, come quelli della guerra, che sacrifica giovani vite, che conduce alla fame, sentiti come odiosi, hanno fatto spesso irruzione nella storia più recente destabilizzando sempre leader egemoni.

Anche Mussolini era saldo al potere quando nel luglio ’43 il Gran consiglio apre la strada al suo arresto. Le opposizioni covavano tra gli stessi gerarchi, ma si erano andate concretizzando nel mormorio della gente comune, come documentavano i rapporti dei prefetti e le inchieste dell’Ovra, la polizia segreta che spiava intellettuali e popolo. Per carpire gli umori, i desideri – si sa, vox populi, vox dei, voce di popolo, voce di Dio – per una alleanza, quella con la Germania, e una guerra che portavano fame, morti e disonore.

Sicuramente morte e disonore al popolo e alle sue élite portò un’altra guerra dell’età contemporanea, quella degli americani in Vietnam, coinvolgendo non solo gli intellettuali ma tutti i ceti di una democrazia solida e antica. Furono i giovani a cominciare a protestare pubblicamente bruciando le cartoline precetto.

Morti e disonore raccoglie anche Putin che, come ogni leader, non deve fare i conti solo con il dissenso degli intellettuali, sottile, sofisticato, sui principi di libertà. Ma con lo scontento dell’opinione pubblica.

S’inalberano anche i quadri intermedi, cinghie di trasmissione tra il popolo ed il potere. «Le tue visioni, il tuo modello di gestione sono disperatamente fuori tempo e impediscono lo sviluppo della Russia e del suo potenziale umano», hanno in questi ultimi giorni, in concomitanza con la controffensiva ucraina, denunciato alcuni deputati municipali di San Pietroburgo. Eppure quello che preoccupa di più è che, come dice il sociologo russo Lev Gudkov, «non ci sono più né opposizione né media indipendenti che possano trasformare» il malcontento «in azione politica».

Prima o poi la Russia imploderà?

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