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In Puglia e Basilicata

il commento

La città è bella solo se sa rispondere alle domande di chi abita

bari panoramica

La città del Medioevo è un luogo generativo di laica spiritualità, di conoscenza diffusa e di cultura condivisa.

14 Agosto 2022

Carlo Patrizio

L’articolo di Gianfranco Dioguardi apparso sulla “Gazzetta” del 6 agosto, ha il grande merito di affrontare con acume una questione decisiva per la qualità della vita nelle città del terzo millennio. E tanto più sembra centrale, quanto più si pensi agli ingenti investimenti destinati alla città di qui al 2026, e alla perdurante, polisemica e multidimensionale crisi in atto.
Partendo dalla nascita della città moderna – avvenuta entro il fermento culturale del contesto rinascimentale – Dioguardi, con una colta ricostruzione storica che giunge fino alla visione di Jencks e Wolf, individua in una rete di luoghi culturali intesa come un vero e proprio sistema urbano-museale, un modello capace di restituire bellezza alla città contemporanea, proprio come un tempo fecero le cattedrali nei centri urbani del Medioevo.

Proprio in questo richiamo di ciò che è avvenuto prima del Rinascimento, ritengo che ci sia la chiave per un ulteriore e decisivo passaggio nel ragionamento sulla città contemporanea di Dioguardi. La città del Medioevo, ancorché priva dei valori formali che l’introduzione della geometria le assicurerà nel periodo rinascimentale, è un luogo generativo di laica spiritualità, di conoscenza diffusa e di cultura condivisa. Non è ancora la città ideale, ricorrente nell’arte pittorica del ‘400-‘500, ma è la città delle idee, anzi di un’idea condivisa e unitaria di Bellezza, di Comunità e di Sviluppo. Quella stessa idea, mirabilmente rappresentata nel 1338 da Ambrogio Lorenzetti nel suo celeberrimo affresco sugli Effetti del Buon Governo, nel quale una città murata priva del benché minimo segno di degrado, in cui maestri costruttori occupano la scena al fianco di maestri artigiani e maestri di conoscenza, è accostata alla campagna del suo contado, altrettanto curata, ricca e ordinata.

In Lorenzetti non c’è alcuna cattedrale a conferire bellezza alla città, ma la Comunità che popola le sue strade e lavora la terra della sua campagna, che abita i suoi palazzi e coltiva i beni che essa stessa consuma. Il bello nella città di Lorenzetti è in un vuoto, cioè nella Porta che buca le mura, lasciandosi attraversare da un flusso tramite il quale la natura entra in città e, viceversa, la città costruita si proietta nel suo ambiente naturale in uno scambio fecondo e corale, o forse – si dovrebbe dire – in uno scambio fecondo proprio perché corale. Nell’affresco della Sala dei Nove, il Bello è immateriale: non ci sono cattedrali che devono attrarre abitanti e avventori, ma un soggetto plurale, ossia la Comunità di abitanti, la bellezza della cui azione si riflette sulle facciate delle proprie fabbriche e nello spazio delle proprie piazze. Tutte le fabbriche e tutte le piazze indistintamente, in centro storico o in periferia non fa differenza.

Ecco qual è l’ulteriore passaggio concettuale che occorre fare per ricostruire la Bellezza che oggi ci manca: rigenerare quel soggetto corale, accompagnarne e favorirne le dinamiche identitarie, ridare uno slancio nuovo ai suoi atti di radicamento territoriale. Non v’è «città-museo» che possa funzionare senza la soggettività di chi, solo per il fatto stesso di viverci, la trasforma tutti i giorni. È a tale soggetto collettivo, ai beni del suo patrimonio territoriale – che sono sì, le pietre delle sue fabbriche, ma anche e soprattutto la carne viva dei suoi abitanti – che è urgente rivolgere l’orizzonte delle politiche urbane, in uno sforzo culturale che prima di essere neo-rinascimentale, dovrebbe contribuire a prefigurare un nuovo Umanesimo al cui centro torni ad esserci non solo il city-user del terzo millennio, né solo il turista mordi e fuggi dell’era dei consumi, ma soprattutto l’uomo-abitante-del territorio. Ciò che lega ogni singolo abitante al territorio è la dimensione collettiva propria dell’atto insediativo primigenio: non c’è atto insediativo senza la Comunità che lo condivida, così come non c’è insediamento senza il luogo da abitare.

Tuttavia lo sappiamo, l’uomo-abitante è portatore di una soggettività complessa, come il luogo-territorio è il prodotto di una interazione altrettanto complessa tra il primo e la natura. Ed è proprio nel carattere complesso del rinnovato bisogno di Bellezza che risiede un altro elemento condivisibile del ragionamento di Dioguardi. Alla riconosciuta complessità di una domanda occorre dare riscontri complessi. Non basta più, come ha fatto tutta l’urbanistica del secondo ‘900, identificare risposte tecnicistiche o parziali, standard, metri quadri, destinazioni d’uso e altro ancora. E non bastano neanche le eccellenze puntuali che furono le cattedrali medioevali. Serve una pianificazione che sappia farsi carico del nuovo compito di associare alla tecnicalità della Bellezza l’innovazione socio-culturale, la promozione di coesione sociale e la diffusione di qualità culturale condivisa, in un processo integrato, partecipato, sostenibile, interscalare e interdisciplinare di rigenerazione della Comunità insediata.
Per la Bellezza di cui ragiona Dioguardi occorre un atteggiamento, un’attitudine e un sapere interdisciplinari; occorre un Progetto diverso e per esso, un progettista altro. In fondo, la vera differenza tra la Rigenerazione urbana e la riqualificazione, di cui tanto si chiacchiera, è proprio nel diverso approccio del progettista: capace di sovrapporre – integrandoli – aspetti tecnici con istanze proprie delle scienze umane, nel primo caso, rivolto esclusivamente alle questioni tecniche e tecnologiche, nel secondo. Purtroppo, l’università della (contro)riforma ancora non ci aiuta in questo processo di profondo rinnovamento della cultura del progetto, ma non può continuare ancora a lungo a ignorare il monito che il Marco Polo delle Città invisibili di Italo Calvino lascia in una confessione a Kublai Kan: «D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda».

La città raffigurata dal Lorenzetti nel palazzo pubblico di Siena, nella sala dei Nove che ricorda da molto vicino le tante sedi delle attuali Giunte Comunali, sembra rispondere alle diverse domande della Comunità che la abita; per questo quella città è bella e la Bellezza che vi si scorge sembra essere l’effetto sistemico di atti plurimi e intersettoriali di buon governo.
L’affresco di Siena anticipò il fermento culturale dell’Umanesimo, senza il quale non ci sarebbe stato nessun Rinascimento. Non sarebbe male se anche il PNRR anticipasse un’evoluzione epocale come quella auspicata da Dioguardi.

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