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La riflessione

Sciascia e «Il Gattopardo» ci guidano nei problemi legati al Pnrr

Draghi-style per azzannare il virus della crisi

Le dimissioni di Draghi sono un drammatico segnale di pericolo sulla situazione del Piano già di per sé in dubbia evoluzione

12 Agosto 2022

Gianfranco Dioguardi

Le dimissioni di Mario Draghi costituiscono un drammatico segnale di pericolo per quel che riguarda la situazione PNRR già di per sé in dubbia evoluzione. Oggi più che mai è necessario una attenta e meditata «rilettura» del programma per un costante controllo del reale andamento delle diverse procedure di attuazione.

Ma chi lo potrà fare avendo le stesse motivazioni dell’ex Primo Ministro?

Del rileggere, è il significativo titolo di un capitolo di Cruciverba, collezione di saggi di varia cultura proposti da Leonardo Sciascia, nel quale lo scrittore prendendo atto che «in questo nostro tempo in cui leggere è per i più un affanno e per pochissimi una gioia», sottolinea che «[…] il rileggere [sarebbe] un leggere: ma un leggere inconsapevolmente carico di tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi».

Utile suggerimento per riprendere in seria considerazione il programma PNRR approvato nel 2021, soffermandosi sul reale andamento delle diverse attività in gioco con un controllo che, in assenza di Draghi, diventa davvero essenziale. La sua serietà e grande competenza professionale, la sua usuale concretezza basata su «conoscenza, coraggio, umiltà» costituivano elementi di tranquillità per il regolare andamento dei programmi.

D’altra parte Draghi ha chiarito i problemi presenti in una contorta burocrazia della Pubblica Amministrazione italiana spesso in contrasto ma ancor più spesso connivente con il mondo della politica e li ha chiaramente esposti nella sua Lectio Magistralis dell’11 ottobre 2019 all’Università Cattolica di Milano: «L’inazione [della Pubblica Amministrazione] trova la sua radice nella convinzione che l’esistente non abbia bisogno di modifiche, anche quando tutta l’evidenza e l’analisi indicano la necessità di agire. Questo autocompiacimento acritico si avvale delle giustificazioni più diverse e generalmente non verificate nella realtà […].»

Il testo originale del PNRR si apre con una Premessa firmata dallo stesso Draghi nella quale non si sofferma molto sulle sei missioni di riferimento che comprendono fra l’altro digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale e riequilibrio territoriale, articolate in 16 componenti, - lascia, infatti, l’analisi dettagliata al successivo testo del documento.
La sua attenzione, invece, si rivolge a «un ambizioso progetto di riforme. Il Governo intende attuare quattro importanti riforme di contesto – pubblica amministrazione, giustizia, semplificazione della legislazione e promozione della concorrenza». Le riforme peraltro sono considerate indispensabili premesse per una concreta attuazione del Piano e soprattutto per l’ammodernamento del Paese.

Grandi speranze sono state dunque riposte proprio su queste aspirazioni fra le quali hanno assunto una prioritaria urgenza le riforme definite orizzontali della semplificazione della P.A. e della Giustizia. L’obiettivo della semplificazione è per l’Italia problema antico, più volte invocato come prioritario e che oggi appare davvero indispensabile. Tuttavia, non sembra che il documento ufficiale di presentazione del PNRR dia un buon esempio, visto il suo linguaggio spesso poco comprensibile proprio per la sua prolissità.

Al proposito torna in mente Winston Churchill, primo ministro britannico che, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando, nel drammatico iniziale biennio del conflitto, inviò ai propri uffici una nota intitolata Brevità sulla lunghezza e lo stile che avrebbero dovuto avere tutti i rapporti: «Quasi tutti [i documenti] sono troppo lunghi […] bisognerebbe definire i punti essenziali in paragrafi brevi e incisivi […] la maggior parte di queste frasi contorte sono mere chiacchiere che potrebbero essere omesse del tutto o rimpiazzate da una unica parola […] e l’adozione di una prosa concisa che arrivi dritta al punto contribuirebbe ad agevolare la comprensione.» (citato in Erik Larson Splendore e viltà, Neri Pozza 2021) Ma, purtroppo, Churchill non è di moda nel nostro Paese.

Così le indispensabili riforme della P.A e della razionalizzazione e semplificazione della legislazione, più volte evocate dai politici, appaiono come fate morgane destinate subito a dissolversi nel nulla. A proposito di semplificazione di procedure, è fra l’altro davvero singolare lo «schema di governance del Piano» predisposto dal Governo, non certo particolarmente snello, tanto da stimolare parecchi dubbi sulla sua reale efficacia operativa.

Anche la riforma della Giustizia, da sempre auspicata, assume aspetti sempre più confusi per ricercare segnali di possibili cambiamenti nonostante abbia finora visto fallire qualsiasi tentativo di sensibile concreta attuazione. Il PNRR è stato presentato come «la rivoluzione che l’Italia aspettava da tempo»: c’è da augurarsi che non segua la profetica affermazione di Giuseppe di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (Il Gattopardo). E il pensiero va anche a Luigi Einaudi che avvertiva, «dove son troppi a comandare, nasce la confusione» e in Italia il «troppo» è spesso dominante: lo è nei politici; lo è nella pletora di leggi che dovrebbero governarci; lo è nella ridondante burocrazia della Pubblica amministrazione e lo stesso Draghi lo paventa e finisce per invocare ancora miracoli: «La storia economica recente dimostra che l’Italia non è necessariamente destinata al declino. Nel secondo dopoguerra, durante il miracolo economico il nostro Paese ha registrato tassi di crescita del PIL e della produttività più alti d’Europa», ma perché avvenga un secondo miracolo, «l’Italia deve combinare immaginazione e creatività a capacità progettuale e concretezza […] per vincere la sfida e consegnare alle prossime generazioni un Paese più moderno, all’interno di un’Europa più forte e solidale».

Così, il «futuro che sarà» perché sia il migliore possibile, dovrà impegnare tutti a fare «tutto ciò che è necessario» – whatever it takes, ispirandosi a quella che è stata l’illuminante, coraggiosa presa di posizione ancora di Mario Draghi a favore dell’euro e dell’Unione Europea.

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