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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Se la bella politica è un abbraccio tra giovani candidati

Se la bella politica è un abbraccio tra giovani candidati

La generazione dei millennials non ha più fiches per comprare tempo, per lasciarsi schiavizzare dalla retorica sterile del gioco delle parti ideologico e fine a sé stesso

15 Giugno 2022

Francesco Caroli

«Gli abbracci sono un posto perfetto in cui abitare», e per la politica il come si abita una città è fondamentale quando si parla di elezioni amministrative. Quello andato in scena a Martina Franca non è stato il solito copione, con annesso finale, che si accompagna a ogni campagna elettorale degna di un Paese civile. Di solito, infatti, o a mezzo stampa o, nella più romantica delle situazioni, con una telefonata, chi perde sancisce la vittoria del suo avversario col rito delle congratulazioni. Ma Martina Franca è successo ben altro. Con ordine.

Il centrodestra unito contro il centrosinistra unito si contendono l’elezione a sindaco della città pugliese. Scelti dai due schieramenti rivali solo all’ultimo istante con il prezioso contributo di alcuni pochi adulti illuminati, i due candidati, Mauro Bello e Gianfranco Palmisano, rispettivamente classe 1984 e 1987, si ritrovano di fronte anche simbolicamente, in piazza XX Settembre. Da una parte il comitato di uno, dall’altra quello dell’altro: esattamente agli antipodi. Segue un mese circa di campagna elettorale, con pochi colpi di scena, dove i due provano ad affrontarsi in maniera costruttiva, come sanno fare due persone per bene che si sforzano di spiegare ai propri elettori i progetti che riguarderanno il futuro della città. Le polemiche tra i due sono pochissime, di insulti non se ne vedono, i toni sono educati e tutto questo nonostante gli sforzi di quei tanti, provenienti soprattutto dagli spalti dalle stagioni politiche del tempo che fu, che provano a compiere per alzare i toni e la tensione. Sono infatti loro, i nostalgici del passato, ad alzare i toni, a gettare fango, insinuando accuse e urlando contro (o applaudendo platealmente chi lo fa) l’avversario. Una generazione di  boomers che per la prima volta si ritrova portatrice d’acqua nei confronti di quei giovani che in passato ha semplicemente spesso solo usato.

Ed è proprio nell’opposizione a questa logica, ormai tramontata, che i due millennials hanno saputo primeggiare, dimostrando che la loro è una generazione che ha dovuto imparare ad affrontare la precarietà, l’emergenza, come condizione perpetua (e questo dalla crisi del 2008 in poi). Una generazione abituata a convivere con i senza. Senza posto fisso, stabilità, progetti a lungo termine e soprattutto, senza la certezza di avere davanti a sé un futuro migliore rispetto al passato.

La campagna elettorale quindi prosegue, e così, anche qui in Puglia, arriva l’election day e il giorno dopo il momento dello spoglio. L’adrenalina pervade i protagonisti nella misura che solo chi ha vissuto in prima linea può capire. Il vantaggio del candidato di Palmisano è costante durante tutto lo spoglio e il comitato che lo ha accompagnato sin qui comincia a riempiersi e le prime bollicine vengono messe in fresco per il brindisi finale. A esito positivo ormai scontato, il candidato vincente fa ritorno al suo comitato, circondato dai sostenitori in visibilio, fioccano le prime interviste, incomincia la festa e i ringraziamenti, e poi arriva quel gesto semplice che non però ti aspetti. Mauro Bello fa pochi passi, attraversa la piazza, che per l’occasione si riscopre cuore della città, e si fa strada tra le persone urlanti sino a quando non giunge a pochi centimetri dal suo coetaneo, il neo Sindaco di Martina Franca, e lo abbraccia. La piazza si scalda, ammantata da quell’abbraccio inaspettato e cordiale. Un abbraccio sincero, che vale più di mille comunicati stampa, accompagnato dall’ovazione di chi era lì intorno a sancire un momento al contempo simbolico e solenne. Un abbraccio che ricorda a tutti, anche agli «odiatori vintage», come sia arrivato il momento di riconoscere il giusto spazio ad una nuova generazione che vuol farsi largo, rimboccarsi le maniche e che non può più permettersi neanche quell’abbaglio di orgoglio che ha portato per anni, soprattutto in passato, alla perenne surreale negazione della sconfitta e alla costante ricerca del capro espiatorio.

La generazione dei millennials non ha più fiches per comprare tempo, per lasciarsi schiavizzare dalla retorica sterile del gioco delle parti ideologico e fine a sé stesso. Questa generazione sa che deve lottare non per conquistare nuova ricchezza, ma per arrestare il declino. In fondo è tutta qui la differenza rispetto al passato. In un mondo che affronta sfide impensabili dal dopoguerra in poi, come la crisi pandemica e la guerra alle nostre porte dell’Ue, in un occidente sempre più debole nel mondo, c’è una generazione che riconosce il valore del rispetto dell’avversario, del fare, del confronto per il bene: quello della comunità sopra ogni egoismo personale. Si tratta di una generazione costretta, dal contesto ereditato da chi è venuto prima, ad essere pragmatica, a fare politica per avere accesso al potere come verbo e non come sostantivo. Come mezzo e non come fine. Un potere per rimettere a posto le cose che non vanno, potere di occuparsi dei danni all’ambiente sperando che non sia già troppo tardi, potere di ripagare i debiti che non hanno certo contratto loro.

È allora ad entrambi questi giovani, abbracciati nel momento più importante della loro vita, seppur con gli stati d’animo opposti, che dai «grandi» dovrebbe alzarsi un sola parola: grazie. Grazie per la voglia che ci mettete nel provare a riscattare i nostri errori.

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