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La riflessione

Federalismo e sovranità: nella visione di Draghi l’unico futuro per l’Europa

L’Unione alla ricerca dello spirito europeo

Anche in questo caso l’Unione europea è stata colta di sorpresa, anche se è riuscita a trovare totale e giusta compattezza nella condanna dell’aggressione russa ma solo altalenante fermezza nell’adottare diversi pacchetti di sanzioni economiche

05 Maggio 2022

Ennio Triggiani

In gergo sportivo si direbbe «la giocata del fuoriclasse». In una partita estremamente complessa e delicata, come quella che l’Europa sta giocando in uscita (si spera) dalla pandemia e in piena crisi militare, Draghi di fronte al Parlamento europeo, l’istituzione rappresentativa dei 27 popoli dell’Unione europea, ha tracciato le linee dell’indispensabile futuro dell’integrazione. La necessità di operare un chiaro salto di qualità già era emerso a seguito del Covid trovando l’Unione del tutto impreparata e d’altronde priva di una politica comune della salute. Eppure, la Commissione europea è riuscita a negoziare per tutti l’acquisto dei vaccini e si è stati in grado di abbattere il muro, che sembrava insuperabile, dell’assunzione di un debito europeo per venire incontro ai Paesi più in difficoltà economicamente, l’Italia anzitutto.

È poi avvenuta la gravissima invasione russa dell’Ucraina, Stato sovrano con governo democraticamente eletto a grande maggioranza, riaprendo vecchie ferite e rispolverando antiche polemiche sul ruolo della Nato. Anche in questo caso l’Unione europea è stata colta di sorpresa, anche se è riuscita a trovare totale e giusta compattezza nella condanna dell’aggressione russa ma solo altalenante fermezza nell’adottare diversi pacchetti di sanzioni economiche.

Il problema, con chiarezza evidenziato dal nostro Presidente, è che l’Unione europea non può continuare a risultare a rimorchio dei grandi problemi che sorgono quotidianamente nella Comunità internazionale per poi metterci una pezza più o meno resistente. Un gigante economico quale essa è non deve rimanere un nano politico costretto a svolgere ruolo da comprimario. Pensiamo alla guerra, sacrilega come battezzata da Papa Francesco, che da più parti è ritenuta una tragica partita ormai gestita dalla Russia e, indirettamente, dagli Stati Uniti. Si dice che sono questi ultimi a guidare la Nato (certamente non sempre irreprensibile nel corso degli anni) gli interessi dei quali frequentemente non coincidono con quelli dell’Europa. E nella vicenda bellica in atto questo per più ragioni risulta vero. Ma a tutti noi Paesi europei, procedendo per di più in ordine sparso, ha fatto comodo che fossero gli Usa a coprire oltre il 70% delle relative spese complessive così di fatto riconoscendo la sua supremazia politica.

Quello di Draghi è stato un monito severo e preciso rivolto al Parlamento europeo, peraltro già disponibile ad un significativo processo di riforma del Trattato di Lisbona, ma soprattutto ai colleghi degli altri 26 Stati membri in vista del concludersi della prima fase della grande consultazione fissata a Parigi il prossimo 9 maggio con un discorso di Macron, Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, e con un documento finale. In questo caso la ricorrenza della Dichiarazione di Schuman che diede il via al processo d’integrazione può segnare un nuovo inizio per la nostra Europa.

La guerra in Ucraina ha ormai aperto scenari imprevedibili sia politici che economici ma è molto probabile che gli equilibri internazionali futuri saranno comunque diversi e che bisogna trovarsi preparati ad ogni evenienza. Ecco perché Draghi, avendo sicuramente con il Presidente Mattarella una solida sintonia, ha detto che non c’è più tempo da perdere implicitamente ribadendo il celebre «whatever it takes» con cui da Presidente della BCE salvò l’euro. L’Unione europea ha bisogno di istituzioni forti ed efficienti in grado di essere attrezzate per rispondere con prontezza ad ogni sfida ad essa venga posta. A tal fine è necessario costruire con coerente progressione un percorso verso un «federalismo pragmatico» che comprenda economia, energia, sicurezza. L’Unione deve essere in grado di avere una propria politica estera, una autonoma e incisiva rete diplomatica, e una difesa che, ove fosse comune, sarebbe più efficiente ed anche meno costosa rispetto alla somma complessiva a tal fine stanziata nei bilanci dei 27 Stati membri. Serve, in altri termini, una sovranità europea strategica e tecnologica.

Naturalmente, ed è un nodo politico centrale, non è più possibile che decisioni basilari debbano ancora essere adottate con il criterio dell’unanimità, comprensibile nella prima parte di vita dell’integrazione ma oggi del tutto fuori tempo tanto più alla luce di future adesioni. Certo, non sarà semplice superare i problemi che porranno il nazionalismo sovranista dell’Est ed il nazionalismo egoista del Nord. La sovranità europea condivisa ha prodotto risultati incredibili a partire dalla pace, inestimabile valore acquisito irreversibilmente nei rapporti tra gli Stati membri e sicuro modello per il resto del pianeta. In coerenza con la pace l’Ue ha posto a proprio fondamento lo Stato di diritto, i diritti fondamentali delle persone, la solidarietà, in una parola la democrazia; ed è quanto viene invece pericolosamente messo in discussione ai propri confini. Le «12 stelle» dell’Europa sono il suo simbolo e non possono stare a guardare.

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