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Falce e martello, da simbolo comunista a vessillo sovranista?

Falce e martello, da simbolo comunista a vessillo sovranista?

Non è questione di universi paralleli, è il «qui e ora» del gran circo politico che partorisce una provocazione o forse, con qualche acrobazia, una domanda: la vecchia bandiera falce&martello è ormai diventata un simbolo di «destra»?

01 Maggio 2022

Leonardo Petrocelli

C’è un mondo in cui la sinistra tifa per i neonazisti ucraini del Battaglione Azov e storce il naso se due cosmonauti russi espongono falce e martello all’esterno della Stazione spaziale internazionale, quasi il «Vessillo della Vittoria», innalzato a Berlino nel 1945, fosse ormai diventato un simbolo conservatore. Da fascisti putiniani e impenitenti. E difatti qualche destrorso se la ride e, interiormente, plaude pure. Ma non è questione di universi paralleli, è il «qui e ora» del gran circo politico che partorisce una provocazione o forse, con qualche acrobazia, una domanda: la vecchia bandiera falce&martello è ormai diventata un simbolo di «destra»?

Tralasciando tutta la questione che attiene alla «denazificazione» dell’Ucraina e alla rilettura della guerra in atto - da parte russa - come una specie di spin off in sedicesimo della «Grande guerra patriottica», cioè della Seconda guerra mondiale, il nodo più interessante resta quello della interpretazione simbolica in casa nostra. Non c’è dubbio che, negli ultimi decenni, con una rincorsa troppo lunga per essere riepilogata, la sinistra abbia cambiato pelle incarnandosi oggi in un progressismo riformista che non c’entra nulla con il comunismo post bellico. Anche perché quest’ultimo prima ancora di essere un soggetto politico camminava sulle gambe di un tipo umano che aveva cittadinanza in un contesto collettivo. E sul collettivo ragionava. I diritti sociali, ad esempio, presuppongono identità, legami, comunità. Le grandi proteste nascono da piazze omogenee in cui tutti sono operai, magari tutti meridionali, tutti comunisti, tutti o quasi con famiglia. E poi per battaglie di questo tipo bisogna radicarsi da qualche parte e presumere di restarci. L’avvelenato incrocio fra precariato, abbattimento delle frontiere e mito del globetrotter ha sostanzialmente partorito un tipo umano individualista, una monade liquida e senza ormeggi. Oggi a Bari, domani a Bruxelles, dopodomani a Shanghai. Prima cameriere, poi dottorando. Tutte le battaglie di cui si incarica sono dunque planetarie, generali, e non potrebbe essere diversamente: l’ecologia, la libera circolazione, i diritti umani dall’altra parte del pianeta, la riscrittura della storia attraverso i tribunali della cancel culture. Tutto il mondo diventa un Occidente dilatato all’infinito. Ai tempi della scuola di Francoforte la sinistra sfidava l’industria culturale americana, oggi studia il Vangelo secondo Netflix con la sua catechesi Lgbtqi+ e inclusiva.

Questa sinistra, ormai maggioritaria, tutta uteri in affitto, monopattini, sindaca e assessora, ha perso per strada le categorie del passato. O meglio, le ha smarrite dopo aver rotto i legami sociali con le sue classi di riferimento. Perché c’è anche chi non è riuscito a scappare. È rimasto intrappolato in fabbrica, nelle periferie, ai margini del villaggio globale dove Europa non significa libera circolazione ma regole assurde, vincoli di bilancio e austerità a palate. Si è beccato tutto il controcanto, il lato oscuro del grande racconto globale. E ha svoltato a destra lì dove i sovranisti hanno saputo costruire un racconto anti-occidentalista e no global quale «voce» degli ultimi, come il recente voto francese ha ancora una volta certificato.
Si è verificato così un primo grande «fidanzamento» rosso-bruno: la destra ha iniziato a occuparsi di periferie e gente che votava a sinistra, smarrite le certezze, si è spostata dalla parte opposta facendone propri i riferimenti. Più difficile, naturalmente, per militanti storici o intellettuali affermati operare il salto, ma di fatto molti patemi della «vecchia sinistra» inquadrano gli stessi nemici dell’altra faccia della luna. E allora se è improbabile incontrarsi su Salvini o sulla Le Pen è più semplice che entrambi i fronti convergano su Putin, apprezzandone da destra l’impostazione conservatrice e patriottica, da sinistra la tensione anti-americana e anti-Nato. Il tutto mentre i riformisti vedono nello zar, oltre che un sanguinario invasore di Stati, un ostacolo alla civilizzazione occidentale della Russia nonché un diabolico inciampo sulla via della universalizzazione dei diritti.

La guerra mette, o dovrebbe mettere, tutti d’accordo nell’umana solidarietà verso il popolo ucraino ma la lettura delle cause geopolitiche e delle premesse ideali, nonché il ragionamento sulle soluzioni possibili, svela la «frattura». Ne sa qualcosa l’Anpi, fino a ieri inattaccabile, oggi costretta a difendersi per la propria contrarietà all’invio di armi e per qualche post, vecchio di sette anni, sugli orrori dei paramilitari ucraini di estrema destra. Cortocircuiti di un mondo impazzito in cui, alle celebrazioni del 25 aprile, qualcuno ha pensato bene di portare in piazza a Milano la runa nazista del Battaglione Azov. Chissà che in qualche adunata sovranista non spunti ora una falce e martello. Non ci sarebbe da sorprendersi. Ormai vale tutto.

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