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Vivevo tranquilla in una casupola, a ridosso di una collina. L’orto, due pecore, quattro galline, a circa trecento metri un ruscello. L’ulivo dava al paesaggio un movimento drammatico, ma a guardarlo sembra l’albero del dolore, nelle pose non ha requie, la corteccia è fatta di rughe, secoli e ferite. Tra un ulivo e l’altro sul suolo spuntavano pietre. Vicino all’acqua la terra ridiventava madre terra, l’arsura della polvere si mischiava al verde della vita. Trascorrevo il giorno a coltivare l’orto, a pascolare le pecore, ad allargare il respiro dell’anima nella contemplazione del vasto panorama, non trovavo i punti cardinali, una pigra libertà si tratteneva all’orizzonte. Nella casa vi era un materasso di crine su di un tavolaccio, uno scaffale con pochi libri, un grande camino e due sedie, le masserizie di legno costruite da me.
Con un secchio andavo al ruscello a prendere l’acqua, qualche volta mi sedevo sui ciòtoli e con il secchio in mezzo alle gambe, reclina la testa, mi soffermavo a scrutare la faccia. Era buffo che comandassi il viso, mi ordinavo un’espressione seria e subito l’avevo. «Faccia truce», pensavo, e la severità degli occhi cambiava i lineamenti, Un teatro di marionette con la mia partecipazione. La volontà era al servizio di pupazzi? Evitavo di ripeterlo sovente il gioco, mi lasciava una preoccupazione, un senso di tradimento alla mia spontaneità. L’espressione finale quando mi specchiavo era di riso. La risata mi ricordava un aspirapolvere, annulla i sentimenti succhiandoli. A parte i rari momenti, alla faccia e al corpo non badavo mai, li considero averi da non sperperare e da curare, seguivo e con più gusti, le ragioni del profondo, la mesta silenziosa fontana che sgorga lentamente dall’imo del mistero. Le sere d'estate, passata la calura, mi sedevo col panchetto fuori dalla porta e amavo la vallata. Essa mi appariva indolente, segreta. Si era svolta una battaglia? Perduta la battaglia con il sole, resti sfatti sulla calda terra. Se gli alberi, le pietre, i rovi e le colline si rispecchiavano in me ed io in loro, noi toccavamo l'amicizia, pur con la differenza persona-elementi, formavamo una società perfetta. Eravamo in chiusura... il grido era altrove.
Alla domanda «conosci te stesso?» in quei finali di meriggi davo risposta positiva anche se temporanea, ho imparato a non scavalcare l'oligarchia del tempo. L’io è un volatile migratore mutevole e bizzarro, poco si ferma in un posto, solo per mangiare e per dormire, poi scompare per altri diversi lidi. Ama la ricerca e sfugge alla conoscenza di sé, bisogna esser madri di se stessi per rincorrerlo. Adesso so che il buio è all'inizio, un po’ di sapienza al sorger della luna. La vera fatica è il magma duro e compatto che mi saluta ad ogni risveglio, un lavoro da minatori, fendere il magma e farsi una galleria, una al giorno. La sera di simili pensieri, il sole scomparendo aveva lasciato una speranza di non morire, la notte non si apparteneva, scendeva lieve sulle punte come se avesse ricevuto l'ordine di non sprofondare nelle viscere, di non precipitare con velocità ed impeto, ma di adagiarsi soltanto per brevi ore, di lontano nella memoria del creato il nuovo ciclo fremente attendeva il trionfale ingresso.
Mi attardavo, ero nelle braccia dell'aria e del silenzio, le parole, sciami di zanzare, me li sentivo intorno che mi avvolgevano in un ideale cilindro, non avevano l'ardire di entrare nella mente per non disturbarmi con inceppi, scorribande e melanconie. Senza precisa forma nella rete lasca dell'estate. Lucciole, grilli, lontane finestre, stelle tempestate come tiare. Fissai per molto l'accadere, l'udito teso al massimo, ero sopra il mio cuore al pari del funambolo che rischia ad ogni passo. Mi venivano svelati dei misteri che non erano intrecciati con le lettere e che non potevo nemmeno tradurre a me stessa, il sangue li assorbiva in diretta, al centro un desiderio di capire. Forse siamo perfezione al di là delle parole, il linguaggio è per gli altri, ai fatti arcani urgono sensi, umiltà, stupore.
La stanchezza mi saliva dai piedi dolcemente, la soave malattia, piccoli formicolii che mi piegarono il capo sulla spalla. Salutai lo schermo del creato, presi il panchetto e spinsi il chiavistello della porta.
Stavo per addormentarmi, dove abitavo non passava quasi mai nessuno, il mio corpo stanco si poggiava pesantemente sul materasso, udii uno strano fruscìo. Era insolito, mi girai nel tentativo di sollevarmi. Se mi rubavano le galline? E se danneggiavano l'orto? Ma così come pensai di alzarmi, nell'incertezza del fare, mi addormentai. Svegliandomi avevo dimenticato, mi alzai e presi la ciotola per andar fuori a mungere la pecora. La luce azzurrognola che filtrava da vetri immergeva la stanza in un'atmosfera nordica, agli oggetti era scomparsa la base, si tenevano su per effetto di un'elevazione. Ero abituata alla loro vita muta, le stampelle del silenzio, avanti di scomporre il prisma della mia solitudine, mi davano qualche informazione sulla soglia per poi farmi passare più serena. Aprii la porta con la ciotola in mano e rimasi di stucco, ricordai il rumore della notte, vi era un cerchio disegnato sul battente, un altro a pochi metri dopo lo scalino d'ingresso, ben visibile sul sentiero. Una persona sconosciuta voleva comunicare con simboli di cerchi? Perché non bussare? Parlare, chiedere, spiegare? M'incamminai, un altro e poi ancora. Chissà dove finivano? Se volevo mangiare dovevo abbandonare il viottolo, attraversare l'orto e raggiungere l'ovile. Guardavo la ciotola, osservavo i cerchi e non sapevo che fare. Una sensazione certa era la fame, ma anche la curiosità prendeva forma, lasciarla era già sforzo. I segni continuavano fino al ruscello? Come chiamarlo? Uno scherzo? Un teorema?
Decisi di andare, di seguire il vuoto e il pieno della curiosità. Avrei bevuto il latte dopo. Ci vuole un attimo per sbarazzarsi dell'urbanistica degli interni spazi, duri anni di addestramento per percorrerli senza sperdersi. Quei cerchi erano per me l'equivalente di ciò che è altro, del mitico oltre. Il futuro sapere mi rendeva le gambe leste. Depositai la ciotola sul ciglio, potevano essere le sei, faceva fresco, sfregavo le mani sulle braccia. Avevo dormito ignara, nel mentre, nel mentre dell'innocenza si era svolto un festino, quei segni, i resti di un nuovo rito. Oppure una stupidaggine, ma non mi venivano idee leggere, vedevo l'intenzione di un ordine. Mi sentii orgogliosa che i disegni iniziassero dalla mia casa, non sapevo che nella vallata fossi così conosciuta e così importante. Avevo previsto bene, arrivavano al ruscello e con sorpresa giravano a destra della riva verso la direzione della strada, quella che per me era maestra, conduceva al paese. Chiamai cretina la mia curiosità, l'assurda passeggiata mattutina non era piacevole. Gambe molli, occhi cisposi. Gli ulivi nell'umidore della brina incutevano timore, molto raccolti in contrizione, soli all'alba della creazione. Attraversavo impudicamente fili di lamenti. Il numero dei cerchi era diventato una cifra. Che ci sarà? Andrà a finire come? I sassi avvinghiati, ricci come ventose al suolo, facevano sanguinare i miei piedi nudi. Non mi ero lavata ed avevo le vesti lacere, lo stomaco vuoto: un mantice. Mi trovai dinanzi ad una salita. Tornare? Cosa mi aspettavo da quei cerchi? È folle chi di notte invece di dormire si mette a scrivere oscuri messaggi, la mattina c'è nebbia e scherno nel cervello.
Davo la colpa della mia eccessiva curiosità alla vita solitaria, forse sforzavo troppo la riserva di autonomia spirituale, non prendevo in gran considerazione i sedimenti con più di un nome, ansia, speranza, attesa che a volte mi lasciavano perplessa nella consunzione delle ore. Già alto il sole riscaldava le spalle, le ombre degli alberi, sagome di ebano, da grattacieli d'aria si fiondavano uccelli allo sbaraglio, il vento, una bacchetta in sinfonia, c'era dolcezza e c'era violenza, iniziava la mia stanchezza, se tutto si fosse fermato avrei colto il punto esatto dei due opposti. Restavano sospesi su di un'ambigua bilancia. Da un cerchio all'altro vi erano circa tre metri. La salita stava per finire. Conoscevo il posto, in primavera ci portavo le pecore, a lato vi era una grande e bellissima radura circondata da antiche querce. L'Arco delle stelle, nome dato per la perfetta visibilità nei tempi di foschìa. Se quei dannati geroglifici stropicciati sulla terra fossero stati pur lì, ad ammiccarmi ancora sconosciuti sensi li avrei mandati a quel paese. Da curiosi non significa essere scemi. Tornare di corsa indietro e mangiare e sfinita sedere. Mi fermai un attimo per riposare, vedevo già l'estensione della radura, avevo calpestato quello che per me era l’ultimo cerchio... e poi? Poi misi a fuoco la vista e vidi tanti signori uniti in gruppo a parlottare. In mezzo alla natura si svolgeva un congresso? Non s’accorsero subito, uno solo voltandosi, per caso notò la mia venuta, si rivolse agli altri gridando: «Eccola, è arrivata». Osservai che i segni erano scomparsi, finalmente avrei saputo, i signori erano una ventina. Come un aprirsi di ventaglio girarono ad una ad una le teste verso di me. Sulla pelle uno straccio senza vestito, in testa paglia, nodi e polvere. Un'aureola di schifo. Che la realtà mi fulmini! Ben diversa dal mio stato. Proprio io ricevetti un intenso e prolungato battimano, ma non lo catturai all’istante e di scatto scrutai dietro di me. Chi veniva di celebre? Di così importante? Mai nella vita ho avuto applausi. Erano per me, perché un signore mi venne incontro col saluto e prese la mia mano per condurmi non so dove. Sperai che mi chiarisse. Nel camminare con la mano libera cercavo di migliorare l'estetica, spolveravo il vestito e sbrogliando i cespugli dei capelli. Il signore mi portò al centro della radura e mi fece salire una pedana sistemata davanti ai suoi amici che continuavano ad applaudire, salii da sola, praticamente abbandonata senza sapere niente. Che situazione! Molte emozioni per nessun fatto. I signori avendo modo di osservarmi più da vicino battevano le mani con maggior entusiasmo e sorridevano e mi lanciavano baci. Sembravano abbastanza contenti di vedermi però accidenti se mi spiegavano qualcosa. Successo e basta. Dalle pecore alle stelle, di colpo, è tratto duro. Ringraziai con cenni della testa e feci ALT con le mani, volevo parlare, le domande mi pizzicavano la lingua. «Signori», dissi, «vi ringrazio della vostra calorosa accoglienza, ma...». Non mi fecero finire di pronunziare. Ripresero ad applaudire, e sorridere, e gesticolare, baciare. Restavo impalata sull'attrezzo di pedana e se avevo nel corpo una posizione di grazia e di leggerezza lasciai andare, mi stavo seccando di quell'ingiustificato chiasso. Ad un certo momento smisero e non per merito mio, avvenivano strani traffici tra di loro, andavano dietro le querce e tornavano a mani piene. Si aiutavano a vicenda nel trasporto. Un cavalletto, una tela, una scrivania, un grande blocco di creta. Li misero a due passi sotto la pedana. Io ero sempre su nell'empireo della gloria, noiosamente lì a ripetere inutili gesti di richiesta d'attenzione. Come se non ci fossi, eppure mi vedevano, ma non so per quale scherzo dell'umana comunicazione le mie intenzioni rimanevano galleggianti sull'aria, non andavano in porto con l'attracco di un consenso. Il pittore iniziò a ritrarmi, lo scultore non distraendosi dalla forma del mio corpo muoveva le nervose mani sull'argilla. Era rapito. Lo scrittore curvo sulla pagina rincorreva forse una metafora, i lineamenti contratti dallo sforzo, la parola gli sfuggiva, la pesca miracolosa gli dava un'espressione comica. Con grande meraviglia degli astanti, scesi dalla pedana e mi avviai sicura sulla strada del ritorno. Lo scrittore mi rincorse trafelato e a muso duro disse: «Questo non ce lo dovevi fare, la tua bellezza leggendaria. Ooo donna! C'ispira moltissimo». Risposi: «Le pecore m'aspettano».

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