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Una cascata di ceci e un ricordo

L'angoscia del risultato di un tampone, con un improvviso flashback liceale

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«Pieghi un poco indietro la testa». Il tampone entrò nelle narici come se volesse conficcare tutta l’angoscia che gli aveva bloccato ogni pensiero.
«Adesso apra la bocca». Il medico strisciò sulla lingua la punta per bagnare bene la testina.
«Quando mi farete sapere?». La voce tremolante chiese con incertezza quanto sarebbe durato ancora il dubbio. Quella crepa nella fiducia che il virus fosse soltanto un’esagerazione dei media.
«Tra domani e dopodomani. Appena sapremo qualcosa la richiameremo. Intanto mi raccomando, non esca di casa ed eviti qualsiasi contatto. In caso di bisogno ci avvisi e faremo il possibile». Attraverso gli occhiali protettivi incorniciati dalla tuta bianchissima il medico lasciò intravedere un sorriso che cercava maldestramente di rassicurarlo.
Le due figure bianchissime come la neve si girarono e si trascinarono con la grazia di un elefante verso la porta di ingresso. «Arrivederci. Stia attento se si manifesta qualche sintomo. Nel caso ricordi di controllare la temperatura e la saturazione dell’ossigeno nel sangue».
La porta si richiuse facendo il rumore della cancellata di un carcere. Si affacciò alla finestra: un infermiere spruzzava una pioggia di disinfettante sulle tute mentre i medici rimanevano con le braccia aperte come il Cristo redentore di Rio de Janeiro.
Adesso era solo. L’avviso che era entrato in contatto con un positivo era arrivato solo poche ore prima. Da quel momento una tempesta di altre telefonate aveva spezzato ogni certezza: la Asl, i parenti, i contatti stretti, la prenotazione del tampone. Quello che aveva visto in tutti i telegiornali da mesi era diventato reale. Era arrivato il suo turno ed era diventato il protagonista del film più odiato.
Era stato infettato o no? Doveva preoccuparsi o era soltanto un falso allarme? Era l’inizio della fine o un’avventura su cui avrebbe scherzato con gli amici al prossimo aperitivo? Era la variante inglese o la variante del nulla?
Si stese sul letto nel tentativo di visualizzare tutto quello che era successo in quel maledetto incontro al bar. Non era stato abbastanza forte da dirgli di no. Era troppo alto il pericolo per sedersi insieme senza mascherina e si era passati dalla zona arancione alla gialla da troppo poco tempo. Soltanto da poche ore ci si poteva sedere ai tavolini. Doveva ricordare tutti i momenti in cui era venuto in contatto con Francesco. Quando tempo era stato vicino? Si era mai abbassato la mascherina per troppo tempo? Si era avvicinato troppo? E quanto sarebbe stato il troppo? Un metro o due? Avrebbe dovuto indossare due mascherine, come sempre più spesso qualcuno consigliava?
Chiuse gli occhi per ascoltare il suo respiro. Lento, sempre più lento per scovare qualche difficoltà nel respiro. Deglutì per capire se qualche bruciore alla gola si affacciava all’orizzonte. Un pizzico all’ugola lo spaventò. La mente si affacciò sull’abisso della paura più grande, quella a cui si cerca sempre di non dare il giusto nome. Fece un colpo di tosse per sentire la venatura sorda che si annida nei polmoni delle vittime del virus. Forse doveva solo bere qualcosa. E gli odori? D’istinto congiunse le mani come per pregare che qualcosa, qualsiasi cosa lo potesse distrarre.
Si alzò di scatto. Magari una tisana gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe consentito di capire se gli odori li sentiva ancora. Aprì la mansarda e infilò la mano in fondo alla ricerca della scatola verde di tisana al tiglio che da tempo era in attesa di trovare il momento giusto per essere aperta. Un movimento maldestro e una scatola si piegò per poi scivolare dal lato sbagliato. Una cascata di ceci rotolò sulla tavola di legno e infine per terra. Scivolando addosso alle padelle nel lavandino i ceci suonarono una melodia che ruppe il terribile silenzio che aveva avvolto la stanza. I ceci tintinnarono come quando arriva improvvisa la grandine sulle tegole della veranda. La melodia rimbalzò sulle finestre rimbombando con l’acustica perfetta che aveva ascoltato soltanto quando in gita scolastica all’ultimo anno del liceo era andato al teatro di Siracusa a vedere le Baccanti di Euripide.
Si piegò a terra per rimediare a quel pasticciaccio brutto, contento di essere riuscito per un attimo a dimenticare perché aveva aperto quell’anta. Prese un cece, giallissimo e con una gobbetta durissima. lo rigirò tra le dita e una voce si affacciò sul padiglione dell’orecchio.
«Cicero, Ciceronis». La voce del suo professore era così orgogliosa mentre pronunciava quel cognomen. In piedi orgogliosamente davanti alla cattedra, vestito con l’abito buono, solenne come un oratore. Guardava verso la finestra come se stesse per rivelare al mondo il segreto dell’universo e dovesse leggerne nell’aria la formula corretta. Lui nel frattempo ne approfittava per girare lo sguardo nella stessa direzione e poter guardare nell’angolo dov’era seduta Flavia, la più bella della classe, sempre così perfetta nel riuscire a distrarlo da quello su cui doveva concentrarsi. Era la perfezione della distrazione, tanto che ogni giorno rimproverava il destino beffardo che l’aveva messa lì solo per divertirsi a rendergli più difficile anche l’unica cosa che gli riusciva bene: studiare. Per fortuna quella volta riuscì a non distrarsi imponendosi di riportare l’attenzione verso la lavagna vuota.
«Si dovrebbe leggere Chichero. Perché la “c” era gutturale nel latino classico, solo più tardi si è palatalizzata». Poi continuava. «Sapete perché si chiama così?». Qualche sospetto l’aveva, ma tacque come tutti per paura di sbagliare e fare una figuraccia davanti a tutta la classe. «Il nome viene da cicer, “cece”. Perché un antenato aveva un grosso cece sul naso». Basta un cece sul naso per segnare il tuo destino. E proprio in quel momento tutto il pavimento era ricoperto di ceci.
Chi più di lui avrebbe potuto aiutarlo a colmare il dolore dell’attesa del verdetto della vita? Lui che era rimasto per più di un anno appeso a un sì o un no che non sapeva se sarebbe mai arrivato.
Era stato il sostenitore di Pompeo. Aveva puntato tutto sul cavallo sbagliato. Dopo Farsalo e la vittoria di Cesare era fuggito a Brindisi con l’angoscia nel cuore di veder crollare tutto il castello delle sue speranze. Con la vergogna di aver preso la più grande cantonata e di dover rimanere appeso alla speranza del sì o no del nuovo vincitore. L’avrebbe perdonato? L’avrebbe ucciso? Incarcerato a vita? Si sarebbe vendicato? L’avrebbe ammazzato a tradimento senza nemmeno rispondere alla sua richiesta di grazia? Qualche altro avrebbe deciso per lui. Per un anno aveva vissuto ogni giorno con la paura che ogni respiro potesse essere l’ultimo. La paura di quando il destino maligno si affaccia alla finestra, ma ancora non affonda ancora il colpo. E ogni secondo pesa come un macigno sulle macerie degli errori.
Così rimase Cicerone nella città dove sarebbe morto Virgilio, in attesa di sapere se sarebbe stata quella la città della sua morte. Con l’angoscia di non conoscere se e quando la spada di Damocle a cui era appesa la sua vita sarebbe caduta sul collo.
Ad ogni passo dietro chiunque si poteva nascondere un sicario, anche tra i più vicini. Persino il fratello e il nipote l’avevano tradito tentando di soffiare sul fuoco della vendetta, scaricando tutte le colpe su Cicerone per salvarsi la pelle e alleggerire la loro posizione. Perché così succede sempre, quando tutto crolla, i voltafaccia più pericolosi sono quelli di chi ti sta più vicino. Un anno rimase così sospeso tra la vita e la morte, in attesa di qualsiasi indizio che potesse illuminare la soglia di ogni passo fino a quell’abbraccio con Cesare tanto agognato.
Si affrettò ad aprire la libreria. Riconobbe la copertina di una vecchissima edizione con i bordi ingialliti e rosi dal tempo. Aprì la pagina dov’era rimasto un vecchissimo segnalibro ormai quasi in polvere: «Perturbati dolore animi». Poi decise di andare a pagina 48, l’anno di Farsalo, e lesse parole a caso: «incredibili sum dolore affectus», «summa culpa mea» e «misera fortuna».
Lo richiuse e lo riaprì subito. Voleva fare come si fa con i film quando la curiosità di vedere la scena finale ha la meglio su tutto. Corse all’ultima pagina per trovare il messaggio che nessuno poteva dargli. L’occhio cadde sul rigo giusto: «Valetudinem tuam cura».

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