Lunedì 19 Aprile 2021 | 04:01

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L'inferno dantesco della pandemia

Poemetto semiserio di Delio De Martino. E dopo il vaccino uscimmo a riveder le stelle!

L'inferno dantesco della pandemia

Nel mezzo del cammin di nostra vita/ mi ritrovai per un virus oscuro/ ché la salute mia era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esta pandemia mala e aspra e forte
che per lo mondo sparse la paura.

Io non so ben ridir com’ m’infettai, tant’era pien di Covid a quel punto che la verace vita abbandonai. 

“Per me si va nel lockdown tormento, per me si va ne l’etterna chiusura, per me si va nel distanziamento”. 

Questi decreti di colore oscuro vid’io scritti sovra tutti i giornali; ma ancor oggi, il senso lor m’è duro.                 

Il virus, fiera crudele e diversa, tutte le gole facilmente infetta con mortal sospiro infezion riversa.

“Ecco il Covid con la coda aguzza, che passa i monti e rompe i muri e l'armi! Ecco colui che tutto 'l mondo appuzza!”

Poscia ch'io ebbi 'l mio dottore udito/ ebbi lo cor di paura sì compunto,
con grande terror fui quasi smarrito.

Per li giron d’inferno mi ritrovai,
scortato dal mio duca che curommi,
il medico d’ospital che sempre osservai.

Io era tra color che son sospesi, 
senza fiato e di febbre sì alta ardenti
tra vita e morte al respirator appesi.

Il doloroso regno infernal mi prese
a girarmi ove color che muoion di Covid tutti insiem convegnon d’ogne paese.

Andai così tra la perduta gente
a veder l’anime triste di coloro che visser sanza vaccin e sanza lodo,  

che per viltà fecer il gran rifiuto
dicendo il virus invenzion dei media
e sì dritto finiron nel tavuto.

Cortei di protesta d’orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche, e ci rimiser la pelle.

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa
il mio duca mi disse nel girone
perché anche lor finiron nella cassa.

Nel gran giron di chi metter non volle
la mascherina per tener la bocca
libera di fiatar con fare folle,

nella bufera infernal sì li mena
il vento pien di virus li trasporta
sospinti sanza fine e senza meta.

Quali colombe dal disio chiamate
così due anime infette s’animaron
a raccontar perch’eran affiatate.

Una di loro s’appressò a parlare
di come il contagio rapido avvenne
al triste tempo dei primi decreti.

Quella a me: “Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la malattia; e ciò sa 'l tuo dottore.

Il virus, ch’al corpo ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende.

Covid, ch’a nullo fiatato infezion perdona, mi prese del costui contagio sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona.   

Noi leggiavamo un giorno per diletto senza distanziamento e senza cura; soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiato il virus ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma al final il morbo ci vinse.    

Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante.
E presto l’infezion mi trafisse”.

Mentre che l’uno spirto questo disse, l’altro piangea; sì che di pietade io venni men così com’io morisse. 
E caddi come corpo morto cade.

Giunsi al girone di chi per far festa
il periglio del virus ignorava
e dei decreti si facea gran beffa.

La bocca sollevan dal fiero pasto 
con il loro fare assai dissennato
il contagio hanno reso presto guasto.

Tutti insiem s’abbufan come maiali/ ora tra cene aperitivi e incontri /mentre il virus viaggia sulle loro ali.

Graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra
il Covid urlar li fa come cani
poi ché s’assembraron in squadra.

Spira sì dalle bocche di saliva
il virus per chi festa fe’ senza legge finché un giorno sì forte li colpiva.

Così ben presto al gran cerchio arrivai
di chi ovunque bufale diffonde
e del lor numero mi meravigliai,

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

diss’io quan vidi con tanta incoscienza
li dannati dir dopo tanti morti
che il Covid sol è semplice influenza.

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante  e sotto i piedi un lago che per gelo  avea di vetro e non d’acqua sembiante.     

Ogni infetto in giù tenea volta la faccia; in terapia intensiva col cor tristo tra lor testimonianza si procaccia.                                

Lo ’mperador del doloroso regno 
infin incontrai con tre bocche
alla fine dello cono infernale.

Da ogne bocca dirompea co’ denti un peccatore, a guisa di maciulla, sì che tre ne facea così dolenti.   

Così forte mastica Satanas
li virologi che disser il virus è morto
senza che il periglio avean scorto.

Quand’arrivò il vaccino americano
due medici a iniettar iniziarono e
dissero allor con la puntura in mano:

“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver sì rinchiusi, ma per seguir virtute e canoscenza”.

Ci vaccinammo el primo e io secondo
tanto ch’i’ vidi de le cose belle  che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.  E quindi uscimmo a riveder le stelle.

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