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«Tutti i vizi, quando sono di moda, passano per virtù». (Molière)

SUPERBIA

Si considerava una specie di divinità vivente, per cui si stupiva che al suo passaggio non s’inchinassero folle osannanti e che non fossero state erette cattedrali a lui dedicate.

Teneva nascoste queste considerazioni perché era consapevole che, se esplicitate, avrebbero potuto nuocere alla sua Persona (con la «P» ovviamente maiuscola).
Dribblava con noncuranza colleghi, partner e amici, convinto com’era di muoversi sul tapis roulant della superiorità lasciando agli altri l’ingrato compito di stargli dietro, annaspando.
Conquistati gli studi televisivi, aveva predisposto una sua presenza costante in video, per cui, facendo zapping, lo si poteva reperire ogni sera su una rete differente.

Nei suoi interventi, in cui usava tutti gli accorgimenti per «bucare» lo schermo, dosava sapientemente le pause, modulava il tono della voce e si offriva alla telecamera con uno sguardo distaccato e accattivante, in modo che anche l’esternazione più banale venisse recepita alla stregua di un dogma.
Pur avendo raggiunto in breve tempo tutti gli obiettivi prefissati, avvertiva la mancanza di qualcosa che lo appagasse completamente.
Un giorno, mentre si aggirava inquieto in casa, la sua immagine riflessa nelle centinaia di specchi - alle pareti erano appesi solo specchi, nessun quadro - gli permise di mettere a fuoco il suo recondito desiderio: che gli venisse intitolata una strada o una piazza. Se, infatti, la toponomastica era piena zeppa di nomi astrusi e perlopiù sconosciuti, perché non concedere a lui, fulgido esempio per il Paese, un pubblico riconoscimento?

Esisteva però un piccolo ostacolo per portare a termine l’agognato progetto: lui era ancora in vita. Già, perché tutti i personaggi riportati nello stradario appartenevano obbligatoriamente al mondo dei più.
Non sortì quindi alcun effetto scomodare politici influenti, cardinali autorevoli, massoni potenti; la risposta fu sempre la stessa: solo da morto. Non volendo rinunciare, dovette scendere a patti con se stesso e optò per una targa da apporre sulla facciata del suo palazzo con la dicitura «Qui vive...», seguita dal suo nome e cognome incisi in caratteri cubitali.

Una volta realizzata, volendo stabilire di persona la posizione in cui fosse visibile dal maggior numero di passanti, decise di apporla personalmente nel cuore della notte.
Si procurò una scala altissima, salì fino in cima, sistemò in bella vista l’iscrizione e, per compiacersi dell’effetto, si sporse all’indietro perdendo, ahimè, l’equilibrio. La caduta, se da una parte gli fu fatale, dall’altra gli consentì che gli venisse intitolata la piazzetta dove aveva sede la sua abitazione.
Qualche tempo dopo, però, un anonimo irriverente tracciò con lo spray, proprio sotto il suo nome affissi al muro, una citazione di Esopo: «L’auto-presunzione può condurre all’auto-distruzione».

ACCIDIA

Essere o non essere? Non essere! Languire, poltrire, dolcemente naufragare in questo mare...
Per lui i verbi all’infinito erano più semplici da coniugare rispetto all’indicativo presente, che aveva comunque un retrogusto di azione o, quantomeno, ipotizzava la possibilità di assumersi delle responsabilità.

Da tempo aveva declinato qualsiasi invito pubblico, convinto com’era che il mondo potesse tranquillamente andare avanti senza di lui. In ogni caso era intenzionato a non muovere un dito in favore dei suoi simili, verso i quali non provava alcun tipo d’interesse o sentimento.
Dalla sua torre d’avorio - un palazzetto isolato situato nel centro storico - usciva sempre più raramente perché, vivendo di rendita, era in grado di procurarsi tutto evitando tutti.

Un pomeriggio domenicale, mentre languiva placidamente a mollo nelle mille bolle blu di un nuovo inebriante bagnoschiuma, d’improvviso rimase al buio con la sgradevole sensazione che la vasca in cui era immerso si fosse pericolosamente inclinata come una nave in procinto di affondare. Si rimise in piedi, in precario equilibrio sull’impiantito scivoloso, e si rivestì alla meglio con gli indumenti che riuscì a rintracciare nell’oscurità. Poi imboccò la scala a chiocciola che, per la pendenza acquisita, gli diede la fastidiosa percezione di salire anziché scendere.
Giunto al pianoterra, una volta spalancato il portone, gli si presentò una scena dantesca: una voragine apertasi davanti a casa sua aveva intrappolato tante persone che cercavano di venirne fuori afferrando ogni tipo di sostegno. Qualcuno, annaspando, si aggrappò anche ai suoi piedi trascinandolo giù nel baratro. Venne così a stretto contatto con altri corpi irrequieti e ansimanti, che lo urtavano, lo spingevano e lo scavalcavano cercando di guadagnare la superficie.
A questo punto si svegliò di soprassalto nella vasca, sudato non per i vapori dell’acqua ormai tiepida, ma per quell’incubo da girone infernale in cui il liquido poltrire lo aveva quasi inghiottito.
Indossò con sollievo l’accappatoio e, mentre si asciugava, lo sguardo gli cadde casualmente sul nome della fragranza di quel bagnoschiuma mai usato in precedenza : «CONTRAPPASSO».

LUSSURIA

Era un professore di lettere in pensione; viveva da solo in una vecchia casa di proprietà dove ormai la carta - libri, quaderni di riflessioni, foglietti volanti su cui appuntava idee e abbozzi di poesie nel timore che la sua fragile memoria non riuscisse a trattenerli - aveva preso il sopravvento.

La signora, che tra le altre faccende domestiche cercava di disboscare quella giungla di cellulosa, borbottava ad alta voce ma la sordità (o la noncuranza) che affliggeva l’anziano azzerava ogni possibilità di dissidio.
Non appena libero da quell’ingombrante, seppur necessaria, presenza femminile, tornava felice alle sue amate carte.

Quando era andato in pensione i colleghi, come segno di gratitudine (i maligni sostenevano per essersi liberati di quell’ingombrante e rigorosa presenza) gli avevano regalato un computer. Quella specie di UFO troneggiava sulla scrivania tristemente abbandonato, come fosse atterrato su una terra inospitale dove non esisteva possibilità di forme di vita. In realtà su quel piano di lavoro ce n’erano e anche tante, tenute con cura per preservarne la bellezza.
Il professore amava i libri antichi che sfogliava con delicata premura, quasi ne accarezzasse le pagine.

Lo inebriava l’odore di passato che emanavano, tanto da immergervi il naso per poterne aspirare il più possibile. Ma provava una vera libidine per i caratteri armoniosi impressi sulle pergamene, di cui era in grado di riconoscere ogni stile e provenienza. Erano per lui motivo di sovreccitazione le rotondità delle vocali, l’ammiccare degli apostrofi, l’accoppiamento dei dittonghi.
Da giovane aveva anche frequentato con qualche esitazione le case dove veniva tollerata ogni scrittura acerba e insegnata la suprema arte della calligrafia: quelle lezioni di vita lo avrebbero segnato per sempre.

Adesso che, nonostante l’età avanzata e qualche tremore, sentiva a tratti il riaffiorare della passione, decise di stilare una dichiarazione amorosa a futura memoria.
Intinse nel calamaio la sua penna e lasciò che il pennino, scivolando dolcemente sul foglio che ne assorbiva l’inchiostro, riportasse le sue riflessioni:
«Ho corteggiato per tutta la vita vocali e consonanti. Ho amato tante parole: alcune semplici e riservate, altre complicate e ridondanti. Mi sono emozionato alla nascita di un vocabolo; mi ha ferito una frase incompiuta con i suoi sottintesi.
Ho stigmatizzato ricorrendo ai punti esclamativi; ho avuto il beneficio del dubbio sostenuto da quelli interrogativi.
E adesso... mi tiene ancora sulla corda l’intrigante possibilità dei punti sospensivi».

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