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Però...però la verità è che l’altro giorno verso e otto di mattina mentre, come al solito , stavo andando in ufficio mi sono imbattuta nella solita occasione di fare una foto in solita.

Non si trattava di un’onda dell’oceano con il gabbiano che attraversa l’orizzonte, e nemmeno di una farfalla posata su un fiore perlato da tremule gocce di rugiadosa brina invernale con lo sfondo dell’alba ruggente, neanche quella di un cucciolo nelle tenere braccia di un bambino oppure di una singolare luna mattutina a picco sul mare o di una spiaggia invernale ventosa e solitaria. Stavo, in realtà, pacificamente incanalando i miei passi verso l’ufficio quando intravedo poco più in là sul marciapiede la buccia di mandarino di un arancione vivace e chiaro attorcigliata su se stessa in modo curioso tanto da formare un grazioso ma inequivocabile punto interrogativo. Era chiaro che qualcuno o qualcosa aveva una domanda da fare a me o a chiunque altro si fosse soffermato ad osservare le cose intorno.

Già, infatti, la prima domanda che, invece, mi facevo io riguardava l’efficienza dell’impresa che si occupava della raccolta differenziata. Era il giorno del ritiro dell’umido e quello scarto interrogativo era sicuramente saltato fuori da una busta non sigillata a dovere oppure semplicemente bucata. Tuttavia, ormai la mia attenzione era stata catturata, così mi sono fermata a fotografare e, a dirla tutta, ho fatto diverse foto cercando l’inquadratura migliore. Mentre ero ferma a metà strada tra casa mia e l’ufficio ho cominciato a pensare: “qual’era la domanda formulata da quella buccia di mandarino un po’ calpestata dai passanti che aveva attratto il mio sguardo?” Indubbiamente c’interroghiamo sempre di meno su noi stessi, anche solo per capire ciò che davvero ci piace e quali siano le cose effettivamente necessarie per una vita felice. Ogni giorno facciamo sempre le stesse attività, gli stessi percorsi, salutiamo le stesse persone, andiamo in vacanza più o meno negli stessi periodi, le settimane bianche, i weekend, il mese d’agosto, Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi e così via.

Ma siamo davvero noi stessi? Oppure siamo il prodotto delle nostre abitudini e del nostro piccolo mondo? Ogni tanto tentiamo di reagire, veniamo presi d’assalto dalla voglia di essere altrove anche solo per un minuto. Si chiama “bisogno di evasione” e anche questo tipo di bisogno diventa uno stereotipo che non da molta soddisfazione. Così ci lamentiamo​ della quotidianità, delle relazioni, delle feste, dei parenti. Cerchiamo di provare nuove emozioni con gli sport estremi, il bungee jumping, il free climbing, la pagoda nelle cascate, il volo dell’angelo, l’aliante, il lancio col paracadute.

Cerchiamo di andare lontano, partiamo alla volta dell’aurora boreale, oppure alla ricerca dell’atollo più sperduto, facciamo visita alla barriera corallina o agli indios dell’Amazzonia. Siamo avvolti da uno stato d’inquietudine che sembra essere causato dallo stress, dalla vita sociale e lavorativa, dalla complessità e dal caos che ci circonda. Poi mentre vai in ufficio un mandarino ti pone un interrogativo ... quale potrebbe essere la domanda? Un semplice avvertimento del tipo: Ehi tu dove stai andando? Oppure una raccomandazione come: Potresti, per favore, stare più attenta? O anche un invito, ad esempio: Perché non ci provi anche tu a sorridere? Sembrano domande semplici ma, invece che dare risposte, è più facile imbastire una sequela di “non so, non è colpa mia, è questione di fortuna, nessuno mi capisce, e così via”.

Certo la pandemia ha modificato alcuni dei nostri punti di vista e alcune considerazioni sulla vita e sulla realtà. Riaffiorano nei ricordi le parole di mio padre: “La più bella vita è la solita vita”. Allora non capivo cosa volesse intendere ma adesso... Intanto, s’era fatta sera, il tempo era trascorso in un soffio. Ero rimasta lì ad ascoltare le mie domande e i miei dubbi incurante dei passanti, scordandomi dell’ufficio, della spesa, degli appuntamenti, degli obblighi e dei doveri. Anche perché avevo la suoneria del cellulare spenta dal giorno prima e nessuna telefonata mi aveva interrotto. Mio figlio mi rimprovera spesso di essere alquanto inefficiente con la gestione di questo efficacissimo e potente mezzo tecnologico che ti rende sempre rintracciabile quasi senza scampo, direi. Mi sembrava impossibile! Ero riuscita involontariamente a soffermarmi e a riflettere su un sacco di cose che ho a cuore e di cui non mi occupo mai. Alla fine non ho scoperto nulla che già non sapessi e non ho indovinato la domanda del millennio impersonata dalla forma assolutamente casuale assunta da quel banalissimo rifiuto organico. Però anche questo è un bel modo per incominciare un anno nuovo, fiducioso e semplice fatto di piccole cose preziose che sono veramente nostre e che fanno parte di noi. Quindi in​ questo racconto niente dinastie Ming o faccendieri che tramano congiure di palazzo e nemmeno storie d’amore, avventure rocambolesche, imperdibili delitti.

Semplicemente la voglia di vivere il presente con meno indifferenza, con gli occhi e con il cuore. Che il prossimo anno ci riporti tutti sulla terra, il più bel pianeta che conosco, attenti a ciò che ci circonda, con un pizzico di disponibilità in più, ascoltando gli altri e rispondendo alle domande, soprattutto quelle dei mandarini. Non finiremo mai di meravigliarci se restiamo curiosi. Tutto è possibile... Perché no?

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