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Un Natale al sapore di cipolla

Stadio estremo del Coronavirus era la «pandemianza»: incassare dolori e perseverare

Un Natale al sapore di cipolla

«Culo e cipolla… culo e cipolla… culo e cipolla…» Il ritornello, un po’ blasfemo sulla boccuccia di Gabriele, riempiva le stanze. L’ultimo dei quattro nipoti trottorellava allegro di angolo in angolo, e il suo pigolio irridente risuonava mentre per la casa si spandeva quel profumo, ineffabile, prepotente, deciso. Sì, sì, era di cipolla. Cipolla di «sponzali» estenuata in un calzone. Cipolla consumata in un battuto d’olio e peperoncino per bagnare il filetto di baccalà alla brace. Cipolla che si bruciava in una frittata di uova. Cipolla nell’insalata. Cipolle in agrodolce. Marmellata di cipolle che stordiva…
Gli effluvi marcavano una tradizione di fine anno un po’ eretica, contendendo la scena ad altri piatti natalizi più canonici. Ma così era, le vigilie si erano portate dietro quella trasgressione al menu, frutto un po’ dei gusti, un po’ delle composite origini della famiglia, calabro-appulo-campane. Ma, soprattutto, di una storiella che piaceva tanto ai nipoti, perché rimandava a una mitica stagione del nonno.

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La sera che Gabriele, occhi verdi e capelli corvini, si era lanciato nel ritornello, a scorrazzare nella casa c’erano tutti e quattro i piccoli moschettieri: insieme a lui, l’ultimo arrivato, chiocciolavano la sorella Giulia, la donnina di casa, attenta e paziente ma pronta a mettere tutti in riga, e i due cugini, Davide, il grande, matematico e canottiere, Andrea, il secondo, sognatore e canottiere.
Fu Giulia, dopo aver giocato a nascondino con il fratello e i cugini, a raccontare di quel Natale della pandemia.

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Il 2020 p. C., post Covid, non c’era proprio niente da festeggiare. Si celebrava un Natale povero povero: ristretti in casa, pranzi e cene con i parenti intimi, piste da sci e piste da ballo bloccate, crociere e nuoto sotto la doccia, panettone e spumante con i tuoi, un albero leggero di regali, pacchettini microscopici.
Il capitone s’era fermato in gola, il torrone smorzava il coprifuoco di gesti frugali. Troppo dolore e morte – raccontavano i saggi – aveva seminato la seconda ondata del Covid, costringendo a perseverare nelle misure restrittive, avvolti in una atmosfera pesante e cupa.
La sera del 24 ci si ritrovò in quanti non si saprà mai, in modico numero. Il nonno, particolarmente loquace con i nipoti, parlottava un po’ tra sé e sé, rivolgendosi anche a Gabriele, il nascituro, e che se ne stava placido nel grembo della madre.
L’antenato troneggiava in poltrona, lasciandosi andare tra una portata e l’altra alle sue esternazioni, copiose nelle feste comandate. Era felice perché il Natale segnava il sopravvento della luce sulle tenebre, l’impennarsi del tramonto nella nuova alba della vita.
I suoi occhi si riempivano di speranza per la ciclicità della natura. Se ne andava, con i suoi vaneggiamenti, un po’ sopra le nuvole, distillando versi, lui che dalla poesia si era guardato, oppure ricette ineffabili, lui che in cucina sapeva solo mangiare. Con gli anni era diventato un po’ negramaro un po’ negromante. Aveva appena preparato due rosolii, alla melagrana e alla carruba. Ricette che serbava rigorosamente per gli amici, ma che godevano in anteprima delle cure di assaggiatori ufficiali. Il liquore al basilico, per fare un esempio, non gli era riuscito alla perfezione, ma ne aveva testato il potere solo dalle reazioni gastriche del malcapitato che l’aveva sorseggiato per primo.
Tra un rosolio e una focaccia, un lievito madre e un kefir della casa, il nonno era rimasto a farneticare e a sognare in poltrona per molte settimane. Osservando cauto il Covid. Il virus l’aveva risparmiato, ma un segno pure gliel’aveva lasciato, una traccia lieve di pandemianza. Stadio estremo del coronavirus, la pandemianza era la capacità di incassare sconfitte e dolori e l’ostinazione a perseverare come se nulla fosse successo, l’impacchettare successi e insuccessi, il piangere le perdite, ma, pur restando attoniti, l’andare avanti. E lui, che non era mai entrato nella stanza degli abbracci, non si capiva più quando scherzava o quando se ne andava fuori di testa.
Tra sé e sé, mentre sniffava i profumi da capogiro delle diverse portate, quella sera aveva sentenziato fra i denti:
“Sì, ci vuole proprio culo e cipolla”. E aveva aggiunto: “Per vincere il Covid”.
Davide, il nipote che per primogenitura e somiglianza aveva il diritto di confrontarsi con il nonno per primo, dopo aver guardato il fratello Andrea, abbozzando un sorrisetto che era una sfida, aveva osato:
“Nonno, ti prego, cominci? Ma che significa culo e cipolla?”
“Ahh, ahh, ahh”, era stato il sogghigno del vecchietto, più sornione del solito.
“E allora?” lo aveva incalzato Andrea, tra l’ironico e il gioioso, per dare una mano al fratello: «E dai! Che vuol dire: per vincere il Covid, ci vuole culo e cipolla?»
«Vuol dire che dobbiamo affidarci a culo e cipolla… semplice, no?»
«Spiega meglio, nonno. Da cosa cominciamo», era intervenuta Giulia, tallonando il nonno. Impertinente, la piccola, con i suoi occhi a spillo l’aveva soprannominato «nonno struzzo», proprio per le sue qualità come dire mimetiche, la capacità di nascondersi o di nascondere le cose…
«Cominciamo dalla cipolla» aveva risposto il nonno, «un bulbo che viene usato come condimento e alimento. Si scioglie in bocca, ma è anche terapeutico perché allontana tanti mali. Le sue proprietà antiossidanti e antinfiammatorie sono note, governa i livelli di colesterolo e i trigliceridi nel sangue, e inoltre riduce i livelli di zuccheri».
Giulia non ci capiva niente e con lo sguardo chiedeva aiuti ai due cugini, ma il nonno continuava:
«E poi conosciamo la sua capacità antibatterica e antimicrobica, stimola il sistema immunitario, disintossica e svolge un’azione diuretica, è un ottimo espettorante, decongestiona mucose, svolge azione anticancerogena e migliora l’umore grazie all’azione benefica dei suoi principi attivi che aiutano la regolazione di ormoni come la serotonina».
«Insomma», l’aveva interrotto Davide, «la cipolla ci aiuta a ridere ed è una sorta di elisir di lunga giovinezza. Da usare anche contro la peste del 2020? Non vorrai dirci che il Covid può essere sconfitto dagli afrori di un bulbo», aveva aggiunto divertito.
E Andrea, implacabile: «Ma nonno, ti sei messo a fare il mago e l’alchimista delle cipolle? Per farci piangere? Tu che credi nella scienza?»
«Certo, certo» s’era difeso nonno struzzo, «nei giorni di passione dell’era Covid, ci siamo aggrappati ai piccoli piaceri del cibo, prediligendo un alimento più di un altro, magari per il suo gusto forte, indelebile, che scombussola il vuoto di piaceri del palato – e non solo – come non accade con i cibi della vita ordinaria».
«Da oggi, allora, solo cipolla», e lacrime a volontà, concludeva Andrea.
Quella cipolla che olezzava sembrava uno sberleffo alla vita, un registro di sapori che scombinava l’ordine del mondo, scavando nell’ancestrale e nel magico. Quasi una sfida dei sensi, dell’olfatto, del palato.
I tre cugini non credevano alle loro orecchie… La sfida dell’inconsueto e l’ironia si affidavano ai sapori e ai saperi tradizionali, ribaltati dalla profonda mutazione. Giulia non demordeva:
«E poi, nonno».
«E poi, piccolina, sai, la cipolla è la prova dell’amore».
«E che vuol dire?»
«Sei troppo piccola per capirlo. Quando diventerai grande, magari troverai un corteggiatore che ama la cipolla e capirai il senso del mio paradosso».
«Va bene, nonno, allora la cipolla è una sorta di talismano, il cibo per sopravvivere» concludevano i tre cugini scambiandosi sorrisetti d’intesa.
«Eh no, no, il talismano è l’altro, quello che chiamo volgarmente culo.»
«Va be’, nonno, diciamo culetto, sai?, magari suona più dolce, meno volgare…», l’aveva corretto Giulia.
«No no, invece è proprio culo quello che ci vuole per battere il Covid. Intendo la fortuna, la sorte, la Grande Signora che si fa beffa talvolta persino della morte e che riesce a orientare la nostra vita anche quando la tempesta è più nera. Ne abbiamo viste di persone, in questi mesi, che, insomma, quanto a c., superando ostacoli d’ogni genere sono riuscite ad attraversare la tempesta del Covid, uscendone indenni».
«Ma il virus, dicono i racconti dei grandi, non guarda in faccia nessuno…» obiettava Davide.
«Sì, ma se la batte a gambe non di fronte ai blasoni e alla ricchezza, ma di fronte alla buona sorte», aveva risposto il nonno. «La fortuna aiuta gli audaci e i generosi, coloro che le vanno incontro senza nascondersi, senza agitare i loro braccini corti…»

******

La cena, quella sera, era andata avanti così, ondeggiando, mescolando sapori, ricordi, facezie, con il nonno sempre più acceso nell’elogio della premiata ricetta C. & C.
In finale, ci fu però il colpo di scena. Impazienti, ancor prima dello scoccare dell’ora fatidica, i nipoti cominciarono a frugare con gli occhi.
Da anni, non era più il tempo in cui Babbo Natale arrivava solo dopo la mezzanotte. Neanche a parlarne aspettare la Befana. Tutto si consumava prima, nell’ansia di avere. Prima del tempo, anche quella notte.
Tra i rami dell’albero, illuminato come ogni anno dai pacchetti sfavillanti, sulla sommità campeggiavano quattro pacchettini, tutti uguali uno all’altro, anche per Gabriele, che non era ancora nato.
Con la sua grafia chiara, il nonno aveva lasciato una traccia flebile: «Per il vostro futuro», aggiungendo i quattro nomi: a Davide, ad Andrea, a Giulia, a Gabriele, «che nascerà uomo di Dio».
Febbrilmente i tre nipoti si passarono gli astucci, poi presero a scartarli avidamente, mentre con gli occhi si scrutavano nei movimenti l’uno dell’altro.
Grande fu la loro delusione quando, tra le mani, si ritrovarono ciascuno una scatoletta, dai bei colori, dentro… una cipolla e una boccetta ermeticamente chiusa… La scritta recitava: «Covid-19 vaccine».
Il nonno dormiva sognando la luce…

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