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Leggo con piacere che da Milano centrale partono con i treni diretti verso Sud anche molti cani, gatti, persino criceti, compagnia quanto mai apprezzata in questi tempi grami. I loro proprietari, emigranti di ritorno per le feste natalizie, non se la sono sentita, anche per ragioni economiche, di lasciarli in pensione, e men che mai, giustamente, di abbandonarli, ci mancherebbe!

Il treno è un mezzo di trasporto così comodo, c’è spazio per tutti, sia pure uno spazio distanziato a causa del Covid. Gli animali del resto pagano un biglietto regolare. Quanti viaggi ho fatto io in compagnia del mio adorato Nice, un cane di masseria, sempre sulla tratta Bari-Lecce. Una volta, per via di un controllore che non amava gli animali e non volle sentire ragione, pur avendo io due regolamentari biglietti, per me e per lui, il caro cagnolone, feci il viaggio in vagone merci da Lecce a Bari, seduta alla meno peggio su qualche cassetta, e Nice mi guardava paziente, con quel suo sguardo nocciola, innamorato.
Del resto era un cane speciale e non lo dico solo perché mi aveva scelta.

A riprova del suo innato carisma: un’altra volta viaggiammo in prima classe, sulle poltrone di velluto bordeaux e la gente entrava per parlare con lui.
Con una sua zampa fra le loro mani vari personaggi – e già, sembrava proprio un film, peccato non averlo filmato - gli confessavano tutto ciò che avevano in mente in quel momento e io assistevo alla scena esterrefatta ma anche contenta di scoprire che avevo un cane-psicologo.

Di questa sua capacità empatica avevo del resto avuto molte riprove a Lecce, la sua città, dove lo conoscevano tutti, dato che ogni strada non aveva segreti per lui tanto che in spiaggia, a san Cataldo, la gente si fermava a salutarlo.
Camminava al mio fianco senza bisogno di guinzaglio, era abituato così; lo persi durante una festa patronale affollatissima, a Otranto e disperai di poterlo ritrovare, salvo scoprire che aveva scovato la mia auto, in una città dove non era mai stato prima, e mi aspettava pazientemente lì.

Al momento della partenza da Lecce, se voleva venire con me, si faceva trovare pronto ma se non voleva, spariva: ci ritrovavamo poi vicino alla mia auto, da lui individuata ovunque l’avessi parcheggiata, ma sempre nei pressi della stazione, anche se il posto ovviamente cambiava.
Persino a Bari aveva imparato ben presto la strada per la mia casa, pure distante 4 chilometri dalla stazione: il suo senso dell’orientamento era davvero leggendario. Del resto tipico dei cani come lui, un pastore simile all’Abruzzese ma molto comune qui in Puglia, dal manto più giallo che bianco.

Dunque accadeva qualche volta che, sbarcati dal treno, lui se ne andasse per i fatti suoi.
Sul principio mi angosciavo ma dimostrò di sapere la strada di casa, pure in mezzo al traffico, in strade che non aveva mai visto.
In seguito all’arrivo a Bari gli mettevo il guinzaglio, non si poteva mai sapere. Però un giorno diede uno strattone al guinzaglio e scappò. Ci rimasi male anche se confidavo nella sua capacità di tornare sui suoi passi, quindi, una volta a casa, non mi preoccupai più di tanto. Ma passavano le ore e Nice non tornava. Allora sì che lo sentii davvero in pericolo: perché Nice tornava sempre da me, se non lo faceva voleva dire che non poteva.
Così mi convinsi che lo avessero preso con l’accalappiacani, odioso intralcio alla libertà di questi nostri conterranei. E telefonai al canile, che allora si trovava all’interno del macello comunale, in via Oreste, laddove adesso per fortuna sorge la biblioteca nazionale.
Non c’erano ancora i telefonini, non potevo mostrare una foto di Nice ma al tizio all’altro capo del filo che mi confermò che avevano catturato dei cani in via Sparano quella mattina, descrissi il cane minutamente: altezza media, pelo biondo, coda piumosa, impossibile sbagliarsi, del resto rispondeva al nome di Nice.
Ma il tizio, con un supplemento dicrudeltà che ancora adesso, al ricordo, mi riempie di sdegno, mi assicurò che nessun cane del genere era stato preso quel giorno. Mi disse così eppure io sentivo, per via di quella comunicazione telepatica che avevo con Nice, che il mio cane si trovava lì e che io dovevo correre a salvarlo. Per cui non persi tempo: andai al canile e lo vidi.
Era chiuso in una gabbietta, lui che era libero e bello, e c’erano altri cani ridotti così, che mi guardavano tutti con un grido muto: Aiutaci! Come mi arrabbiai: «Ma come, un cane col collare, ben tenuto, ve l’ho descritto, perché avete negato che si trovasse qui? Volevate che morisse?».
Perché questa era la sorte dei cani presi in quel modo: finire gasati, condannati a morte, un destino orrendo deciso da mammiferi verso altri mammiferi in nome di non si sa quale diritto. Anzi in nome di un deciso sopruso che il genere umano si arroga prepotentemente. Io e Nice ci potemmo riabbracciare e potemmo tornare a casa, fu un‘avventura a lieto fine ma purtroppo non potetti portare via con me gli altri cani. La gioia del ritrovamento fu offuscata da questa circostanza e dalla visione di quel posto orrendo, come sono orrendi i canili in genere, luoghi di detenzione ingiusta e assurda.

Capisco le lacrime di Tiziano Ferro che recentemente ha preso un cane di sette anni da un canile e che per soli quattro mesi (infatti poi è morto) ha ricambiato con tanto amore la libertà che il cantautore gli ha donato. «Un tempo breve purtroppo - ha detto Ferro – ma che lo ha ripagato di tanta sofferenza perché una vita in gabbia non è vita». Nice mi ha insegnato molto sulla riconoscenza, sull’amore incondizionato, sui cani a cui manca solo la parola; è scomparso nel 1992, non posso dimenticarlo e come me molti, perché Nice a Lecce era una celebrità. Ma fra tanti aveva scelto di stare con me e un posto nel mio cuore ce l’ha per sempre.

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