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Un amore nato in mascherina

Sergio Lorusso: storia di un incontro in un centro commerciale, nell’era opaca

Un amore nato in mascherina

Si erano incontrati per la prima volta di venerdì pomeriggio, in un centro commerciale. I loro sguardi si erano incrociati, facendosi strada timidamente in quello spicchio di volto lasciato libero dalle coperture posticce e tristemente ingombranti imposte dalla pandemia. Lei sfogliava l’edizione economica di un classico nascosto tra libri e riviste, e quando si era girata per proseguire il suo tour non guidato Paolo se l’era trovata di fronte. Era rimasto folgorato da quegli occhi verdi, unico tratto visibile del viso della ragazza incastonato tra la mascherina ed un cappellino nero di lana che andavano a comporre una sorta di chador laico figlio della dittatura del virus. Ma la sua espressione era più potente di quel recinto, lo attraversava senza esitazioni, il suo sguardo unico valicava quel mix improprio di tessuto non tessuto e fibra naturale.
La seguì per un po’, solo per qualche attimo, mentre le passava vicino e poi girandosi in maniera discreta, quasi per fotografarla. Alta e slanciata, si muoveva morbidamente su delle sneakers bianche. Si persero tra gli scaffali, impegnati a scegliere il necessario (e il non necessario) da acquistare. Ad essere catturati soprattutto dal superfluo, come spesso accade. In fondo, in un posto così, si finisce quasi sempre per scoprire e per fare proprio ciò che non si sarebbe mai pensato di acquistare. Cose inutili, magari, ma che ti fanno uscire misteriosamente gratificato.
Arrivato in cassa la rivide.
Ora era di spalle, notò i cappelli lunghi castano chiari, che uscivano dal cappellino fino a posarsi sulle spalle. Poi dei jeans molto aderenti, che la snellivano ulteriormente.
“Curioso”, si disse, “non è facile rincontrarsi in spazi così ampi e affollati”. In effetti era così, arrivare insieme all’uscita e finire per giunta alla stessa cassa non era proprio automatico.
Coincidenze? Chissà.
Probabile. Anche se…
La ragazza dagli occhi verdi chiacchierava con la cassiera. Si conoscevano, quindi. Lei frequentava abitualmente quel centro commerciale, allora.
Bene a sapersi. Annotò mentalmente il particolare.
Uscirono, e si persero nel parcheggio.
Un incontro occasionale, come tanti?
Beh, non fu così.
Paolo, infatti, iniziò a pensare alla ragazza dagli occhi verdi in maniera sempre più insistente, a chiedersi chi fosse, cosa facesse, cosa preferisse, da cosa fosse attratta, a fantasticare insomma perché di lei conosceva ben poco, o meglio quasi niente, solo qualche tratto somatico appena abbozzato.
Quegli occhi, tuttavia, quegli occhi verdi così belli e imprevedibili, erano rimasti impressi nella sua memoria, stampati come una decalcomania, fissati indelebilmente come un tatuaggio. Il singolo fotogramma di un film ancora tutto da girare. E poi, quegli occhi, e quella ragazza, gli sembravano l’esatto contrario del clima opprimente che si respirava ormai da settimane e che faceva mancare a tutti l’ossigeno prima ancora che fosse il morbo a respingerlo in maniera cruenta e senza pietà.
Un invito a uscire, a ricominciare a sognare, a ripensare al futuro, magari ingenuamente e in maniera un po’ avventata, ma con una ritrovata positività. O almeno questa era la sua sensazione. E tutto grazie a lei. Grazie a quegli occhi candidi, a quello sguardo diretto e scintillante.
La cosa un po’ lo stupì.
Non era la prima volta che un incontro occasionale lasciava in lui una traccia, destinata però sempre a sparire poco dopo. E poi, a quarantacinque anni, era convinto che non avrebbe più potuto innamorarsi, né tantomeno vivere passioni travolgenti. E neanche emozionarsi così per una donna. Aveva archiviato l’argomento un bel po’ di anni prima, dopo tante storie più o meno convincenti. “Non è più tempo”, si era detto.
Il venerdì successivo tornò nello stesso centro commerciale, nella speranza di rincontrarla. Niente. Così anche nei venerdì successivi. Dopodiché pensò: “non sarà una persona abitudinaria, proviamo in altri giorni e in altri orari”. Era stato tentato di chiedere notizie alla cassiera, ma poi non ne aveva avuto il coraggio.
Finché, quando aveva quasi perso ogni speranza, la rivide.
O almeno pensava fosse lei. “Sì, è lei”, pensò fra sé e sé. Non ne era proprio convinto, ma cercò di rassicurarsi. Quegli occhi che facevano capolino tra le varie bardature erano inconfondibili.
Era seduta al tavolino di un bar, il Necessariamente tu (che poi che nome, non ne aveva mai capito il senso), di fronte a lei un uomo. Paolo si ammutolì. Tacque con sé stesso per qualche minuto. Poi, le prevedibili domande. “Chi era?” “Il suo compagno, il marito?”. “Ma no, forse solo un amico.”, provò a dirsi per tranquillizzarsi. Non ci riuscì però più di tanto.
Rimase lì, immobile, a seguire quel che succedeva.
Conversavano. Sembrava una chiacchierata tranquilla, anche se lei ogni tanto si girava per un attimo, quasi stesse aspettando qualcosa o qualcuno, per poi ritornare repentinamente al suo interlocutore. Paolo, intanto, cominciò a biasimarsi: “Sei uno stupido, ma ti sembra un comportamento degno della tua età? Ma cosa credevi che dovesse accadere? Sei proprio infantile, vivi ancora sulle nuvole. Lei ha la sua vita, che non c’entra nulla con la tua. Tu che ci fai qua? Sei ridicolo, torna alle tue cose.”.
A un certo punto la discussione si fece più accesa, come trapelava soprattutto dall’atteggiamento di lui: come se le recriminasse qualcosa, se la rimproverasse per qualche mancanza. Lei per lo più ascoltava, sembrava stizzita, per quanto la sua espressione fosse celata dai simboli anonimi di quel periodo.
Finché si alzò bruscamente e andò via, senza neanche salutarlo.
Gli passò vicino, lo guardò per un istante e gli disse: «Tranquillo, è il mio passato!».
Paolo trasalì, strabuzzò gli occhi.
“Mi ha parlato?”, si disse incredulo. Dunque, anche la ragazza l’aveva notato nel centro commerciale. Non era passato inosservato. Aveva catturato, in qualche modo, i suoi dolci occhi verdi. E poi, perché si era preoccupata di farle capire che tra lei e il suo compagno di tavolino in quel bar dal nome improbabile non c’era nessuna relazione?
Rimase lì, imbambolato, per qualche minuto.
Poi riprese l’auto e andò via, completamente stralunato.
Qualche domanda, però, ancora se la fece. “Ma se le interesso, perché è fuggita via senza fermarsi? Forse voleva sfuggire a quella persona troppo invadente? E come pensa di ritrovarmi?”.
L’incontro decisivo avvenne nel parcheggio del centro commerciale qualche giorno dopo. Paolo cercava la propria auto, che spesso perdeva per la sua naturale sbadataggine in quelle aree che per lui assomigliavano a delle praterie sconfinate e inesplorate. Stava battendo a tappeto il settore C quando la ragazza dagli occhi verdi comparve. Era appena arrivata, stava chiudendo l’auto e Paolo si avvicinò un po’ titubante.
Rimasero immobili per qualche secondo, con lei di spalle alla portiera e lui di fronte. Poi, contemporaneamente, si abbassarono le mascherine e si baciarono. Fu un bacio lungo e intenso, di quelli importanti. Fino a che, separate le labbra, aprirono gli occhi e per la prima volta i loro sguardi si intrecciarono senza filtri.
Scoppiarono a ridere all’unisono.
Poi lei disse: «Andiamo a casa mia?».
Paolo rimase un po’ sorpreso ma, naturalmente, non se lo fece ripetere. L’appartamento era molto accogliente, trasmetteva una sensazione di calore, e fu subito colpito da una serie di strumenti musicali disposti in maniera ordinata sul lato sinistro dell’ampia stanza. Un pianoforte, un flauto, una chitarra, un violino, delle percussioni.
«Non voglio fare l’amore – almeno per ora – voglio farti ascoltare una cosa.», disse la ragazza.
Prese il violino con il suo archetto e, dopo aver invitato Paolo a sedersi sul divano, iniziò a spargere come bolle di sapone note magiche nella stanza. Era un brano che aveva già sentito, anche se non riusciva a riconoscerlo. Ed era incantato, benché non fosse un profondo conoscitore di musica. Quel violino dai suoni sinuosi sembrava trascendere il tempo e lo spazio.
«Naturalmente ci vorrebbe un’orchestra.», disse la ragazza appena poggiato l’archetto insieme al violino, «Ma anche così è bello, non trovi?».

«Sì, certo.», rispose Paolo.
«E ti ha emozionato?», gli chiese.
«Sei molto brava, sai.».
«Mi stai adulando?», le disse con un sorriso un po’ beffardo.
«Ma no, assolutamente. Che dici?».
«Stavo scherzando, dai.».
«Si chiama La Moldava e ti parla di me. È il fiume che attraversa la mia terra. E la mia città, Praga. Fa parte di una sinfonia e l’autore, Smetana, racconta la vita del corso d’acqua da dove sorge alla nostra capitale, tra realtà e fantasia.».
«Sai, mi chiamo Ivanka. Ho venticinque anni. Sono arrivata in Italia quando ne avevo cinque con la mia famiglia, mio padre era un importante diplomatico. Poi, la caduta del regime e l’esilio di fatto, per evitare di cadere vittima degli avversari politici. Mio padre non è più riuscito a trovare un’occupazione degna dei suoi studi, della sua cultura e della sua esperienza. Si è dovuto sempre arrangiare, perché questo è il volto brutale del potere, un mattino su e il giorno dopo giù.». Si fermò, fece un sospiro. Quegli occhi verdi e luminosi si erano fatti all’improvviso malinconici.

«Io invece m’innamorai della musica. Mi sembrava pura, autentica, trasparente e sincera, anche se non sempre è così. I miei, nonostante tutto, riuscirono a farmi frequentare il Conservatorio ed eccomi qua. Anche se al momento in stand by, come tanti. Il virus non ama la musica.». Si fermò. Lo guardò intensamente per qualche attimo.
Poi gli prese la mano e lo portò in camera.
Si fermarono davanti al letto, uno di fronte all’altro, e Ivanka guardandolo gli disse: «Non mi hai detto ancora come ti chiami, non ho mai fatto l’amore con uno sconosciuto.».
Quindi si persero nei loro corpi, avvolgendosi nel loro amore in mascherina e lasciandosi alle spalle, almeno per qualche giorno, l’infinita amarezza di quella stagione opaca e incolore.

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