Mercoledì 20 Gennaio 2021 | 18:52

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«I fiocchi di neve sono tutti uguali e tutti diversi»... Ho sentito dire da qualche parte.
Così sono gli studenti. Ed è di loro che mi piace parlare, in questo tempo sospeso del racconto, che ci fa andare indietro con la macchina del tempo, per distrarci dal presente. Degli studenti, non della scuola, di cui si parla troppo, e per cui si fa sempre troppo poco, o troppo male. Magari mi concedo il titolo: Ricordi di scuola ...
O meglio, potrei cominciare con un chiasmo: ricordi di scuola o scuola di ricordi? Beh, sinceramente opterei per la seconda ipotesi. Dopo trentasei anni di docenza nei licei certi ricordi si disperdono ma altri si riorganizzano da soli, nel magico cassetto della memoria. Intermittenze del cuore, ovvero memoria soggettiva, quella proustiana, involontaria, capace di riportare alla mente ricordi che erano perduti per mezzo delle sensazioni, che tornano a galla e ti fanno affogare nel mare del tempo, e delle azioni che adesso sono solo divieti.
Distanzia-mento
Il mentire è insito nel termine. In pratica è inevitabile mentire a distanza? O la distanza rende poco visibili e dunque poco vere le relazioni tra esseri umani?
Non oggi, torna questo refrain, anche questo, dove l’ho sentito? Poco importa.
Tanto tutti copiano tutti o tutto. Come fanno gli studenti oggi, in DAD. Tagliano e incollano. La loro identità si perde, nella rete. Siamo tutti programmati: account, identità digitali, nickname, codici, pin, spid, tutti riconoscibili e irriconoscibili.
Dopo trentasei anni di insegnamento tra licei di vario tipo e università pensavo di averne viste e vissute parecchie di storie, di vite... e questo è una grande ricchezza, un po’ come recitava Eco, a proposito della lettura.
Invece questa che stiamo vivendo è la vita più surreale e purtroppo più vera, che ci potesse capitare, e forse per la sua natura drammatica ti porta a cercare ricordi sani… di scuola, anzi di Scuola. Così oggi mi capita, mentre ho di fronte uno schermo con ventotto volti (ma non le avevano ridotte le classi pollaio?), mezzi addormentati, di immaginarmi il passato, il mondo che c’è stato e che ho vissuto, quando la «dematerializzazione» era una parola straniera e a scuola c’erano libri e quaderni. E volti, e corpi, e desideri.
E giorni, e momenti in cui una semplice carezza faceva la differenza. Una carezza sulla testa, ad esempio, per «testare» il nuovo taglio di capelli di quello studente che a tutti stava antipatico, ma che adoravo per il bisogno nascosto di attenzione che cercava, anche attraverso un semplice e terribile taglio di capelli, congelato con quel terribile gel che lo immortalava per sempre. Bastava poco. Un gesto semplice, per me spontaneo, naturale come respirare, e conquistavi una parte di lui, la conservavi per sempre. E gli donavi qualcosa di te. Un semplice gesto. Quella testa, poi, diventava, magicamente, nel tempo, prototipo di tutte le altre, crani che si allontanavano per chiamarti o attirarti un po’ verso di loro.
Caro lettore,
e mi rivolgo in primis a quei lettori un po’ nostalgici, che acquistano ancora i giornali, cartacei, quelli che si possono toccare, a costo di prenderti il virus dal portiere che te lo consegna ogni mattina, perché anche quello è un principio di relazione, relazione con l’edicolante, con le categorie a rischio che la tecnologia (che ci invade peggio del covid) sta affossando sempre più. Dicevo, caro lettore, che, anche se a volte non ho tanta voglia di scrivere come prima, avverto, a tratti, il bisogno di ricordare qualcosa che mi tenga con i piedi ben saldi su questa terra, su questa fetta di terra infetta (sembra un gioco di parole) dove anche la gravità ci pesa più del solito perché temiamo di «attaccarci» il covid persino attraverso i piedi (meno male ci hanno detto che non è così). E allora fa bene, ma tanto bene, ricordare. Sì, dal latino re-cordare, di nuovo e col cuore, non a caso in francese imparare a memoria si traduce con l’espressione apprendre par coeur. E se con il cuore si fissano i ricordi, vero è che un mestiere come l’insegnare non può prescindere da questo organo. Ora, i ricordi di scuola sono così impastati dentro di me che è difficile scollarli, dividerli, tutto il passato si fonde e si confonde in un magma positivo di volti e cuori, saperi e sapori, conoscenze e ignoranze, vuoti e pieni, umori e amori, persone e personalità, gioie e dolori, famiglie e solitudini. I ricordi sono, ancora, il collante che mi tiene incollata ad una sedia davanti alla scuola 2020, una scuola-schermo, con un solo regista. E se, per giocare con le parole, non si offenda la Ministra, in questo momento storico togliamo alla parola scuola la consonante «c», resta un’ immagine piuttosto metaforica di quello che la scuola da un po’ di tempo a questa parte è diventata: «suola».Triste dirlo, pure pensarlo, ma è così. Magari leggiamo l’ultimo romanzo del bravissimo professore di lettere Alessandro d’Avenia per convincerci della suola, pardon, della scuola che stiamo vivendo, e cerchiamo di dare valore ad ogni gesto, ogni azione, a cominciare dal semplice appello. Come dargli torto? In questo mondo a distanza, l’identità si distrugge e si ricostruisce, appare e scompare dietro una telecamera dove talvolta restano solo iniziali di nomi, e allora si fa più forte il bisogno di ricordare, poiché «noi siamo le storie che ci ricordiamo», come recita sempre il professore. Ecco, siamo rientrati nell’area semantica. Circoscritta. Possiamo rientrare. Mi viene da piangere. Non sono un eroe. Macché! Anche gli eroi veri, come Ulisse, hanno le lacrime. I ricordi, le immagini del passato bussano di nuovo alla porta della memoria, quasi a darci la forza e le batterie per continuare. Beh, perché se vuoi andare a scuola devi «accendere», prima ancora del cervello il tuo computer. E allora pensi - come gliela farò quella carezza oggi, come sopperire alla fame di abbracci che ci assale? -, e meno male che in francese embrasser non vuol dire solo abbracciare ma baciare… .
Un abbraccio regala speranza, calore, ti fa gonfiare di bene come una pompa che dà aria. Un abbraccio riesce a dire tanto senza parole, senza alcun bisogno di parole, e invece io devo riempire ora la stanza virtuale di parole, devo entrare, non posso distrarmi con i ricordi inediti di studenti che hanno preso il volo, che hai perso ma che in realtà non hai mai perso perché hanno capito che per me erano «importanti» …tutti uguali e tutti diversi, come i fiocchi di neve.

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