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Qualcuno l’ha definita la «tattica della cicala»: divertimento libero e moneta che circola per due/tre mesi. Poi i conti rinviati all’autunno con l’impennata dei casi di Covid, nuove chiusure, scuola in Dad, lacrime e sangue.

Eppure questa volta un’arma ci sarebbe, per trasformarci in più prudenti formiche, esserini  che in estate riposano poco, ma d’inverno almeno sopravvivono.

Si chiama «vaccino» la pistola fumante contro il virus e le sue innumerevoli varianti. Un’arma  spuntata dall’ostinazione dei no-vax, con cui bisogna convivere perché a quelli non li convince nessuno, ma ancor più dall’esercito di «Boh vax». Milioni di italiani che se li metti nelle condizioni di ragionare, non li confondi, li rassicuri, li accarezzi, la doppia dose alla fine se la fanno pure.

Ma è l’Italia, bellezza, dove nemmeno la logica della cronologia della pandemia, che finora ha lasciato sul campo  130mila morti, riesce ad attivare  la materia grigia. Prima della scoperta dei vaccini contro il coronavirus, morti e intubati si contavano a centinaia ogni giorno. Per non parlare dei nuovi casi. Adesso le linee che indicano il numero degli ospedalizzati, dei letti occupati nelle terapie intensive, delle vittime sono tutte verso il basso.

E chi si becca la malattia in forma grave è sempre un non vaccinato o chi non ha completato il ciclo. Certo il numero dei positivi risale velocemente, ma perché ci sono le varianti maggiormente infettive, perché si vive come se il Covid non ci fosse più, perché moltissimi giovani sfuggono alla campagna vaccinale e infatti sono loro ad ammalarsi più degli altri.

L’introduzione del green pass obbligatorio per alcune attività, anche se timida e incompleta - più da cicale che da formiche - ha però riacceso il dibattito. Ma, in concreto, tutta la colpa è da attribuire ai novax e affini? Forse i politici dovrebbero guardarsi allo specchio per cercare le motivazioni che tengono lontane le persone dai centri vaccinali. E soprattutto fare un esame di coscienza serio, per avere trasformato una questione scientifica in ideologica, in una lotta di classe tra l’odiato che sventola una propria superiorità morale e un branco di ignoranti che in quanto tali vanno protetti. Il divide et impera che sta alla base della dittatura della minoranza, cavalcata per un pugno di voti che con ogni probabilità costeranno cari a tutti, e probabilmente ancor più a chi quei consensi spera di metterseli in saccoccia.

Oltretuto il virus ha scombussolato il mondo con i no-boh-vax che un tempo erano una costola della sinistra dura e pura, passati armi e bagagli nella Lega e in  Fratelli d’Italia, trovando un porto sicuro che se non li difende apertamente, almeno li comprende.

Ora una prima buona notizia c’è: Salvini ieri si è vaccinato. È già un punto di partenza e, pensiamo, l’effetto delle parole dure del premier Mario Draghi: «L’appello a non vaccinarsi è l’appello a morire». Oltre a una campagna di persuasione probabilmente portata avanti dal più misurato Giorgetti.

Fanno invece un certo senso le parole di Giorgia Meloni, che fino a prima della pandemia non ne sbagliava una e ora sembra girare a vuoto sul green pass («strumento di discriminazione sanitaria») e vaccini («Da Draghi parole di terrore, non di libertà»).

Ci si chiede infatti  perché i politici vogliono dare l’impressione di non fidarsi e per far questo seminano, sì loro, terrore? È liberticida imporre l’obbligo di non fare del male agli altri? È antidemocratico impedire che il virus circoli in  abbondanza e, così facendo, vada incontro a nuove mutazioni che possono riportarci di colpo ai camion militari carichi di bare?

In assenza di un obbligo vaccinale è logico che la spinta maggiore a vaccinarsi possa venire invece dal mostrare i vantaggi che ne derivano, senza scendere a discutere nel merito dell’introduzione, in siffatta maniera, di un obbligo surrettizio.

Il fatto è che contro i virus ci sono vaccini e cure, contro una politica che parla sempre più spesso a vanvera le medicine scarseggiano.

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