Lunedì 14 Giugno 2021 | 01:02

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I programmi dei partiti italiani sono come ininterrotte distese di bambù piene zeppe di panda da salvare

Le maggioranze costruite sulla tutela di minoranze

A voler cercare un paragone spericolato, si potrebbe dire che la politica italiana somiglia ogni giorno di più a una succursale del Wwf, oltretutto molto malmessa. Al netto dei proclami - che spumeggiano su maxi-riforme di Fisco, Giustizia, Economia, tutte rigorosamente declinate con gli allori della maiuscola - la realtà quotidiana si traduce in una sempiterna indicazione di gruppi e sottogruppi da tutelare. Prima erano i migranti, poi le minoranze di genere, poi le donne, ora i giovani. I programmi dei partiti come ininterrotte distese di bambù piene zeppe di panda da salvare. Per carità, storicamente ognuno ha i suoi elettori da tutelare e i suoi ceti di riferimento cui rispondere, ma qui l’eccezione è diventata sistema. E ormai viaggia in autonomia a vele spiegate.

Non è un mistero quale sia la sorgente di questo modo ormai diffuso di ingaggiare battaglia dentro e fuori l’arena parlamentare. La mutazione genetica della sinistra da ottocentesco avvocato delle masse a contemporaneo difensore civico delle minoranze, qualunque esse siano, ha inaugurato un nuovo ircocervo politico: una serie di partiti che costruiscono, o pretendono di costruire, la propria «vocazione maggioritaria» sulla tutela dei «minoritari».

Per di più cadendo dal pero ogni volta che scoprono la fallacia dell’equazione matematica. Quello che però non funziona nelle urne funziona benissimo nel dibattito, finendo per travolgerlo completamente. E così la contrapposizione tra progressisti e sovranisti si gioca completamente lungo questo asse. Non è un caso che Matteo Salvini ripeta, dalla mattina alla sera, l’aggettivo «normale». Persona normale, vita normale, Paese normale. Se la sinistra si accaparra le minoranze lui si prende tutti gli altri che, poi, sono la maggioranza. Uno dei motivi del trionfo dei sovranismi negli ultimi anni, dagli Stati Uniti al cuore dell’Europa, sta proprio in questa costruzione di una idea di popolo basata sulla «non eccezionalità» dell’elettore. Ma è sostanzialmente un contrappunto, spesso vago e molto caciarone, perché a dettare l’agenda sono gli altri.

L’ultima categoria protetta scaraventata nel dibattito dalla proposta di Enrico Letta su tassa di successione e relativa dote, sono i giovani. Non è la prima volta che li vediamo apparire. Era già successo con il giovanilismo irruento di Matteo Renzi e la sua foga di rottamare tutto il rottamabile. Ma più che di giovani, allora si trattava di quarantenni rampanti desiderosi di far saltare qualche vecchio tappo e qualche antica liturgia. Ora, i giovani sono nella mischia in quanto tali e l’indicazione non è peregrina se è vero che lo spaesamento di una generazione nomade e con le tasche vuote si trasforma ogni anno in una emorragia fatale per il già esangue corpaccione d’Italia. Ma siamo davvero sicuri che mollando loro qualche «millata» si risolva il problema?

Tralasciando tutti i drammi esistenziali innescati dal caravanserraglio globale, anche il solo piano della «materia» - cioè del lavoro, delle opportunità, della formazione, dei dané se proprio vogliamo volare basso - imporrebbe una riflessione a tutto tondo. Scuola, università, avviamento al lavoro, politiche per la famiglia, reti di protezione sociale, ricucitura del tessuto urbano, drenaggio delle pozze di criminalità. Sono solo alcuni dei segmenti di vita collettiva che - se ben amministrati, riformati o trasformati - potrebbero cambiare radicalmente la vita di un giovane. Per la verità, potrebbero cambiare la vita di chiunque. E il nodo è tutto qui. L’individualismo che fa da sfondo alla cultura delle minoranze fa dimenticare spesso che le rivoluzioni, nell’accezione più positiva del termine, sono un tema collettivo, di «sistema». Se vuoi salvare i panda devi ricostruire, ripulire e tutelare l’intero habitat. È ora di tornare a lavorare sui fondamentali. Per i giovani e non solo.

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