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«Generazione c» fra dad, maturità e incognite

Adesso che in fondo al tunnel si comincia a vedere la luce

Potenza, Class@Cross: la frontiera innovativa della Dad

Adesso che in fondo al tunnel si comincia a vedere la luce, diventano più luminose e squillanti anche le incognite che la pandemia lascerà in eredità. La più immediata, la più cogente e preoccupante, riguarda i giovani e il loro futuro, a cominciare dalla scuola e dall’università.

Siamo a un mese dagli esami di Maturità e possiamo dunque concentrare l’attenzione proprio sulla «generazione Covid» (o più agevolmente «generazione C»), ovvero quella fascia d’età del massimo sviluppo e delle scelte più profonde, degli interrogativi esistenziali e delle esperienze che segnano per sempre.

Per tutti, ma soprattutto per i giovani, la pandemia ha segnato giorni di privazioni. Per tutti il Covid ha lastricato la strada di sacrifici e anche di lutti, comunque di sofferenze; ma se gli adulti sono generalmente più attrezzati per affrontare le difficoltà, i giovani sono più esposti alla tempesta come una nave senza timone. Il passaggio della Maturità diventa dunque una cartina di tornasole, una prova ulteriore per verificare quanto e come si sia pronti al grande salto nella vita da adulti.

Qui il discorso si fa complicato, perché comporta analisi sociali più complesse che investono la psicologia come l’economia. Ma non è necessaria una visione enciclopedica per affrontare il problema sotto i due aspetti fondamentali che investono la scuola e l’età della formazione: da un lato lo spessore della didattica sviluppata a distanza e attraverso la tecnologia, dall’altro l’innegabile incidenza del distanziamento fisico sulle relazioni interpersonali.

E invece si parla tanto di «recovery», cioè di recupero, ma solo in termini economici.
La scuola, dunque. A guardare le cose dall’esterno, vien voglia di credere che i nostri giovani abbiano di fatto perso due anni di istruzione. Chi non vive il mondo della scuola e si attiene alla definizione della didattica a distanza, si è fatto l’idea che i docenti abbiano lavorato inutilmente e che gli studenti abbiano sciupato il loro tempo invece di approfittare per crescere e capire come funziona il mondo.

A sentire invece le voci che provengono dall’interno della scuola - a prescindere da quelle relative alle rivendicazioni sindacali dei docenti - la cosiddetta Dad non si è rivelata né inutile né dannosa, ma semplicemente più faticosa e persino positiva in talune circostanze. Qualche esempio: la necessità di non accavallare le voci durante i collegamenti online ha imposto e quindi educato i ragazzi ad ascoltarsi; ha lasciato spazio ai più timidi e introversi che hanno avuto modo di esprimersi comunque al loro turno; ha consentito a tutti di spiegare e di imparare secondo programmi ministeriali e anche percorsi nuovi, improvvisati all’occorrenza.

È stato più difficile, ma è avvenuto. Più complicata la Did, cioè la didattica integrata a distanza, che ha imposto ai docenti di restare in cattedra con una quota degli alunni in presenza e un’altra a casa davanti al computer o al telefonino.

L’insegnamento a distanza ha comportato maggiore stress per i docenti, ma li ha addestrati molto velocemente all’utilizzo della tecnologia: hanno dovuto tutti imparare in fretta e sviluppare competenze inusitate sui canali e sulle piattaforme dedicate. Fino a marzo dell’anno scorso erano pochissimi i docenti attrezzati per l’insegnamento online, e persino i ragazzi erano meno esperti di tecnologie, fatti salvi i social e i giochi informatici.

Da poco più di un anno, tutto è diventato virtuale ed elettronico: non solo la lavagna o il registro, ma persino il colloquio con i genitori. Sotto il profilo della formazione, la scuola garantisce: obiettivi raggiunti. Le interrogazioni e i compiti in classe ci sono tutti, i voti pure, benché siano mancati i laboratori, le biblioteche, le palestre. Proviamo a crederci e nutriamo comunque fiducia nei confronti della classe docente e della scuola in quanto tale.

L’effetto della pandemia che sicuramente non potrà non manifestarsi sta invece nella ricaduta psicologica e sul piano relazionale tra i giovani. Gli anni della scuola superiore, soprattutto gli ultimi del corso, sono quelli in cui di più si impara non solo sui banchi quanto fuori dalle aule, ma insieme a tutta la classe. La gita scolastica di tre giorni e due notti vale quanto tre mesi di lezione in termini di formazione umana; una mattinata a teatro o in un museo o in un auditorium per una conferenza valgono dieci volte tanto se promosse dalla scuola per l’intera classe, perché la «trasferta» è impostata nell’ambito di un percorso didattico e di formazione che a questa «generazione C» è mancato e mancherà.

Certo, i giovani sono capaci di recuperare in fretta e di far tesoro comunque delle privazioni. Non è da escludere che gran parte della popolazione scolastica sia capace di far virare a proprio vantaggio ciò che ora ci appare un limite del presente. Sta in questo la grande incognita della «generazione C» nel passaggio della Maturità, un passaggio che dunque va ben oltre il momento dell’esame prossimo.

Per questi ragazzi, come per la scuola, si apre ora uno scenario imprevedibile. È scontato che gli strumenti tecnologici non verranno più abbandonati, ma faranno parte del patrimonio scolastico anche tornando in presenza: ritenuti sostitutivi in tutta la fase dell’emergenza, i mezzi della Dad diventeranno di fatto aggiuntivi nella didattica ordinaria. È tutto da scrivere, invece, un Recovery plan che vada oltre i programmi di sostegno alla ripresa economica: urge un «recupero» sul piano etico e relazionale, un «recovery» psicologico e individuale. Servirebbe a tutti, ma per la «generazione C» è imprescindibile.

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