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Il numero chiuso che regola i canali tv

Solo se la Rai fosse privatizzata in toto, lo scenario potrebbe cambiare

Il numero chiuso che regola i canali tv

Il trofeo più sognato, per chi vince le elezioni in Italia, non è tanto lo scettro del governo quanto il timone della nave Rai. Va avanti così dal 1954, anno di nascita del colosso televisivo pubblico. Ogni tanto qualcuno, a vari livelli, avverte l’esigenza di sottrarre la Rai ai riti della lottizzazione partitica, ma di solito a premere, in tal senso, è chi si ritrova, provvisoriamente all’opposizione, senza telecomando. Ma non appena una minoranza parlamentare diventa maggioranza, le richieste cambiano e le posizioni dei gruppi si invertono.

Sia chiaro, non sono mancate, negli anni, le riforme per i vertici della Rai, tutte orientate a definire meglio la governance e, almeno nelle intenzioni iniziali, ad allontanare le antenne partitocratiche dal tubo catodico. Ma giammai i nuovi assetti giuridici hanno prodotto i risultati sperati. Per una semplice ragione: può cambiare la formula giuridica di controllo, ma se un’azienda è pubblica, è inevitabile, vuoi o non vuoi, che la classe politica dica la sua e voglia incidere nella linea editoriale e nelle scelte operative. In soldoni. Se l’editore è il parlamento, il governo, o un’altra istituzione pubblica, è scontato che il ceto politico resti o diventi il Grande Manovratore dell’informazione e dello stesso intrattenimento prodotto della tv pubblica. Perché scandalizzarsi?

Solo se la Rai fosse privatizzata in toto, lo scenario potrebbe cambiare. Ma non è detto. Il potere politico potrebbe sempre condizionare le scelte dei privati qualora quest’ultimi non fossero indipendenti nella testa e autosufficienti nel portafogli. O fossero diretta emanazione di un potentato politico. E il capitalismo italico, in gran parte, non brilla per autonomia. Insomma, si fa presto a dire «no alla lottizzazione», «basta con le ingerenze della politica nei tg». Quando si passa dai proclami ai fatti, il discorso si fa più complicato di un salto con l’asta con la palla al piede.
Piuttosto, rispetto ai primi decenni della storia televisiva, si va consolidando un fenomeno paradossale. Più aumentano i canali, meno si avverte il beneficio della pluralità di opzioni assicurata dalla moltitudine dei tasti. Il che riguarda l’intera galassia informativa tv.

La pandemia ha messo vieppiù in risalto questa contraddizione, già emersa da tempo. Sempre gli stessi temi, sempre gli stessi protagonisti, sempre gli stessi invitati: una sorta di trasmissione unica itinerante, ora su un canale ora su un altro, e senza particolari distinzioni tra offerta pubblica ed offerta privata. È come se i supermercati, anziché farsi la concorrenza sui prodotti in esposizione, li vendessero a orari prestabiliti e secondo un piano concordato.
Forse così non è in tv, ma l’impressione che ne ricava lo spettatore medio, specie quello costretto dalla pandemia a evitare sortite extracasalinghe, non si discosta molto da questa narrazione. Ripetiamo. Che ci debba essere la lottizzazione dei comunicati e degli esponenti politici in video è pressoché ineludibile, ma che ci debba essere pure la quadriglia degli ospiti, che si alternano e rincorrono da un canale all’altro, beh questo - diciamo - è meno accettabile e comprensibile.

Possibile che il Paese disponga sempre degli stessi nomi per illustrare un problema o discutere di un fatto? Possibile che non ci siano volti nuovi in grado di introdurre riflessioni e temi diversi? Possibile che dietro alcune ospitate ci debba essere sempre l’ombra delle telescuderie che curano e promuovono l’immagine della vipperia nazionale?
I monopòli e gli oligopoli non vanno mai bene. Non vanno mai bene nei supermercati, nell’economia, nella politica e, anche, negli studi televisivi. Ovviamente, non si può certo pretendere che gli inviti in tv debbano essere sottoposti a un regolamento inflessibile. L’Italia è già stracarica di normative e prescrizioni, non è il caso di appesantire ancora il suo insostenibile positivismo giuridico e paragiuridico. Ma il buon senso vorrebbe che le trasmissioni tv non fossero una riserva di caccia per i soliti frequentatori, non foss’altro perché a furia di inflazionare il video, riesce difficile introdurre nuovi spunti e nuovi criteri di riflessione.

Purtroppo, questa tendenza a privilegiare la cordata, la confraternita, il giro di amici, fa parte, non da oggi, del costume nazionale. C’è una letteratura, abbondante e plurisecolare, in materia, a ricordarcelo. E però, con il trascorrere del tempo, questi vizi antichi del Belpaese tendono ad aggravarsi, anziché ad alleggerirsi.
La pandemia li ha acuiti tutti - questi vizi - fino a trascinare, in questa storia, una voce al di sopra di ogni sospetto: la scienza, ossia il mondo scientifico. Anche loro, virologi, epidemiologi, infettivologi e colleghi vari, tutti precettati o autoprecettati in tv, in una giostra senza fine tra una rete e un’altra. Anche nel loro caso vige, da più di un anno, il più intransigente «numero chiuso». Sempre i medesimi nomi, sempre i soliti concetti, le solite battute. Manca solo che al nome di ogni cattedratico invitato si aggiunga a mo’ di teledidascalia il suo orientamento politico. Ma, tanto, ormai si capisce pure quello. E prima o poi questa «lacuna» verrà colmata.

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